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Leonardo in Arabia Saudita: la Costituzione ripudia la guerra, il governo arma il regime che giustizia gli oppositori

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L’Italia ha una Costituzione che ripudia la guerra, una legge che vieta di vendere armi ai governi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e un’azienda pubblica, Leonardo in Arabia Saudita, che con quel governo fa affari ogni anno di più. Le tre cose stanno insieme grazie a un’interpretazione di comodo e alla certezza che nessuno chiederà conto. Questo articolo prova a farlo.

Riad non è più soltanto un cliente dell’industria militare italiana. Sta diventando un socio protetto dai nostri soldati, e lo diventa mentre batte il proprio record di condanne a morte.

Cosa dice la Costituzione, cosa fa il governo

L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa. L’articolo 2 garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, l’articolo 41 vieta un’iniziativa economica che rechi danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Nel 1990 il Parlamento ha tradotto questi principi nella legge 185, che all’articolo 1 vieta l’export di armi verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni sui diritti dell’uomo, accertate dagli organi dell’ONU, dell’Unione europea o del Consiglio d’Europa.

La legge regge su una parola, «accertate», e i governi la leggono nel modo più stretto possibile. Rapporti di intelligence, denunce dei relatori ONU, dossier delle organizzazioni umanitarie vengono trattati come opinioni finché non arriva un accertamento formale che non arriva mai.

Che la legge funzioni, quando c’è la volontà politica, lo dimostra la storia delle bombe di Domusnovas. Nello stabilimento sardo di RWM Italia, filiale del gruppo tedesco Rheinmetall, si producevano le bombe d’aereo della serie MK che l’aviazione saudita sganciava sullo Yemen. Nell’ottobre 2016 un raid su Deir al-Hajari, nel nord-ovest del Paese, rase al suolo una casa e sterminò una famiglia: il padre, la madre incinta e quattro figli. Tra le macerie c’era un anello di sospensione prodotto da RWM Italia. La licenza per l’Arabia Saudita, rilasciata quello stesso anno, valeva quasi ventimila bombe per oltre 411 milioni di euro.

Nel luglio 2019 il governo Conte sospese le autorizzazioni verso Arabia Saudita ed Emirati, e nel gennaio 2021 le revocò: oltre 12.700 bombe di quella licenza non partirono più. Fu la prima volta che l’Italia usò la 185 per cancellare licenze già concesse. Il governo Meloni, nel 2023, ha tolto quel blocco, e adesso vuole riscrivere la 185 riducendo controlli e trasparenza.

Leonardo in Arabia Saudita, Giorgia Meloni stringe la mano a Mohammed bin Salman
Giorgia Meloni e Mohammed bin Salman

Chi è il cliente

Nel 2025 l’Arabia Saudita ha eseguito 356 condanne a morte, il numero più alto della sua storia. A giugno è stato giustiziato Turki al-Jasser, il giornalista che aveva raccontato la corruzione della famiglia reale. Ad agosto e ottobre sono stati messi a morte Jalal al-Labbad e Abdullah al-Derazi, due giovani della minoranza sciita arrestati per aver partecipato a manifestazioni e funerali quando avevano quindici e diciassette anni, entrambi secondo Human Rights Watch torturati in detenzione.

Jamal Khashoggi, il giornalista ucciso nel consolato saudita di Istanbul nel 2018
Jamal Khashoggi

Sopra tutto questo resta l’omicidio di Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul nel 2018. Nel 2021 l’intelligence americana ha messo per iscritto che il principe ereditario Mohammed bin Salman approvò l’operazione. È lo stesso uomo con cui Giorgia Meloni ha firmato a Riad, nel gennaio 2025, accordi per quasi dieci miliardi, difesa compresa.

Leonardo in Arabia Saudita, Giorgia Meloni e Mohammed bin Salman durante la visita della premier
Giorgia Meloni e Mohammed bin Salman

Settecento militari italiani a difesa di Riad

Da marzo 2026, con la crisi del Golfo e la guerra con l’Iran, l’Italia non si limita a vendere. Ha mandato i suoi militari. La Task Force Air-Arabia conta circa settecento uomini tra Aeronautica ed Esercito, quattro Eurofighter, un aereo radar E-550A e sistemi anti-drone, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein; secondo il Giornale c’è anche una batteria di missili antiaerei SAMP/T. I caccia italiani operano dalla base Re Fahd di Taif, a settanta chilometri dalla Mecca, e a settembre uno degli Eurofighter è stato colpito sulla pista in una base che la stampa indica come bersaglio degli Houthi yemeniti.

Eurofighter Typhoon, i caccia della Task Force Air-Arabia schierati in Arabia Saudita
Un Eurofighter Typhoon

Il Parlamento questa missione non l’ha mai discussa per quello che è, anche se la legge sulle missioni internazionali del 2016 vuole che sia proprio il Parlamento ad autorizzarle. Il 5 marzo la sola maggioranza ha votato una risoluzione generica sul rafforzamento della difesa aerea in Medio Oriente, e nella delibera di maggio l’Arabia Saudita compariva solo dentro l’area geografica. Il ministero della Difesa ha confermato la task force il 30 luglio, dopo le indiscrezioni di stampa, quattro mesi dopo l’arrivo dei primi militari.

Così i soldati di una Repubblica che ripudia la guerra difendono il cielo di un regime che in Yemen la guerra l’ha fatta per anni, e che a terra continua a giustiziare chi lo critica. Le armi vendute e i militari schierati sono le due facce dello stesso impegno, deciso dal governo e tenuto lontano dagli occhi degli italiani.

Cosa gli vendiamo

Al World Defense Show di Riad, a febbraio 2026, l’industria italiana ha fatto il pieno. La WASS di Fincantieri ha firmato il contratto più grande della sua storia, 200 milioni per i siluri MU90, prodotti a Livorno. Leonardo ha venduto alla marina saudita quattro C-27J da pattugliamento marittimo, la prima versione armata di quell’aereo, con siluri e missili antinave. Il ministro Crosetto ha definito i rapporti con Riad «eccellenti».

Leonardo in Arabia Saudita, aereo C-27J di Leonardo, la versione da pattugliamento è venduta alla marina saudita
Un C-27J di Leonardo

Le statistiche raccontano un’altra storia, e va detto. Nella relazione al Parlamento sul 2025 le nuove autorizzazioni verso l’Arabia Saudita risultano calate del 77,5%. Ma i contratti firmati nel 2026 entreranno nelle tabelle solo più avanti, con consegne dal 2029. Il calo è un’ombra contabile: il rapporto non si sta allentando, si sta allungando nel tempo, con forniture, addestramento e assistenza che legheranno le due forze armate per un decennio.

Leonardo in Arabia Saudita: il duale non esiste

Qui arriva la parte di Leonardo in Arabia Saudita che il governo preferisce chiamare civile. A luglio The Helicopter Company, l’operatore controllato dal fondo sovrano saudita PIF, ha ordinato altri undici AW139 per circa 200 milioni, dentro un accordo quadro che gli consente di arrivare fino a centotrenta elicotteri Leonardo. A settembre Leonardo si è aggiudicata, con MAFA e BELTCON, l’automazione dello smistamento bagagli del nuovo Terminal 2 dell’aeroporto di Medina, la città santa dei pellegrinaggi, con installazione dal gennaio 2027: nastri e software di smistamento venduti dallo stesso gruppo che fornisce gli Eurofighter.

Sempre il PIF, secondo la stampa economica, è il partner con cui Leonardo tratta la joint venture paritetica sulle aerostrutture: i quattro stabilimenti di Grottaglie, Foggia, Pomigliano e Nola, quelli che fanno le fusoliere del Boeing 787. La Fiom di Taranto parla di svendita, e la firma prevista per giugno è slittata a fine anno per la guerra in Medio Oriente.

La distinzione tra militare e civile, il famoso duale, qui non regge un minuto. Il PIF non è un investitore privato: è il portafoglio dello Stato saudita, presieduto da Mohammed bin Salman. Leonardo non è un’azienda qualunque: è controllata al 30% dal ministero dell’Economia. Gli elicotteri per il soccorso, i nastri bagagli di Medina e le fusoliere per Boeing escono dagli stessi bilanci, dagli stessi uffici commerciali e dallo stesso tavolo politico che vende siluri e pattugliatori armati. E lo stesso tavolo discute l’ingresso saudita nel GCAP, il caccia di nuova generazione che Italia, Regno Unito e Giappone stanno costruendo, interesse che l’ex amministratore delegato Cingolani definiva «molto concreto».

Stessa azienda, stesso azionista, stesso cliente: cambia solo il catalogo. Ogni elicottero civile rafforza la fiducia che serve a vendere il prossimo sistema d’arma, ogni pezzo di industria del Sud ceduto a Riad diventa una garanzia che nessun governo italiano rischierà più un blocco come quello del 2021. È così che un rapporto commerciale diventa dipendenza, e la dipendenza diventa silenzio.

La Costituzione non è stata violata in un giorno solo. Viene svuotata un contratto alla volta, da uno Stato che a Bruxelles si presenta come difensore dei diritti e a Riad siede, azionista, fornitore e protettore armato, accanto a chi ha fatto a pezzi un giornalista e manda a morte ragazzi arrestati da minorenni. Chiamarlo realismo è la menzogna più comoda: si chiama complicità, ed è il vero volto di Leonardo in Arabia Saudita: il marchio di un’azienda pubblica.

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Fonte: https://kratologos.it/leonardo-in-arabia-saudita/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 12 Ottobre 2026

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