fosforo bianco Israele lo usa contro popolazioni civili da diciassette anni. È un crimine di guerra. Non è stato processato nessuno, e non è per mancanza di prove: le prove ci sono tutte, con date, coordinate, nomi delle vittime e numeri di lotto stampigliati sul metallo.
Il motivo dell’impunità è scritto in un trattato del 1980. Quel trattato vieta le armi incendiarie e poi, all’articolo 1, elenca cosa non conta come arma incendiaria. In quell’elenco ci sono i fumogeni. Israele qualifica il fosforo bianco come fumogeno e la questione è chiusa da quarantasei anni.
Chi ha scritto quell’elenco sono gli Stati che quelle munizioni le fabbricavano. Gli stessi che oggi le riempiono in Arkansas e le consegnano a Israele. Non è un vuoto del diritto internazionale: è il diritto internazionale che fa il lavoro per cui è stato costruito.

Cosa fa il fosforo bianco a un corpo umano

Il fosforo bianco è un solido ceroso che si incendia da solo appena tocca l’ossigeno dell’aria e supera gli ottocento gradi. Non esplode: aderisce. Si attacca alla pelle e continua a bruciare per reazione termica e chimica finché ha ossigeno, cioè finché non ha finito il tessuto, il muscolo e l’osso.
I frammenti rimasti incombusti dentro le ferite si riaccendono quando il personale sanitario toglie le bende. Il medico che medica riapre l’ustione. Questo va detto per intero, perché è il punto in cui la parola fumogeno diventa oscena.
L’assorbimento attraverso la cute avvelena l’organismo e porta al cedimento progressivo di fegato, reni e cuore. L’inalazione dei fumi acri brucia le vie respiratorie, provoca lesioni polmonari e danni oculari permanenti. Si muore anche senza fiamma addosso, giorni dopo, per insufficienza d’organo.
Non è un’arma da campo di battaglia. È una tortura sparata a distanza, e chi la sceglie sa esattamente che effetto produce, perché lo ha letto sui manuali prima che sui referti.
E cosa fa a una terra

Gli animali subiscono le stesse ustioni degli esseri umani e si avvelenano ingerendo residui contaminati nell’acqua e nel pascolo. Le particelle incandescenti innescano incendi boschivi e agricoli che nessuno riesce a spegnere in tempo.
Nel suolo e nei sedimenti privi di ossigeno il fosforo resta intatto per anni, conserva la sua tossicità e torna a incendiarsi appena il terreno viene smosso. Un contadino che ara il proprio campo due estati dopo può riaccendere l’arma con la lama dell’aratro.
Questo significa che l’attacco non finisce quando finisce il bombardamento. Colpisce il raccolto, l’acqua, la terra e chi tornerà a lavorarla. Bruciare i campi di chi vive di quei campi ha un nome preciso, e non è danno collaterale: è punizione collettiva.
Una legge scritta dagli imputati
Il Protocollo III della Convenzione sulle armi convenzionali nasce nel 1980, dopo le fotografie del napalm in Vietnam. Doveva essere la risposta del mondo civile a quelle immagini. È un colabrodo progettato a tavolino.
Vieta le armi incendiarie lanciate dall’aria contro obiettivi militari dentro concentrazioni di civili. Per quelle sparate da terra, come i proiettili da 155 millimetri, il divieto si scioglie in condizioni che ogni comando recita a memoria. La vittima brucia allo stesso modo, ma il diritto guarda da dove è partito il colpo.
La falla sta nel testo, non nell’interpretazione. L’articolo 1 chiama arma incendiaria solo ciò che è progettato principalmente per incendiare oggetti o ustionare persone, poi elenca le esenzioni: munizioni con effetti incendiari incidentali, come illuminanti, traccianti, fumogeni o sistemi di segnalazione.
Israele non ha mai ratificato il Protocollo III. Gli Stati Uniti lo hanno ratificato nel gennaio 2009 riservandosi per iscritto la facoltà di usare armi incendiarie dentro concentrazioni di civili quando lo ritengano meno dannoso di un’alternativa. Hanno firmato quella riserva mentre il fosforo americano bruciava una scuola dell’ONU a Beit Lahiya.
Restano i principi consuetudinari di distinzione, proporzionalità e precauzione, che vincolano tutti anche senza firma. Sono ottimi principi. Non esiste nessuno disposto ad applicarli contro Israele, e questo li rende carta.
Nel 1979 la maggioranza degli Stati voleva vietarle. Vinse chi le fabbricava
Alla conferenza diplomatica del 1979 la maggioranza degli Stati era favorevole al divieto totale delle armi incendiarie, e sta a verbale. Ne uscì il testo opposto: vietata una traiettoria, assolta l’altra, con l’elenco delle esenzioni in coda.
Messico, Romania, Finlandia ed Egitto chiesero subito di correggerlo nelle conferenze di revisione. Quarantasei anni dopo non è ancora successo.
Chiamarlo vuoto normativo è falso e conviene a tutti. Un vuoto è ciò che nessuno aveva previsto. Qui la maggioranza chiedeva il divieto, una minoranza armata ha imposto l’eccezione, e l’eccezione è diventata il testo firmato. È una vittoria diplomatica delle industrie belliche, e va chiamata così.
La guardia è ancora montata. Conferenza di revisione del 2021: Cuba e Russia rifiutano. 2022: le armi incendiarie spariscono dal rapporto finale per la prima volta dal 2011. Novembre 2023 e novembre 2024: la Russia blocca perfino l’apertura di consultazioni informali e ottiene di nuovo il silenzio nel documento conclusivo. Basta una delegazione per togliere dall’agenda un’arma che consuma i bambini fino all’osso.
Gaza, gennaio 2009: l’ospedale, la sede dell’ONU, la scuola
Rain of Fire è il rapporto con cui Human Rights Watch ricostruì sei episodi dell’operazione Piombo Fuso, con date, coordinate e nomi delle vittime.
Il 4 gennaio, a Siyafa, nel nord della Striscia, un proiettile colpisce la casa della famiglia Abu Halima mentre sono riuniti nel corridoio. Muoiono il padre Sa’dallah, quarantacinque anni, e quattro figli. Il più piccolo, Shahid, ha quindici mesi.
Il 15 gennaio, nel quartiere Tel al-Hawa di Gaza City, viene colpito l’ospedale al-Quds mentre cura una cinquantina di pazienti e ospita cinquecento civili in fuga. Lo stesso giorno, nel quartiere Rimal, almeno tre proiettili centrano il quartier generale dell’UNRWA dove si sono rifugiate settecento persone: quattro edifici distrutti, dieci milioni di dollari di danni, 3,7 milioni di sole forniture mediche incenerite.
Il 17 gennaio un proiettile perfora il tetto di una scuola dell’UNRWA a Beit Lahiya che ospita milleseicento sfollati e finisce dentro un’aula. Muoiono due fratelli: Bilal al-Ashqar, cinque anni, e Muhammad, quattro.
Dodici civili uccisi in sei episodi, tre donne e sette bambini. Un ospedale, una sede delle Nazioni Unite e una scuola piena di profughi, cioè i tre bersagli che il diritto di guerra protegge più esplicitamente, centrati in quarantotto ore dalla stessa munizione.
Un esercito che dispone delle migliori mappe satellitari della regione non centra per errore tre volte di seguito gli unici tre luoghi che non poteva colpire. Quegli attacchi sono stati decisi, autorizzati ed eseguiti. Chiamarli errori è una menzogna, e ripeterla oggi significa lavorare per chi li ha ordinati.
La menzogna in tre tempi è una procedura di Stato
Primo tempo, la negazione. Il 6 gennaio 2009 il portavoce militare israeliano sostiene che il fosforo serve solo a marcare gli obiettivi, poi nega l’impiego. Il 7 gennaio, alla CNN, la formula diventa che il fosforo bianco non viene assolutamente utilizzato.
Secondo tempo, il 13 gennaio. Le smentite finiscono di colpo e arriva la frase di servizio: l’esercito usa armi conformi al diritto internazionale. Nessuno spiega perché il giorno prima quelle armi non esistevano.
Terzo tempo, il furto del testimone. Il 15 gennaio il portavoce Mark Regev rimanda alla Croce Rossa, che secondo lui non avrebbe riscontrato illeciti. Il 17 gennaio il Comitato internazionale è costretto a smentire pubblicamente. Olmert intanto dichiara che Hamas sparava dal complesso dell’UNRWA, e il direttore dell’agenzia John Ging lo smentisce senza attenuanti.
Negare, ammettere, arruolare un testimone che non ha parlato. La stessa sequenza si ripete identica in ogni ciclo successivo, in due Paesi diversi, per diciassette anni. Non è una comunicazione maldestra: è una procedura scritta, applicata da un apparato statale, e funziona perché i nostri governi fingono di crederci.
Il 2013 e le due eccezioni che nessuno può leggere
Nel maggio 2013, sotto ricorso davanti alla Corte suprema israeliana, l’esercito annuncia che ridurrà in modo significativo l’uso di fosforo bianco nelle aree urbane, poi propone un divieto nei centri abitati con due eccezioni. Le eccezioni vengono presentate in un’udienza riservata da cui i ricorrenti e i loro avvocati sono stati fatti uscire.
[Human Rights Watch chiese di trasformare quell’impegno in un divieto vero](hrw2013). Il 12 luglio la Corte rifiutò di renderlo vincolante. L’esercito promette di limitarsi da solo, si tiene due deroghe segrete e ottiene dai giudici del suo Paese la garanzia che nessuno potrà verificare niente.
Dieci anni dopo, l’11 ottobre 2023, [Human Rights Watch documenta esplosioni in quota di proiettili da 155 millimetri sopra il porto di Gaza City](hrw2023). Le due eccezioni segrete hanno fatto esattamente il lavoro per cui erano state scritte.
Libano: dal 2006 al marzo 2026, la stessa arma sugli stessi villaggi
Il 22 ottobre 2006, dopo settimane di smentite, il ministro israeliano Yaakov Edery ammise l’uso di proiettili al fosforo nella seconda guerra del Libano, sostenendo che fossero caduti su obiettivi militari in campo aperto.
Dall’ottobre 2023 il copione riparte. Amnesty International ha verificato gli attacchi su al-Mari, Aita al-Chaab e Dhayra, dove almeno nove civili finiscono in ospedale con le vie respiratorie bruciate, e ha chiesto che Dhayra fosse indagato come crimine di guerra. Non è stato aperto nulla.
Otto mesi dopo, [Human Rights Watch documenta l’uso in almeno diciassette comuni del sud del Libano](leb24), con esplosioni in quota sopra aree residenziali in cinque di essi. Al 28 maggio 2024 i feriti da esposizione sono almeno centosettantatré.
Un proiettile che scoppia in quota sparpaglia centosedici cunei di feltro imbevuti di fosforo su un’area fra i centoventicinque e i duecentocinquanta metri di diametro. A quell’altezza nessuno può decidere dove cadranno, e chi spara lo sa prima di sparare. Sparare in quota sopra un paese abitato è per definizione un attacco indiscriminato.
Il 3 marzo 2026, sopra Yohmor, [Human Rights Watch ha verificato e geolocalizzato nuove esplosioni in quota di proiettili della serie M825](leb26), con incendi sui tetti delle case entro centosessanta metri. All’8 marzo il bilancio complessivo di quell’escalation in Libano era di trecentonovantaquattro morti.
Diciassette anni, due Paesi, la stessa munizione, la stessa quota di scoppio, lo stesso tipo di bersaglio. Non è una serie di eccezioni: è la dottrina operativa di un esercito che ha verificato sul campo di poterlo fare senza conseguenze.

Il fosforo parte dal Naqab e torna sul Libano dentro un proiettile
Israele non assembla quelle munizioni, ma non è affatto fuori dalla filiera. Ne occupa il primo anello.
La ICL Group, ex Israel Chemicals, è la maggiore azienda chimica israeliana ed estrae fosfati nel deserto del Naqab attraverso la controllata Rotem Amfert Negev. Il centro di ricerca Who Profits scrive che la società fornisce fosforo bianco per la produzione di munizioni destinate al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.
Il resto della catena è americano. Gli involucri metallici dei proiettili da 155 millimetri M825 e M825A1 escono dall’industria della difesa statunitense, General Dynamics compresa. Il caricamento chimico avviene al Pine Bluff Arsenal, in Arkansas, che l’esercito americano definisce l’unico impianto dell’emisfero settentrionale dove le munizioni al fosforo bianco vengono riempite.
Poi i proiettili tornano in Israele attraverso gli aiuti militari e le vendite Foreign Military Sales, cioè con i soldi del contribuente statunitense e la firma del suo governo.
L’inchiesta del Washington Post sui resti di tre munizioni raccolte a Dheira ha ricondotto due proiettili all’Arkansas e uno alla Louisiana. I residui di Gaza del 2009 riportavano al Louisiana Army Ammunition Plant, aprile 1989. I proiettili fotografati dalla Reuters in mano all’artiglieria israeliana portavano le marcature del Pine Bluff Arsenal, settembre 1991.
Il cerchio si chiude così: la materia prima parte da un deserto israeliano, attraversa l’Atlantico, viene caricata dentro un proiettile in Arkansas, torna indietro e brucia i villaggi del sud del Libano. Non c’è nessun anello di questa catena che possa dichiararsi all’oscuro. Ognuno sa cosa passa dalle proprie mani.
Washington non è complice, è coautrice
La parola complicità qui è troppo generosa e va buttata via. Complice è chi presta la macchina senza chiedere dove vai.
Gli Stati Uniti progettano il proiettile, lo riempiono di fosforo, lo consegnano dopo aver letto i rapporti che ne documentano l’uso sui civili, difendono nelle sedi negoziali la definizione che lo rende lecito, e sanzionano il tribunale che potrebbe occuparsene. Questo non è assistere a una guerra: è farla in appalto.
Chi fornisce l’arma sapendo come verrà usata risponde di quello che l’arma fa. Vale nei codici penali di tutti i Paesi che si dichiarano civili, e smette misteriosamente di valere quando l’utilizzatore finale è Israele.
Il fascicolo della Corte penale esiste. Il fosforo non c’è dentro
Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant: come crimini di guerra la fame usata come metodo di guerra e gli attacchi intenzionali contro la popolazione civile, come crimini contro l’umanità omicidio, persecuzione e altri atti inumani, per il periodo fra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024.
Il fosforo bianco non c’è.
L’arma documentata meglio di qualsiasi altra, con numeri di lotto, coordinate, referti e diciassette anni di rapporti verificati, è rimasta fuori dall’imputazione. Il motivo è politico e si spiega in una riga: contestare la fame significa accusare due uomini, contestare il fosforo significa accusare la definizione del 1980, l’Arkansas, la Louisiana e il governo che firma le consegne.
Poi c’è la rappresaglia. Il 6 febbraio 2025 un ordine esecutivo statunitense apre le sanzioni contro il personale della Corte penale internazionale, con congelamento dei beni e divieto d’ingresso estesi ai familiari. Il 13 febbraio viene colpito il procuratore. Il 5 giugno tocca a quattro giudici.
Uno Stato armato ha punito i magistrati di un tribunale internazionale per avere scritto due nomi su un mandato. Se lo avesse fatto la Russia o la Cina lo chiameremmo per quello che è, cioè un attacco frontale alla giustizia internazionale. Lo ha fatto Washington, e i nostri giornali lo hanno messo in cronaca breve.
I complici hanno un nome e una funzione
Questa catena non si regge sul silenzio di nessuno. Si regge sul lavoro attivo di soggetti precisi, e vale la pena elencarli in ordine, perché ognuno di loro potrebbe fermarla domattina.
Chi decide di sparare è il comando militare israeliano. Ha ripetuto l’impiego in due Paesi dopo ogni singolo rapporto pubblicato, dal 2009 al marzo 2026. Non ha mai smesso perché nessuno lo ha costretto a smettere.
Chi estrae la materia prima è la ICL Group, che scava fosfati nel Naqab e li immette nella catena di approvvigionamento militare statunitense. Chi costruisce gli involucri è l’industria della difesa americana, General Dynamics compresa. Chi li riempie di fosforo è il Pine Bluff Arsenal, che non è un’azienda privata ma un’installazione dell’esercito degli Stati Uniti: a caricare quei proiettili è direttamente uno Stato.
Chi firma le consegne è il governo americano, attraverso gli aiuti militari e le vendite Foreign Military Sales. Ha continuato a firmarle dopo Rain of Fire nel 2009, dopo i rapporti sul Libano del 2023 e del 2024, dopo Yohmor. Ogni consegna successiva a un rapporto è una decisione presa da qualcuno che quel rapporto lo aveva sul tavolo.
Chi ha costruito l’impunità sono i negoziatori del 1980, che hanno infilato i fumogeni nell’elenco delle esenzioni contro la volontà della maggioranza della sala. Chi la difende oggi sono le delegazioni che a Ginevra cancellano le armi incendiarie dall’ordine del giorno, con la Russia in prima fila e nessuno che le imponga un voto.
Chi non processa è la Corte penale internazionale, che ha aperto il fascicolo, ha scritto i capi d’accusa e ha lasciato fuori l’arma meglio documentata di tutte. Chi punisce i giudici è Washington, con il congelamento dei beni e il divieto d’ingresso esteso ai familiari.
Chi tace sono i governi europei. Finanziano l’UNRWA con una mano, si commuovono per le scuole bruciate nelle dichiarazioni ufficiali, e non hanno sospeso una sola fornitura né aperto un solo procedimento. L’Italia compresa, che sul fosforo bianco non ha mai preteso niente da nessuno.
E chi copre è la stampa che continua a scrivere fumogeni senza spiegare da dove arriva quella parola, chi l’ha messa nel trattato e a chi serve. Ripetere il lessico dell’aggressore non è neutralità professionale. È l’ultimo anello della catena, quello che tiene ferma l’opinione pubblica mentre gli altri lavorano.
Nel 1980 il mondo scrisse un trattato perché le immagini del napalm non si ripetessero. La maggioranza degli Stati voleva vietare quelle armi e basta. Vinse la minoranza che le produceva, e il testo uscì con l’elenco delle esenzioni allegato.
Quarantasei anni dopo, il fosforo estratto nel Naqab viene caricato nei proiettili in Arkansas, torna in Israele con i soldi americani e brucia i villaggi del sud del Libano. L’esercito che lo spara nega, ammette e giustifica ogni volta con la stessa sequenza. La Corte che potrebbe processarlo ha il procuratore e quattro giudici sotto sanzione di Washington. A Ginevra basta una delegazione per cancellare l’argomento dall’ordine del giorno. E l’Europa, che ha finanziato l’UNRWA e conta i propri morti nelle commemorazioni, firma comunicati di preoccupazione e passa al punto successivo.
Israele commette crimini di guerra con il fosforo bianco dal 2009 e non ha mai pagato niente. Gli Stati Uniti glieli rendono possibili e puniscono chi prova a giudicarli. L’ordine internazionale basato sulle regole non è in crisi e non viene aggirato: sta funzionando esattamente come è stato progettato, perché a scriverlo sono stati loro.
Un bambino di quindici mesi bruciato vivo nel corridoio di casa non è un incidente del diritto internazionale. È il risultato previsto di una norma redatta da chi non voleva essere fermato, esentato per iscritto all’articolo 1, comma 1, lettera b. Questa non è una lacuna da colmare con un emendamento. È la forma più raffinata di impunità che il potere abbia mai messo su carta, e va detta ad alta voce finché qualcuno non si vergogna abbastanza da cambiarla.
Leggi anche su kratologos
Università e industria militare: Padova, Israele e la filiera delle armi
Flotilla Gaza in acque internazionali: come si abroga il diritto del mare
Due pesi e due misure: l’Occidente e i diritti umani
I libri di Romano Dellamore
Novità
L’Anticristo
Peter Thiel, Palantir e la PayPal Mafia
Architetture del Controllo
Sorveglianza, armi autonome, guerra privatizzata
Newsletter
Un capitolo in regalo
Lascia la mail e scarichi subito il capitolo de L’Anticristo sulla causa che ha chiuso Gawker. Poi ti scrivo solo quando pubblico qualcosa che vale il tuo tempo.
Fonte: https://kratologos.it/fosforo-bianco-israele-gaza-libano/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 17 Agosto 2026