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Hemingway Castro rivoluzione cubana

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Ernest Hemingway e Fidel Castro al torneo di pesca dell'Avana, 1960

Hemingway Castro rivoluzione cubana : la storia del più grande scrittore americano e della rivoluzione cubana

Il 2 luglio 1961, in una casa dell’Idaho, Ernest Hemingway si punta un fucile sotto il mento e preme il grilletto. Aveva sessantuno anni, un Nobel, un Pulitzer e un’ombra che lo seguiva da trent’anni.

Ma la sua vera casa non era l’Idaho. Era un’isola a novanta miglia dalla Florida, dove aveva vissuto ventidue anni e scritto i suoi libri migliori. Cuba. E a Cuba, in quegli stessi anni, un giovane con la barba aveva rovesciato un dittatore. Tra i due era nato un legame che a Washington non piaceva affatto.

Ventidue anni all’ombra della Sierra

Hemingway arriva a Cuba nel 1940. Ci era andato per la pesca d’altura nella corrente del Golfo, e ci resta per la vita. Compra una vecchia fattoria su una collina fuori l’Avana, la Finca Vigia, la fattoria della vedetta, e da li’ osserva un Paese che impara ad amare.

È li’ che scrive Il vecchio e il mare, il romanzo che gli vale il Pulitzer nel 1953 e spiana la strada al Nobel del 1954. Amava dire che stava a Cuba per i pesci. Era una mezza verità. A Cuba ci stava perché era diventato, a modo suo, cubano.

Hemingway Castro rivoluzione cubana Ernest Hemingway e Fidel Castro al torneo di pesca dell'Avana, 1960

Hemingway Castro rivoluzione cubana : dalla parte dei ribelli

Molto prima che il mondo conoscesse il nome di Fidel Castro, Hemingway aveva già scelto da che parte stare. Reduce dalla guerra civile spagnola, dove aveva combattuto la sua battaglia contro il fascismo al fianco dei repubblicani, lo scrittore odiava i dittatori con una passione fisica.

Così, già dal 1947, comincia a sostenere in concreto i rivoluzionari cubani che tramavano contro il regime di Fulgencio Batista. Denaro, rifugio, consigli. Aiuti che lo esponevano al punto da fargli temere, più di una volta, l’arresto o l’espulsione dall’isola.

La leggenda vuole che abbia perfino messo a disposizione il suo yacht, il Pilar, per trasportare armi ai guerriglieri. Il dettaglio dello yacht appartiene al mito più che alla cronaca. Ma che Hemingway abbia sostenuto l’armamento della rivoluzione, questo è documentato. Non era un simpatizzante da salotto. Era un complice.

Noi cubani vinceremo

Quando nel gennaio 1959 la rivoluzione trionfa e Batista fugge, Hemingway non ha dubbi. Appoggia il nuovo governo di Castro apertamente, dice che è la cosa migliore mai accaduta a Cuba. A un giornalista che gli chiede della rivoluzione risponde in spagnolo, secco: noi cubani vinceremo, non sono un gringo.

Non si ferma alla simpatia. Quando gli Stati Uniti scatenano la loro propaganda contro il nuovo corso e puntano il dito sulle esecuzioni dei sicari di Batista, Hemingway difende i plotoni. Se anche lo avessero fucilato cento volte, disse di uno di quei carnefici, non sarebbe bastato per i crimini commessi.

Arriva persino a consigliare Castro su come gestire la stampa americana, prima del suo viaggio negli Stati Uniti dell’aprile 1959. Lo scrittore più famoso d’America che fa da suggeritore al nemico numero uno di Washington. Non capita spesso.

Castro e Per chi suona la campana

La stima era reciproca, e sincera. Castro raccontava di aver portato con se’, nello zaino, sulla Sierra Maestra, una copia di Per chi suona la campana, il romanzo di Hemingway sulla guerra di Spagna, letto come un manuale di guerriglia. Dopo la vittoria, teneva copie consunte delle sue opere nel bagagliaio dell’auto, da rileggere durante i viaggi per l’isola. Lo definiva il suo scrittore preferito.

Di persona si incontrarono una sola volta, nel maggio 1960, per pochi minuti, a parlare di pesca a un torneo che portava il nome dello scrittore. Ma il loro legame non era fatto di incontri. Era fatto di una causa condivisa: due uomini che disprezzavano gli oppressori e credevano nei popoli che si liberano.

Il ristorante Floridita dell’Avana, dove Hemingway contribuì a rendere leggendario il daiquiri, custodisce ancora oggi un suo busto di bronzo. L’isola non lo ha dimenticato. L’America, invece, non lo aveva mai perdonato.

L’occhio di Hoover

Perché mentre Hemingway abbracciava la rivoluzione, dall’altra parte del mare qualcuno prendeva appunti. Dagli anni Trenta fino alla morte, lo scrittore fu sorvegliato dall’FBI di J. Edgar Hoover, che lo considerava un sovversivo e ne aveva fatto una questione personale.

Hemingway lo diceva a tutti: l’FBI mi segue. Amici e medici lo credevano paranoico, un sintomo del suo crollo psichico. Non lo era. Il fascicolo dell’FBI, desecretato nel 1983, ha provato che la sorveglianza era reale e continua, arrivando persino al suo ricovero psichiatrico alla Mayo Clinic.

Il potere che ti spia riesce anche a farti passare per pazzo quando dici la verità. E dopo la morte, fu proprio Hoover a chiudere la pratica con una nota magnanima: non era un comunista, solo un tipo duro, sempre dalla parte dei più deboli. Comodo, da morto.

Cuba oggi, al buio

Chiudi gli occhi e prova a vedere la Cuba di Hemingway. Il sole bianco sul molo, il ghiaccio che tintinna nel daiquiri del Floridita, le barche che rientrano cariche nella luce del pomeriggio. Ora riaprili. Quella stessa isola, stanotte, è al buio.

Sessantacinque anni dopo, l’ostilità che lo scrittore aveva guardato in faccia nel 1959 si è fatta cappio, e il cappio si stringe lento. L’amministrazione Trump ha imposto a Cuba la sua strategia di massima pressione: un blocco del carburante che spegne un Paese intero, ospedale dopo ospedale, casa dopo casa, quartiere dopo quartiere.

Un ordine esecutivo minaccia chiunque osi vendere una goccia di petrolio all’isola. Rovesciato Maduro in Venezuela e tagliato il rubinetto che la teneva viva, piegato anche il Messico a chiudere i rifornimenti, l’Avana è rimasta a secco. Blackout a catena da un capo all’altro dell’isola, frigoriferi spenti, respiratori fermi negli ospedali, file interminabili per un pane che rincara ogni mattina. Gli esperti delle Nazioni Unite, per tutto questo, hanno usato una parola sola: fame. Fame provocata a freddo, con la firma in calce a un decreto.

Non chiamiamola politica estera. È una punizione. E la colpa di Cuba, quella che l’America non le perdona da settant’anni esatti come non perdono’ Hemingway, è sempre la stessa, una sola: aver osato dirsi libera, a novanta miglia dalla costa del padrone.

Uno scrittore scelse quest’isola da vivo, la difese da uomo libero, la porto’ nel cuore fino all’ultimo giorno di luce. Oggi quell’isola resiste ancora, affamata, punita per non essersi mai inginocchiata. E il mare che a Hemingway aveva regalato i suoi romanzi è diventato il fossato di un assedio.

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Fonte: https://kratologos.it/hemingway-castro-rivoluzione-cubana/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 5 Luglio 2026

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