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Il manifesto Palantir: tecnologia, guerra e il nuovo modello di potere

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manifesto Palantir

Il manifesto Palantir pubblicato il 18 aprile 2026 segna un passaggio fondamentale: non è comunicazione aziendale, ma un programma politico.

Palantir ha pubblicato un manifesto.
Leggetelo con attenzione.

Il 18 aprile 2026, l’account X di Palantir Technologies ha condensato in 22 punti la propria visione del mondo. Non è comunicazione aziendale. È un programma politico.

C’è una differenza tra un’azienda che fa lobbying e un’azienda che pubblica un manifesto. La prima vuole condizionare le decisioni. La seconda vuole ridefinire i termini entro cui le decisioni vengono prese. Il 18 aprile 2026, Palantir Technologies ha fatto la seconda cosa.

L’account ufficiale X dell’azienda ha pubblicato un testo di mille parole, presentato come sintesi del libro The Technological Republic del CEO Alex Karp e del responsabile degli affari istituzionali Nicholas Zamiska. Ventidue punti. Trentatré milioni di visualizzazioni in quarantotto ore. Il titolo scelto per l’esordio del post è: ‘Because we get asked a lot.'(Perché ci viene chiesto spesso ). Costruita per sembrare casual, per sembrare la risposta annoiata a una domanda ripetuta. Una nonchalance costruita a tavolino.

Dietro c’è una precisa operazione retorica: normalizzare prima di affermare. Dire al lettore che quello che sta per leggere è già noto, già circolante, quasi ovvio. Non una provocazione, una risposta. Non un’offensiva, una difesa. L’aggressore che si presenta come chi risponde a una domanda.

Palantir non è una startup che sogna di cambiare il mondo. È un’azienda con oltre trecento miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, nata nel 2003 con finanziamenti iniziali dalla CIA, e oggi presente nei sistemi di intelligence delle principali potenze NATO, nel Pentagono, nei server di ICE che deporta i migranti negli Stati Uniti, nell’esercito israeliano che opera a Gaza. Quando un’azienda con questo profilo pubblica un manifesto, il testo non va letto come filosofia. Va letto come dichiarazione di intenti operativi.

1. La tesi centrale: il debito morale della Silicon Valley

Il punto di apertura è il più importante, perché stabilisce la grammatica ideologica di tutto il resto.

Silicon Valley, si legge, ‘ha un debito morale verso il paese che ha reso possibile la sua ascesa’. L’élite ingegneristica, di conseguenza, ‘ha un obbligo positivo di partecipare alla difesa della nazione’.

Questo argomento ha una storia. Non è nuovo. Nella tradizione del pensiero conservatore americano, l’idea che il successo economico generi un obbligo di servizio verso lo Stato che lo ha reso possibile risale almeno a Edmund Burke. Ma in bocca a Karp, che ha trascorso gran parte della sua vita adulta in Germania dove ha conseguito un dottorato in teoria sociale neoklassica a Francoforte, l’argomento ha una torsione specifica: viene usato per colpevolizzare chi nella Silicon Valley ha preferito costruire app di intrattenimento invece di software per bombe.

Il punto 2 lo rende esplicito. L’iPhone, scrive Karp, è davvero ‘il più grande risultato creativo della nostra civiltà’? La domanda è retorica. Il bersaglio sono venti anni di tecnologia consumer, e per estensione i tecnici di Google che nel 2018 si rifiutarono di rinnovare il contratto con il Pentagono per Project Maven, il sistema di targeting AI che Palantir prese volentieri in carico. Il manifesto è, tra le altre cose, un regolamento di conti interno alla Silicon Valley.

“Free email is not enough. The moral failures of a civilization or a ruling class can only be forgiven if that culture can reliably provide economic growth and security to the masses.” Il punto 3 aggiunge una dimensione ulteriore. L’email gratuita non basta. I fallimenti morali di una classe dirigente possono essere perdonati solo se quella classe garantisce crescita economica e sicurezza. È una frase che dice molto. Implica che Palantir non si consideri soltanto un fornitore di servizi tecnologici, ma un soggetto con responsabilità storiche. Un’entità che si colloca al di sopra del normale rapporto cliente-fornitore. Un attore con una missione.

2. L’era atomica finisce. Comincia l’era Palantir.

Il punto 12 è probabilmente la dichiarazione più significativa dell’intero manifesto Palantir, anche se ha ricevuto meno attenzione delle affermazioni sulle culture ‘regressive’. Il testo dice: ‘L’era atomica sta finendo. L’era della deterrenza nucleare si sta concludendo, e una nuova era di deterrenza basata sull’intelligenza artificiale sta per cominciare.’

Questa frase non è una previsione. È una ridefinizione del perimetro del business. Palantir non sta dicendo che le armi nucleari verranno dismesse. Sta dicendo che il paradigma della deterrenza, quello che ha governato la geopolitica globale dagli anni Cinquanta, si sta spostando verso un dominio in cui Palantir è già posizionata. Dove le bombe non servono più a garantire la pace, la servono i sistemi di analisi predittiva, i software di targeting, le piattaforme di integrazione dei dati di intelligence. Cioè: il prodotto principale di Palantir.

Il punto 5 chiude il cerchio con una brutalità che almeno ha il merito della chiarezza: ‘La domanda non è se le armi AI verranno costruite, ma chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non perderanno tempo in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie essenziali per la sicurezza militare e nazionale. Procederanno.’

‘Dibattiti teatrali’ è la formula scelta per liquidare qualsiasi riflessione etica sull’automazione delle decisioni di vita e di morte. I dipendenti che protestano, i filosofi che sollevano obiezioni, i parlamenti che vogliono regolamentare: tutto questo è teatro. Solo chi agisce è reale. Il resto è rumore.

“Our adversaries will not pause to indulge in theatrical debates about the merits of developing technologies with critical military and national security applications. They will proceed.”

Vale la pena ricordare, leggendo questo punto, che Palantir fornisce sistemi di targeting all’esercito israeliano. Che il sistema Lavender, documentato da +972 Magazine, ha prodotto liste di obiettivi a Gaza con una soglia di accettazione di vittime civili stabilita algoritmicamente. Che il sistema Maven, di cui Palantir è ora gestore principale, è stato usato nell’operazione Minab contro l’Iran nel marzo 2026. Quando Karp scrive di ‘armi AI’, non sta descrivendo un futuro ipotetico. Sta descrivendo quello che le sue piattaforme fanno già, adesso, su persone reali.

3. Il riarmo di Germania e Giappone, e il revisionismo dell’ordine post-1945

Nel manifesto Palantir, il punto 15 è il più geopoliticamente dirompente, e merita una lettura lenta. Il testo dice: ‘Il disarmo della Germania è stato una correzione eccessiva per cui l’Europa ora paga un prezzo alto. Il pacifismo giapponese, se invariato, minaccerà l’equilibrio di potere in Asia.’

Questa affermazione mette in discussione uno dei pilastri dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. La smilitarizzazione della Germania e del Giappone non fu una ‘correzione eccessiva’: fu il risultato di un giudizio storico preciso, condiviso da quasi tutte le potenze vincitrici, sulla necessità di impedire che i due paesi che avevano scatenato la seconda guerra mondiale potessero farlo di nuovo. Fu anche, nel caso della Germania, una scelta che i tedeschi stessi fecero parte integrante della propria identità costituzionale.

Karp e Zamiska liquidano questo giudizio come un eccesso corretto dal tempo. Ma qual è la logica sottostante? Se la deterrenza nucleare sta cedendo il passo alla deterrenza AI, se il software è il nuovo hard power, allora un mondo con più attori militarmente attivi è un mondo con più mercati per i prodotti Palantir. Il manifesto non è separabile dal conto economico dell’azienda.

Il punto 16, a questo proposito, è illuminante nella sua franchezza. La cultura può deridere le grandi ambizioni di Elon Musk, si legge, ‘ma dietro il disprezzo si nasconde un reale interesse per il valore che crea’. È una difesa esplicita di Musk, inserita in un documento che si presenta come analisi geopolitica. Ricordiamo che Founders Fund, il veicolo di investimento di Peter Thiel, cofondatore di Palantir, è stato tra i primi investitori istituzionali sia in SpaceX che in Palantir stessa. Il punto 16 non è filosofia. È solidarietà di portafoglio

4. Il punto 21 e la questione delle culture ‘regressive’

Nel manifesto Palantir, il punto che ha generato le reazioni più immediate è il 21: ‘Alcune culture hanno raggiunto grandi progressi mentre altre restano regressive e disfunzionali. Il nuovo dogma che tutte le culture siano uguali oscura la verità che alcune culture sono dannose e regressive.’

Mark Coeckelbergh, filosofo della tecnologia all’Università di Vienna, ha parlato di ‘tecnofascismo’. Yanis Varoufakis ha scritto che Palantir ha condensato in 22 punti la propria ‘orribile ideologia’. Un parlamentare britannico ha evocato RoboCop. Queste reazioni sono comprensibili, ma rischiano di fermarsi alla superficie del problema.

La domanda più pericolosa non è se alcune culture siano effettivamente ‘regressive’. La domanda è: chi decide quali culture lo sono? Con quali criteri? E cosa succede quando quel giudizio viene codificato nei sistemi algoritmici che Palantir vende a governi e forze armate?

Palantir non è un think tank. Palantir ha già costruito sistemi che assegnano punteggi di rischio algoritmici agli immigrati per ICE. Palantir gestisce piattaforme di sorveglianza predittiva usate da diverse polizie europee. Palantir alimenta sistemi di targeting militare in teatri di guerra attivi. L’affermazione che alcune culture siano ‘dannose e regressive’, in questo contesto, non è un’astrazione filosofica: è una premessa ideologica che può tradursi, e probabilmente si traduce già, nei parametri con cui quei sistemi classificano, filtrano ed eliminano.

“The new dogma that all cultures are equal obscures the truth that certain cultures and indeed subcultures have proved harmful and regressive.”

Non è un caso che il manifesto Palantir sia stato pubblicato pochi giorni dopo che il Congresso americano aveva iniziato ad esaminare nel dettaglio il contratto ImmigrationOS, il sistema AI da trenta milioni di dollari costruito da Palantir per il Dipartimento per la Sicurezza Interna, che identifica e traccia i migranti irregolari in previsione della deportazione. La tempistica suggerisce che il manifesto serve anche a consolidare una base ideologica di supporto per quei contratti.

5. Il punto 22 e la fine del pluralismo come ‘collante insufficiente’

L’ultimo punto chiude il manifesto Palantir con quella che Karp presenta come una domanda filosofica ma che è, in realtà, un programma politico: ‘Per il mezzo secolo scorso, le società occidentali hanno rifiutato di definire la propria cultura nazionale in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa, esattamente?’

La formula ‘pluralismo vuoto e privo di contenuto’ è la stessa che si trova nei testi del neoreazionarismo americano, quella corrente di pensiero che va da Curtis Yarvin a Nick Land e che Peter Thiel ha contribuito a finanziare e a diffondere. L’idea di fondo è che le democrazie liberali siano strutturalmente incapaci di prendere decisioni difficili, che la mediazione procedurale produca paralisi, e che sia necessario un nucleo di valori condivisi abbastanza denso da poter essere imposto, non semplicemente proposto.

Karp non va fino in fondo nell’esplicitare questa tesi, come è nel suo stile. Ma la direzione è chiara. E la connessione con Thiel, che del manifesto neoreazionario è stato uno dei principali finanziatori intellettuali, non è ornamentale. Palantir fu fondata da Thiel. Thiel ne è ancora presidente del board. Il manifesto pubblicato sull’account X di Palantir è, tra le altre cose, un documento della rete intellettuale che Thiel ha costruito nell’arco di vent’anni.

Il punto 20 aggiunge un tassello: ‘L’intolleranza virulenta verso la fede religiosa presente in certi ambienti va fermata. L’ostilità delle élite alla religione è la prova di quanto chiuso sia il loro progetto politico.’ Karp, per quanto si sappia, non è un uomo di fede. Ma l’argomento serve a costruire un’alleanza con il conservatorismo religioso americano, la stessa alleanza che Thiel ha coltivato con il movimento MAGA e che ora costituisce una base di supporto fondamentale per i contratti governativi di Palantir nell’era Trump.

6. Cosa dice il manifesto su chi lo ha scritto

C’è una voce dissenziente interna che il manifesto Palantir registra, involontariamente. Il punto 9 sostiene che bisogna essere ‘molto più tolleranti verso chi entra nella vita pubblica’, perché una cultura che non lascia spazio alla complessità umana produrrà solo leader incompetenti.

Il punto 18 deplora la cultura dello scrutinio spietato delle vite private dei personaggi pubblici, che allontana i talenti dal servizio pubblico. Il punto 19 critica la cultura della cautela: ‘chi ha paura di dire la cosa sbagliata raramente dice qualcosa di valore.’

Questi tre punti vanno letti insieme. Costruiscono un argomento per l’immunità delle élite dallo scrutinio pubblico. Sono difese preventive contro le conseguenze di ciò che il manifesto stesso contiene. Karp sa che il punto 21, quello sulle culture regressive, è indigeribile per una parte dell’opinione pubblica. Allora costruisce, nello stesso documento, gli argomenti per cui chi lo critica è un bigotto, uno che ostacola la complessità umana, uno che non tollera le sfumature.

È una struttura retorica raffinata. Non è il documento di un ‘villain da fumetto’, come lo ha definito Engadget. Il manifesto Palantir è il documento di qualcuno che ha studiato, che conosce la tradizione filosofica in cui si inserisce, e che ha scelto consapevolmente di pubblicare queste idee sotto il logo di un’azienda che fattura miliardi di dollari in contratti con governi democratici. Questa consapevolezza è esattamente ciò che rende il manifesto più inquietante, non meno.

7. Perché leggerlo adesso

Il manifesto Palantir ha ottenuto trentadue milioni di visualizzazioni. Il titolo del libro da cui è tratto è al primo posto nella classifica del New York Times. Le azioni Palantir hanno perso lo 0,34% il giorno successivo alla pubblicazione: il mercato non ha battuto ciglio. In UK, alcuni parlamentari hanno sollevato domande sui contratti dell’esercito britannico con Palantir. In Europa, nessuna risposta istituzionale di rilievo.

Questa asimmetria è il problema reale. Non le idee di Karp, per quanto molto discutibili. Il problema è che un’azienda con accesso privilegiato ai sistemi decisionali di dozzine di governi ha pubblicato un programma politico esplicito, e la risposta è stata quasi esclusivamente nel registro della critica culturale: ‘sembra un villain’, ‘è come MAGA’, ‘è tecno-fascismo’. Tutte diagnosi probabilmente corrette. Nessuna con conseguenze operative.

Nel frattempo, ImmigrationOS funziona. Maven analizza obiettivi. Lavender ha già prodotto le sue liste. Le piattaforme di polizia predittiva europee elaborate con tecnologia Palantir continuano a operare. I contratti vengono rinnovati. E adesso sappiamo, con la chiarezza che deriva da un manifesto firmato e pubblicato, qual è la visione del mondo di chi gestisce quell’infrastruttura.

Leggetelo con attenzione. Non per sapere cosa pensa Alex Karp. Per capire dentro quale sistema di valori vengono prese, già oggi, alcune delle decisioni più consequenziali sulla vita delle persone.

Romano Dellamore — aprile 2026

Questo manifesto Palantir non va letto come un semplice documento ideologico, ma come una dichiarazione operativa di un attore centrale nei sistemi di intelligence e nelle infrastrutture militari contemporanee.

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Fonte: https://kratologos.it/manifesto-palantir-2026/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 1 Maggio 2026

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