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Board of Peace: mentre Trump vende la pace di Gaza, l’annessione della Cisgiordania svuota i villaggi casa per casa

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Annessione della Cisgiordania: un avamposto di coloni israeliani sopra un villaggio palestinese in Area C

A Gaza il potere annuncia la pace, e con l’altra mano prende la terra. L’annessione della Cisgiordania avviene in silenzio, un pascolo, un pozzo, una casa alla volta: è l’annessione della Cisgiordania condotta senza fotografie, e fa più danni proprio perché nessuno la vede. Sul confine di Gaza, invece, ha smesso di vergognarsi: la stessa fame di terra sfila a viso aperto, con le telecamere accese e mezzo governo al seguito.

La pace di Gaza ha una vetrina: si chiama Board of Peace, la presiede Donald Trump, nasce dal piano avallato dalla risoluzione ONU 2803. Cessate il fuoco dal 10 ottobre 2025, ostaggi liberati, disarmo di Hamas, ritiro israeliano. Tutto messo a verbale.

Fuori dal verbale ci sono le persone. E per loro il conto non torna.

La pace annunciata, la fame reale

Dentro la Striscia il cessate il fuoco, dicono i residenti, esiste solo sulla carta. Da ottobre sarebbero oltre 1.100 i palestinesi uccisi, con raid e demolizioni che continuano quasi ogni giorno.

La tregua non ha fermato la fame. Quattro bambini su cinque a Gaza rischiano livelli catastrofici di denutrizione nel 2026, e il numero dei piccoli a rischio di morte per malnutrizione è triplicato in pochi mesi.

L’acqua arriva col camion per tre famiglie su quattro. Nelle tende tornano scabbia, polmoniti, diarrea, e c’è chi misura la carestia in mesi, non in settimane. Questo è il prodotto che il consiglio dice di aver consegnato.

L’annessione della Cisgiordania arriva a Gaza: la marcia, gli avamposti, i fondi

Chiamatela col suo nome. Non è un “conflitto”, non è una “disputa territoriale”, non è nemmeno più annessione strisciante. È colonizzazione a cielo aperto: il furto di una terra mentre chi la abitava viene affamato, bombardato e spinto via. Il 19 luglio, sulla recinzione di Gaza, il progetto ha smesso perfino di fingere.

Migliaia di coloni hanno marciato sul confine nord della Striscia per riprendersi gli insediamenti smantellati nel 2005, come padroni che tornano a reclamare una proprietà. In testa non c’erano estremisti isolati, ma lo Stato in persona: il ministro Itamar Ben Gvir, il ministro Bezalel Smotrich e, secondo gli organizzatori, ventotto tra ministri e parlamentari della coalizione.

Lo slogan non lasciava dubbi. Questa terra ci appartiene, torneremo a prendercela. Non una richiesta: una sentenza pronunciata da chi ha le armi.

La messa in scena del possesso

Una marcia non conquista un metro sul piano militare, e loro lo sanno. Serve a un’altra cosa: normalizzare il furto, trasformarlo in festa di popolo prima che diventi legge.

Mentre le forze di sicurezza si facevano da parte, i cortei sfilavano indisturbati. Adesivi “Gaza è nostra per sempre”, bandiere per il Terzo Tempio, famiglie in gita sulla frontiera di un genocidio. La piazza celebra, il governo firma.

Non è la protesta contro il potere: è il potere travestito da folla, la stessa mano che porta avanti l’annessione della Cisgiordania e adesso la vuole replicare su Gaza.

Gli avamposti come apripista

Poi la festa diventa cemento. Il ministro della Difesa Israel Katz ha confermato tre insediamenti di tipo Nahal nel nord di Gaza.

Il modello Nahal è la maschera perfetta: nasce come base militare, si traveste da comunità agricola e non se ne va più. È il colono in uniforme che pianta la bandiera, poi cambia vestito e resta padrone. Sempre lo stesso film, sempre lo stesso finale.

Chi ha visto la colonizzazione divorare la Cisgiordania conosce a memoria il copione.

I soldi che non dovevi vedere

Ogni rapina ha bisogno di un finanziatore, e qui il finanziatore è lo Stato. Smotrich ha sbloccato 1,3 miliardi di shekel, oltre 300 milioni di euro, per finanziare l’annessione della Cisgiordania e gonfiare avamposti e colonie nei territori occupati.

Il particolare che li smaschera è il segreto. La cifra è stata tenuta nascosta per settimane, per non disturbare i diplomatici col rumore dei soldi. Si paga la colonizzazione sottobanco e la si sventola quando conviene, a ridosso delle elezioni di ottobre.

L’annessione, prima ancora che una conquista, è un capitolo di spesa votato a bilancio.

La geografia della sottrazione

Mentre la piazza canta e i milioni scorrono, la mappa viene riscritta col sangue. Sulla base delle informative militari, l’esercito israeliano controlla oggi circa il 65% del territorio di Gaza, e due milioni di sopravvissuti sono stipati nell’ultimo terzo che resta.

Non è l’emergenza umanitaria capitata per caso. Peace Now e il centro Al Mezan la chiamano col suo nome: demolizione e deportazione mascherata da emigrazione volontaria, la stessa logica dell’annessione della Cisgiordania, per svuotare la terra e prendersela vuota.

La legge calpestata, e l’impunità che la sostituisce

Due anni fa la Corte internazionale di giustizia ha detto ciò che andava detto: la presenza israeliana nei territori occupati è illegale, e Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est sono un’unica terra da cui Israele deve andarsene.

Due anni dopo, quel verdetto vale meno della carta su cui è scritto. Una sentenza senza chi la fa rispettare non è legge, è un buon proposito, e l’impunità diventa il privilegio di chi può calpestarla e farsi pure applaudire.

Il ritorno dei ladri di terra

Il governo Netanyahu chiama tutto questo “ritorno storico”, e lo pretende alla velocità della luce. È la vecchia truffa del colonialismo: evocare un passato remoto per giustificare una rapina presente, coprire con la Bibbia ciò che sul terreno è espropriazione, pulizia e macerie.

Nessun mito esclusivo cancella le civiltà che hanno costruito la Palestina. Ma non serve cancellarle sui libri: basta occupare la terra mentre il mondo discute educatamente quale nome darle, che sia annessione della Cisgiordania o nuove colonie a Gaza. La marcia sul confine è l’annuncio dei ladri che tornano sul luogo del delitto, sicuri che dall’altra parte del mondo nessuno muoverà un dito.

L’Europa che si gira dall’altra parte

Nel settembre 2025 mezza Europa ha riconosciuto lo Stato di Palestina, portando i riconoscimenti a 157 Stati su 193. Poi si è fermata lì. Il riconoscimento è costato una dichiarazione, l’annessione va avanti senza pagare nulla.

È un’ipocrisia che si misura sui fatti. Si firma un attestato di sovranità su una mappa che nel frattempo viene svuotata a colpi di intimidazioni, e nessuna capitale europea muove un dito che pesi davvero: nessuna sanzione seria, nessun blocco degli accordi, nessuna conseguenza per chi spara.

In mezzo resta solo la società civile, ultimo baluardo: attivisti, volontari e difensori dei diritti umani che fanno da presenza protettiva accanto alle famiglie. Ma anche questo argine viene smontato, con ONG espulse e bollate come terroriste e volontari stranieri deportati.

Questa non è pace, è un’annessione condotta a mani nude sotto gli occhi di tutti. I coloni ultraconservatori sparano, l’esercito li copre, il catasto firma, e l’Europa guarda dall’altra parte mentre distribuisce attestati di buona coscienza.

Un giorno si scriverà che tutto questo è accaduto alla luce del sole, con i video, con i rapporti dell’ONU, con i nomi dei villaggi svuotati. E la domanda non sarà come non lo sapevamo, ma perché, pur sapendo, abbiamo lasciato che l’ultimo baluardo restasse la buona volontà di pochi attivisti disarmati. La pace annunciata a Gaza e le case svuotate in Cisgiordania sono lo stesso potere. A chi lo guarda restano due sole scelte: raccontarlo, o essere complice del silenzio.

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Fonte: https://kratologos.it/annessione-della-cisgiordania/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 22 Luglio 2026

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