
Alle 12.17 di domenica 19 luglio, in un cortile di garage al Pilastro, una algoritmo sanità ha stabilito che Abderrahim Fakir non aveva bisogno di un medico. Alle 12.53 il medico è arrivato e ne ha constatato la morte.
Tra i due orari non c’è stata una decisione umana sbagliata. C’è stato un esito. Il triage telefonico delle centrali del 118 funziona per dispatch informatizzato: il codice colore viene definito attraverso una serie di algoritmi. sanità si pongono le domande previste, si inseriscono le risposte, il sistema restituisce il colore.
Verde vuol dire bassa criticità. Bassa criticità vuol dire ambulanza senza medico.
Questa non è una storia locale su due poliziotti e quattro volontari. È il punto in cui la sanità pubblica italiana raggiunge una soglia che altrove è già stata superata: quella in cui la selezione di chi riceve aiuto, e quindi di chi ha più probabilità di restare vivo, viene prodotta da un calcolo tarato su una risorsa scarsa anziché deliberata da qualcuno che ne risponde.
Cinquantatré minuti, un colore e un uomo morto
La prima telefonata parte alle 11.59 e 26 secondi: un passante segnala un uomo che corre tra le autorimesse colpendo le saracinesche e grida che qualcuno vuole ucciderlo. Da quella chiamata alla constatazione del decesso passano cinquantatré minuti e mezzo.
Alle 12.15 arriva la volante con due agenti di ventitré e ventotto anni. Due minuti dopo chiamano il 118 e segnalano una persona in crisi psichica. La centrale assegna il codice verde e invia un’ambulanza della Croce Rossa senza medico a bordo.
I quattro volontari sanno fare massaggio cardiaco e defibrillatore. Non possono somministrare un farmaco né fare una valutazione clinica avanzata. Sono loro, alle 12.36, a capire che quel codice non regge e a chiedere l’automedica.
Il presidente del Sistema 118 Mario Balzanelli ha dichiarato che davanti a una forte agitazione psicomotoria il codice corretto sarebbe stato il giallo e che con un medico subito Fakir con ogni probabilità si sarebbe salvato. Il sistema conosce la regola giusta. Ne ha applicata un’altra.
Che cosa è stato chiesto agli Algoritmi sanità di ottimizzare
Davanti a qualunque sistema decisionale automatico c’è una sola domanda che conta, e non è se abbia sbagliato. È che cosa gli sia stato chiesto di massimizzare.
A un triage telefonico non è stato chiesto di salvare più vite possibile. Sarebbe una funzione impossibile da calcolare e rovinosa da eseguire, perché il medico partirebbe quasi sempre. Gli è stato chiesto di allocare mezzi scarsi mantenendo il rischio dentro una soglia giudicata accettabile.
Sono due obiettivi diversi e in conflitto permanente. Quando confliggono vince quello che il sistema sa misurare. Il costo di un’automedica si misura al centesimo. La vita di un uomo che nessuno saprà mai con certezza se si poteva salvare non compare in nessun bilancio regionale.
Per questo il codice verde viene discusso come un errore clinico, una svista dell’operatore che non ha colto la gravità. Invece no. È il funzionamento nominale di uno strumento che ha un altro scopo.
La demedicalizzazione dei mezzi di soccorso non è un incidente emiliano, è una linea organizzativa che attraversa il Paese da anni. Il sindacato dei medici dell’emergenza ha chiesto che il caso Fakir apra una riflessione sui rischi di togliere il medico dalle ambulanze.
Prima si decide che il medico in strada è un lusso. Poi si costruisce un sistema che certifica, caso per caso, che quel lusso non serviva. La scarsità smette di essere una scelta politica contestabile e si presenta come un dato clinico.
Triage algoritmico : che decide se ti mandano un medico
A questo punto la domanda diventa concreta: chi ha scritto quelle domande, chi ha fissato quelle soglie, e possiamo leggerle. La risposta è che non esiste una risposta unica, ed è già di per sé un problema.
Il quadro nazionale comune è fermo al decreto ministeriale del 15 maggio 1992, che fissa i codici colore e poco altro. Da lì in avanti ha deciso ogni Regione. Le analisi di settore parlano di forti disomogeneità tra province, dai mezzi di soccorso ai protocolli applicati alla formazione del personale. Le centrali operative attive in Italia sono decine e non applicano tutte lo stesso metodo.
Alcune Regioni hanno comprato il protocollo all’estero. Il Medical Priority Dispatch System è stato creato dalle International Academies of Emergency Dispatch, fondate nel 1988 con sede a Salt Lake City, e il software ProQA è distribuito in licenza esclusiva da Priority Dispatch Corporation, società privata statunitense.
Lo ha adottato la Liguria, lo ha adottato il Piemonte con un contratto di manutenzione dedicato. Altre Regioni hanno costruito il proprio: la Lombardia con AREU, il Veneto e la Toscana con sistemi regionali distinti.
Sull’infrastruttura, invece, la sovranità c’è. La piattaforma che fa girare la maggior parte delle centrali italiane è italiana: Beta 80 gestisce circa l’ottanta per cento delle centrali di emergenza del Paese, e i fondatori nel 2024 hanno trasferito il cento per cento delle quote a una fondazione per sottrarla al mercato.
Chi cerca il complotto tecnologico americano quindi non lo trova, e farebbe bene a smettere di cercarlo. Il problema è un altro e più grave: né il protocollo comprato a Salt Lake City né quello scritto in una direzione generale regionale sono documenti che un cittadino possa leggere.
Una differenza però esiste, e riguarda chi può cambiare la regola. Dove si adotta un protocollo in licenza, la Regione acquista il diritto di applicarlo, non quello di riscriverlo. La cessione di sovranità è reale, ma avviene sulla norma clinica e non sulle macchine.
Quale griglia abbia usato la centrale Emilia Est alle 12.17 del 19 luglio, allo stato, non risulta da alcuna fonte pubblica. Sappiamo che è uscito un verde. Non sappiamo da dove.
La discrezionalità eliminata per delibera
Che tutto questo sia un progetto e non una deriva lo dice la Regione stessa, per iscritto. Nelle linee guida allegate alla delibera 582 del 2016, l’Emilia-Romagna elenca i criteri che i protocolli dell’emergenza territoriale devono rispettare.
Al punto f si legge che i protocolli devono presentare un livello di dettaglio e standardizzazione tale da eliminare ogni componente discrezionale dell’intervento o di personalizzazione dello stesso.
Non è un effetto collaterale denunciato dai critici. È un requisito rivendicato in un atto amministrativo. L’obiettivo dichiarato è che il professionista non scelga.
Va detta con precisione la sfumatura tecnica, perché è quella che rende il meccanismo efficace. Nei sistemi informatizzati delle centrali il codice viene proposto, non imposto: al momento dell’attribuzione l’operatore può accettare il calcolo automatico oppure deciderlo in autonomia.
Solo che accettare il valore suggerito non richiede alcuna giustificazione, mentre discostarsene resta tracciato e ricade per intero sul singolo. Un’infermiera che alza il codice a giallo e manda un’automedica su un caso che il sistema ha classificato verde sta spendendo una risorsa contro il parere dello strumento, e lo sta facendo con il proprio nome.
Un valore predefinito da cui ci si può discostare solo assumendosi un rischio personale non è un suggerimento. È una decisione con un’uscita di sicurezza sorvegliata, e serve esattamente a produrre il risultato che ha prodotto.
La stessa grammatica: gli algoritmi che marcano i bersagli
Chi trova eccessivo il paragone con la guerra guardi come funziona la guerra oggi. L’esercito israeliano ha usato un sistema chiamato Lavender per contrassegnare come sospetti decine di migliaia di persone a Gaza, secondo l’inchiesta della rivista israeliana +972 Magazine con Local Call.
Il meccanismo è quello che ci interessa. Lavender assegna a ciascuno un punteggio di probabilità di appartenenza a un’organizzazione armata sulla base di caratteristiche associate a militanti noti. Sopra una certa soglia, il nome entra in una lista.
Secondo le fonti dell’inchiesta la verifica umana su ciascun nome durava una manciata di secondi e serviva sostanzialmente a confermare che si trattasse di un uomo. Un altro sistema, The Gospel, marcava gli edifici. L’operatore non decideva: ratificava.
Le finalità sono agli antipodi e nessuno vuole equiparare una centrale del 118 a una sala operazioni militare. Ma la grammatica è la stessa: si costruisce un punteggio, si fissa una soglia, si delega alla macchina la selezione, si lascia all’essere umano il gesto residuo della conferma.
Anche il movente profondo si somiglia più di quanto faccia comodo ammettere. Un sistema di targeting automatico nasce per aumentare il numero di obiettivi trattabili a parità di analisti disponibili. Un triage automatico nasce per aumentare il numero di chiamate gestibili a parità di mezzi finanziati. In entrambi i casi si chiede a un modello di reggere una sproporzione tra i compiti e le risorse, e di farlo senza che nessuno debba dichiarare quella sproporzione.
Il trucco sta nella delega: nessun algoritmo misura la salute, misura la spesa
Il difetto strutturale di questi sistemi non è l’errore casuale, è la variabile sostitutiva. Nessun modello sa misurare direttamente il bisogno di cura, quindi misura qualcosa di correlato e disponibile nei dati. Quasi sempre: quanto è costato quel paziente finora.
Nel 2019 uno studio pubblicato su Science ha smontato un algoritmo usato negli Stati Uniti per gestire la salute di oltre duecento milioni di persone: usando la spesa sanitaria come approssimazione del bisogno, classificava come meno gravi i pazienti neri, semplicemente perché per loro il sistema aveva storicamente speso meno a parità di malattia.
Il risultato: il numero di pazienti neri selezionati per le cure aggiuntive si riduceva di oltre la metà. Non per razzismo del codice, ma perché il codice aveva imparato benissimo la disuguaglianza che gli era stata data in pasto.
Sul versante assicurativo il caso più noto è quello di UnitedHealth: una causa collettiva sostiene che l’algoritmo nH Predict sia stato usato per negare cure post ospedaliere a pazienti anziani, scavalcando il giudizio dei medici. Secondo i ricorrenti nove dinieghi su dieci venivano ribaltati in appello.
Un tasso di errore del novanta per cento sarebbe insostenibile per uno strumento clinico. È perfettamente sostenibile per uno strumento di risparmio, perché la stragrande maggioranza dei pazienti anziani non fa ricorso.
L’algoritmo non sbaglia il bersaglio. Il suo bersaglio non è mai stato la salute.
L’Europa lo aveva già scritto: il triage delle chiamate è ad alto rischio
Non siamo davanti a uno scenario futuro. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale classifica come ad alto rischio i sistemi usati per valutare e classificare le chiamate di emergenza, per stabilire le priorità nell’invio dei soccorsi e per la selezione dei pazienti nell’assistenza sanitaria d’urgenza.
È esattamente ciò che ha prodotto il codice verde di via Svevo. Il legislatore europeo ha già riconosciuto che qui si decidono diritti fondamentali, e ha imposto tracciabilità, sorveglianza umana effettiva e valutazione d’impatto.
Alto rischio non significa vietato. Significa che chi lo mette in servizio deve poter rispondere di come è tarato. Finché soglie e domande restano coperte da licenza o da riservatezza amministrativa, la sorveglianza umana è un adempimento sulla carta.
L’automatismo in uscita: il registro 45 bis
Alla fine della vicenda il meccanismo si ripete identico, sul versante giudiziario. I due agenti e i quattro volontari non sono stati iscritti nel registro degli indagati, ma annotati in un registro separato, il modello 45 bis.
Lo consente la norma soprannominata scudo penale, introdotta dal decreto sicurezza e convertita nella legge 54 del 24 aprile 2026 con il nuovo articolo 335 quinquies del codice di procedura penale: quando il fatto appare manifestamente commesso in presenza di una causa di giustificazione, il nome non entra subito nel registro ordinario.
Tecnicamente non è un’immunità e chi la difende ha un argomento serio: prima si finiva iscritti anche solo per poter nominare un consulente e partecipare all’autopsia. Ma la struttura è la medesima di un triage automatico, un filtro che produce un esito di ammissibilità prima che intervenga un giudizio.
All’ingresso un calcolo stabilisce quanta assistenza meriti un cittadino in crisi. All’uscita una procedura stabilisce quanta esposizione meriti chi lo ha assistito. In mezzo, cinquantatré minuti che non appartengono a nessuno.
Quello che nessun algoritmo poteva sapere di Fakir
Il 20 giugno Fakir era stato soccorso dopo essersi tagliato un polso. Era stato lui a chiedere di parlare con uno psichiatra. Era andato in un centro di salute mentale, aveva una diagnosi iniziale, una terapia e un appuntamento fissato per i primi giorni di agosto.
Il 19 luglio non è arrivato ad agosto. Nell’intervallo tra due appuntamenti, il servizio pubblico che risponde a mezzogiorno di domenica non è il centro di salute mentale: è il 113.
Un uomo con una crisi psichiatrica già documentata, un lutto recente, debiti e una pratica di soggiorno sospesa in tribunale non è un profilo che una griglia di domande telefoniche possa cogliere in centoventi secondi. Quel contesto esisteva, era negli archivi della stessa sanità pubblica, e non è entrato in nessun campo del modulo.
Vale la pena ricordare da dove viene la parola triage: dai campi di battaglia napoleonici, dove Dominique Jean Larrey, chirurgo di Napoleone, stabilì il criterio per scegliere chi operare per primo quando i chirurghi erano pochi e i feriti troppi.
Il triage nasce come tecnologia militare di razionamento, e la medicina civile lo ha adottato in tempo di pace, quando però la scarsità non era più un fatto imposto dal campo di battaglia ma una voce decisa in un bilancio.
Oggi quel dispositivo è tornato in guerra sotto forma di software che assegna punteggi a esseri umani, e da lì ci ritorna come procedura ordinaria della centrale operativa.
Chiedere quale sia la soglia, chi l’abbia fissata, con quale mandato e a quale costo unitario non è un cavillo tecnico: è l’unica domanda politica che conta, e i criteri vanno resi pubblici, tutti, licenza o non licenza. Un sistema che ottimizza soltanto ciò che sa contare conterà sempre il denaro e mai le vite, e continuerà a chiamare appropriatezza il risparmio. Il codice verde di via Svevo non lo ha scelto nessuno, e finché resterà così ci saranno altri cortili e altre famiglie a cui verrà spiegato che le procedure sono state rispettate.
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Fonte: https://kratologos.it/algoritmi-sanita-codice-verde-fakir-costi-non-vite/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 3 Agosto 2026