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Flotilla Gaza in acque internazionali: come si abroga il diritto del mare senza votare niente

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Ci sono due modi per cancellare una norma. Il primo è abrogarla, e richiede un voto, una firma, qualcuno che se ne assuma la responsabilità davanti a un parlamento. Il secondo è violarla ripetutamente davanti a testimoni che si limitano a esprimere preoccupazione.

Al largo di Creta, tra il 29 e il 30 aprile 2026, è andato in scena il secondo metodo. La Flotilla Gaza in acque internazionali non è stata una deviazione dalla regola: è stata la dimostrazione che il secondo metodo funziona.

Flotilla Gaza in acque internazionali: cosa è successo al largo di Creta

La Marina israeliana ha intercettato una ventina delle cinquantotto imbarcazioni della Global Sumud Flotilla a circa cinquecento miglia nautiche dalla costa palestinese. Non nelle acque di Gaza. Nel Mediterraneo, al largo di un’isola greca.

Droni sopra le teste. Puntatori laser sui ponti. Truppe d’assalto che salgono a bordo di imbarcazioni civili disarmate in mare aperto.

Le persone fermate sono state centosettantacinque secondo il ministero israeliano, tra cui oltre venti cittadini italiani. Trattenute circa quaranta ore, poi sbarcate in Grecia.

Due non hanno seguito gli altri. Thiago Ávila, brasiliano, e Saif Abu Keshek, spagnolo di origine palestinese, sono stati trasferiti in Israele per essere interrogati. Il primo accusato di affiliazione a un’organizzazione terroristica, il secondo di attività illegali.

Quali attività illegali. Navigare verso Gaza con aiuti umanitari.

I trofei diplomatici: perché proprio quei due nomi

La selezione non è casuale. Non lo è mai, con Netanyahu.

Ávila è brasiliano, Abu Keshek è spagnolo. Brasile e Spagna sono i due governi occidentali che più di ogni altro hanno assunto posizioni pubblicamente critiche verso l’operato israeliano a Gaza. Lula ha ritirato l’ambasciatore da Tel Aviv. Sánchez ha riconosciuto lo Stato palestinese e ha chiesto l’embargo sulle armi.

Entrambi pagano adesso un prezzo concreto e visibile: i loro cittadini nelle mani di un governo straniero, accusati di terrorismo per aver navigato in acque internazionali.

La logica è di una semplicità brutale. Chiunque critichi Israele in modo sostanziale, non retorico, troverà prima o poi il modo per essere punito. Non con le sanzioni, non con la diplomazia, ma con atti diretti e simbolicamente inequivocabili.

Sánchez e Lula si trovano ora nella posizione peggiore. Alzare la voce significa portare lo scontro con Tel Aviv a un livello che nessuno dei due controlla. Tacere significa lasciare i propri cittadini in mano a un governo straniero senza alcuna base giuridica, e avallare l’operazione con il silenzio.

Il naufragio del diritto del mare nel Mediterraneo

Su questo punto il diritto internazionale non lascia margini. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che le navi battenti bandiera di uno Stato godono dell’immunità in alto mare. L’abbordaggio forzato di una nave civile in acque internazionali è pirateria, salvo casi tassativi che a una flotta umanitaria non si applicano.

Israele quella Convenzione non l’ha firmata. Ma il diritto consuetudinario del mare, che la precede e ne costituisce la base, vincola tutti gli Stati a prescindere dalla firma. Valeva nel 2010, quando l’assalto alla Mavi Marmara costò la vita a dieci attivisti. Vale adesso.

Il problema quindi non è la mancanza di una norma, di una procedura o di un tribunale abbastanza autorevole. Il problema è che chi ha il potere di far rispettare quella norma ha calcolato che non gli conviene.

Così il Mediterraneo smette di essere uno spazio comune regolato dal diritto e diventa una zona di proiezione militare unilaterale. Quando la forza precede la norma, il mare cessa di funzionare come ponte e comincia a funzionare come frontiera.

Lavender e il manifesto in ventidue punti

Per capire la natura della forza che Israele proietta bisogna guardare dentro la macchina che opera a Gaza. Il sistema Lavender, documentato da +972 Magazine, è un programma di intelligenza artificiale che genera automaticamente liste di obiettivi da eliminare.

Non è uno strumento di supporto alla decisione umana. Produce bersagli in autonomia, con una soglia di vittime civili accettabili stabilita per via algoritmica. Non un generale, non un consiglio di guerra, non un tribunale militare. Un parametro.

La percentuale di errore era già incorporata nel progetto come costo operativo previsto. Gli operatori umanitari di World Central Kitchen colpiti da attacchi aerei in sequenza deliberata non sono stati una disfunzione del sistema: sono stati il sistema che funzionava come previsto.

Palantir fornisce sistemi di intelligenza artificiale alle forze israeliane e ha rinnovato il contratto nel 2024. Mentre Lavender compilava le sue liste, l’azienda pubblicava un manifesto in ventidue punti in cui il punto quattro annuncia che l’hard power sarà costruito sul software, il punto cinque liquida come teatrali i dibattiti etici sulle armi autonome e il punto ventuno definisce alcune culture dannose e regressive.

È il passaggio che i giornali generalisti continuano a non fare. Palantir non è un’azienda tecnologica con opinioni politiche discutibili. È l’infrastruttura cognitiva e operativa di alcune delle operazioni militari più letali del decennio, e ha appena messo per iscritto la filosofia che la giustifica. Ne ho scritto in dettaglio nell’analisi del manifesto Palantir.

La nota molto dura: l’Italia e la sua contraddizione

L’Italia occupa in questa vicenda una posizione che meriterebbe ben altra attenzione pubblica. A bordo c’erano cittadini italiani. L’abbordaggio è avvenuto nel Mediterraneo, lo stesso mare che Roma definisce da decenni parte del proprio spazio strategico naturale.

La risposta di Palazzo Chigi è stata una nota molto dura nei confronti di Netanyahu.

Nessuna convocazione dell’ambasciatore israeliano. Nessuna sospensione delle forniture militari, che pure esistono e proseguono. Nessuna richiesta formale di rilascio per via europea. Una nota.

La contraddizione è strutturale. Meloni ha costruito la propria immagine internazionale su una retorica sovranista che in teoria dovrebbe includere il rispetto della sovranità dei mari e la tutela dei cittadini all’estero. In pratica il legame con Washington e con l’asse Netanyahu e Trump, di cui il governo italiano cerca di far parte, rende impensabile qualsiasi reazione che vada oltre il comunicato serale.

Il metro di giudizio si vede meglio confrontando due casi. Il pescherello libico che sconfina nelle acque territoriali italiane viene sequestrato e il comandante finisce sotto processo. La marina militare di uno Stato straniero che abborda navi civili in acque internazionali riceve una nota molto dura. Questa asimmetria ha un nome e un cognome, e non è una svista.

Merz, il vassallo punito

Mentre Netanyahu consolidava la propria impunità nel Mediterraneo, dall’altra parte dell’Atlantico si consumava una seconda lezione di realpolitik, stavolta ai danni di Berlino.

Friedrich Merz aveva scommesso su un’ipotesi: che l’obbedienza tattica a Washington si sarebbe convertita, nel tempo, in dividendi strategici. Ha incassato in silenzio umiliazioni e diktat commerciali. Ha aumentato le spese militari. Ha messo a punto un piano per fare della Germania la principale forza convenzionale europea entro il 2039.

Non è bastato. Il Pentagono ha annunciato il ritiro di cinquemila soldati dalla Germania. La causa scatenante: Merz aveva detto davanti a una platea di studenti che gli Stati Uniti erano entrati in guerra contro l’Iran senza una strategia. Parole scomode e difficilmente smentibili.

Nelle stesse ore arrivavano i dazi al venticinque per cento sulle automobili europee, con l’accusa generica che Bruxelles non rispettasse gli accordi commerciali dell’anno precedente. Per BMW, Mercedes e Volkswagen significa centinaia di milioni di euro al mese.

Truppe e tariffe sono due leve dello stesso meccanismo. Un’amministrazione americana che ha smesso di fingere di trattare l’Europa come un’alleata e la gestisce apertamente come una controparte da piegare.

Chi permette tutto questo

La risposta scomoda è: noi. L’Occidente democratico nella sua interezza.

Gli Stati Uniti, che versano a Israele circa tre miliardi e ottocento milioni di dollari l’anno in aiuti militari, garantiscono la copertura diplomatica al Consiglio di Sicurezza e continuano a rinnovare contratti miliardari con i fornitori di quelle tecnologie.

L’Europa, che mantiene con Israele un accordo di associazione contenente clausole sui diritti umani sistematicamente disattese, e che esprime profonda preoccupazione con la stessa cadenza e la stessa efficacia con cui la esprimeva per le colonie in Cisgiordania nel 1993, nel 2003, nel 2013 e nel 2023.

Ne esce un sistema in cui la punibilità è inversamente proporzionale alla potenza. E dentro questo sistema resiste ancora la formula più longeva di tutte, quella della democrazia del Medio Oriente, accettata dall’Occidente come dato di fatto per settant’anni.

Uno Stato che tiene sotto blocco militare da diciassette anni due milioni di persone, in una situazione che le Nazioni Unite hanno definito più volte punizione collettiva in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra, quella formula non se la può più permettere. E chi gliela concede gratis smette di essere un osservatore neutrale.

Nel 1856, a Parigi, le potenze europee misero fuori legge la guerra di corsa e si attribuirono il merito di aver reso il mare uno spazio di diritto. Centosettant’anni dopo, i loro eredi guardano una marina militare abbordare navi civili nel proprio mare e rispondono con un comunicato serale.

Il diritto internazionale non si abroga con un voto. Si logora lasciando che venga violato abbastanza volte perché nessuno ricordi più che esisteva. Roma ha scelto la nota. Bruxelles ha scelto il silenzio. Sono scelte politiche, non impotenza, e vanno chiamate con il loro nome finché qualcuno è ancora in grado di distinguere le due cose.

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Fonte: https://kratologos.it/flotilla-gaza-acque-internazionali/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 2 Maggio 2026

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