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Le basi USA in Italia e la guerra che passa da casa nostra: cosa hanno interrotto le diciotto donne di Monte Berico

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basi USA in Italia cosa hanno interrotto le diciotto donne di Monte Berico

Ogni mattina, a Vicenza, una fila di soldati americani sale di corsa i gradini che portano alla Basilica di Monte Berico. Maglietta con la scritta Army, passo cadenzato, il santuario in cima come traguardo. Un rito quotidiano, quasi rassicurante nella sua ordinarietà.

Il primo luglio, all’alba, diciotto donne si sono sedute su quei gradini e hanno interrotto la salita. Non con la forza, con la presenza. Kuffiyah al collo, bandiere palestinesi, un cartello, Yankee go home. Per qualche minuto quella scalinata non è stata più un percorso di jogging. È tornata a essere ciò che è davvero: un pezzo di un apparato di guerra. Diciotto donne hanno scelto di posizionarsi sui gradini che conducono alla Basilica della Madonna di Monte Berico. Alcune portavano la kuffiyah sul capo, altre legata alla vita, e indossavano magliette con le scritte “Free Palestine” e “From the river to the sea, Palestine will be free”. Attorno a loro bandiere palestinesi e cartelli di denuncia.

Vicenza non è solo una città d’arte

Il mondo conosce Vicenza per le ville del Palladio e il Teatro Olimpico. Ma sotto le colonne rinascimentali c’è un altro volto, che le guide non raccontano.

La città ospita alcune delle principali installazioni militari statunitensi in Europa. Le caserme Ederle e Del Din sono la casa della 173esima Brigata aviotrasportata e del comando US Army Africa, con migliaia di soldati americani e le loro famiglie. Da qui si proietta la forza degli Stati Uniti verso il Mediterraneo, i Balcani, il Medio Oriente e il continente africano. Le stesse basi, nei mesi scorsi, sono state allertate per il trasferimento di soldati verso Israele.

L’Italia come una portaerei ferma nel Mediterraneo

Vicenza non è un’eccezione, è un nodo di una rete. In Italia si contano circa centoventi installazioni militari statunitensi e oltre dodicimila militari americani. Un Paese intero trasformato in piattaforma logistica e rampa di lancio.

Ad Aviano, in Friuli, hanno sede i caccia F-16 del 31esimo Stormo, pronti per le missioni nel Mediterraneo e in Medio Oriente. E, insieme a Ghedi in Lombardia, la base custodisce le bombe nucleari americane schierate sul suolo italiano.

A Sigonella, in Sicilia, decollano i droni MQ-9 Reaper. La chiamano la portaerei del Mediterraneo: è il centro da cui gli Stati Uniti conducono operazioni e sorveglianza su Nord Africa, Sahel e Medio Oriente, sede operativa del comando Africom.

Poi c’è Camp Darby, tra Pisa e Livorno, il più grande deposito di armi e munizioni statunitensi in Europa, collegato al porto di Livorno e all’aeroporto di Pisa. Da lì passano le catene di rifornimento delle guerre lontane. A Niscemi, un’antenna della Marina americana tiene i fili delle comunicazioni militari. Ogni pezzo di questa rete è italiano sulla carta, americano nell’uso.

La finzione della sovranità

Perché questo è il punto che nessun comunicato ammette volentieri. Formalmente quelle basi appartengono alle forze armate italiane, e gli Stati Uniti vi operano come inquilini, in base ad accordi. Le missioni non di routine, sulla carta, richiedono il via libera di Roma.

Sulla carta. Nella pratica, il consenso italiano è quasi sempre automatico, un timbro più che una decisione. Che sia una finzione lo dimostra proprio la sua rara eccezione: nel marzo 2026 l’Italia ha negato l’uso di Sigonella a certi aerei americani diretti a un’operazione in Medio Oriente, per motivi procedurali. Una volta. Il fatto che abbia fatto notizia dice tutto su quante volte, invece, non dice mai di no.

Il filo che arriva a Gaza

Queste basi non galleggiano nel vuoto della Storia. Sono l’ossatura di un’alleanza precisa. Gli Stati Uniti restano il primo garante militare di Israele, con un memorandum decennale che vale circa tre miliardi e ottocento milioni di dollari l’anno in assistenza militare, difesa antimissile compresa, e forniture di armi che non si sono fermate.

Il cerchio si chiude su una scalinata di provincia. Le munizioni che attraversano un porto toscano, i droni che partono da un’isola siciliana, i paracadutisti veneti mobilitati verso Israele: è la stessa catena che, in fondo, arriva sotto le bombe di Gaza. L’Italia non guarda da lontano. Ospita, lascia fare, e così facendo tiene in mano un pezzo del meccanismo.

Cosa hanno visto le diciotto donne

Ecco perché fermare, anche per pochi minuti, quella salita non era un gesto folcloristico. Era un modo per rompere l’automatismo con cui la guerra sparisce dalla coscienza di chi le vive accanto.

Qualcuno, negli anni, in quella corsa quotidiana al santuario ci ha letto perfino un rito di espiazione: si sale a farsi perdonare, mentre a valle la macchina continua a girare. Le manifestanti, molte oltre i sessant’anni, non hanno alzato le mani su nessuno. Hanno usato l’arma più scomoda per chi comanda, la disobbedienza civile nonviolenta, per costringere una città a guardarsi allo specchio.

Le diciotto donne non hanno fermato una guerra. Hanno fermato una salita. Ma hanno messo il dito dove fa male: che dai droni di Sigonella si sorveglia il Mediterraneo in cui si decide chi vive, che dal porto di Livorno passano le munizioni delle guerre americane, e che ogni volta che Roma non dice no, firma. La complicità non ha bisogno di ordini, le basta un permesso mai negato. Ecco cosa sale davvero ogni mattina i gradini di Monte Berico: non soldati che corrono, un consenso che preferisce non essere visto.

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Fonte: https://kratologos.it/basi-usa-in-italia-guerra-monte-berico/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 21 Luglio 2026

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