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La società civile come ultimo baluardo

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società civile baluardo democrazia Questo articolo fa parte di una serie in tre parti Leggi anche: L’Occidente come menzogna foL’OCCndativa. Anatomia di un concetto che non regge più[L’Occidente come menzogna fondativa. Anatomia di un concetto che non regge più

Le flottiglie verso Gaza non sono episodi di cronaca. Sono lo specchio in cui si riflette il fallimento degli Stati e la vitalità ostinata di chi non accetta di delegare la propria coscienza ai governi. Quando le istituzioni tacciono, quando i governi scelgono la complicità, quando il diritto internazionale viene svuotato di senso da chi aveva il compito di difenderlo, rimane una sola forza capace di opporre resistenza: la società civile organizzata. Non come alternativa alla politica. Come sua condizione di possibilità.

I. Una storia di pirateria di Stato: la cronologia delle flottiglie

2010: la Mavi Marmara e il primo sangue

Il 31 maggio 2010, in acque internazionali del Mediterraneo orientale, commandos israeliani calarono dagli elicotteri sulla Mavi Marmara, nave ammiraglia di una flottiglia umanitaria diretta a Gaza con seicento attivisti di trenta paesi e diecimila tonnellate di aiuti. L’operazione militare fu condotta di notte, in acque che per definizione non appartenevano a nessuno Stato.

Il bilancio fu di dieci morti, tutti attivisti turchi. Decine di feriti. La flottiglia sequestrata, gli attivisti arrestati e deportati. Il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU istituì una commissione d’inchiesta che concluse che le forze israeliane avevano usato forza eccessiva e che le uccisioni potevano costituire esecuzioni extragiudiziali.

La risposta internazionale fu quella che sarebbe diventata il template di tutte le risposte successive: condanne verbali, note diplomatiche, richieste di indagini, nessuna conseguenza reale. La Turchia ottenne dopo anni di negoziati un risarcimento finanziario e nessuna ammissione di responsabilità. Israele non subì sanzioni, non modificò la propria politica di blocco navale.

Il messaggio era chiaro: la pirateria di Stato in acque internazionali, se praticata dalla parte giusta, non ha conseguenze. Era il 2010. Ci sono voluti sedici anni e centinaia di migliaia di morti a Gaza perché qualcuno cominciasse a mettere in discussione questa impunità strutturale.

Giugno 2025: la Madleen, Greta Thunberg e lo spray chimico

Il 1° giugno 2025 la nave Madleen salpò da Catania, in Sicilia. A bordo aveva dodici persone, tra cui l’attivista svedese Greta Thunberg e l’eurodeputata francese Rima Hassan. Il carico comprendeva latte in polvere per neonati, farina, riso, pannolini, kit medici destinati agli ospedali di Gaza.

Nelle prime ore del 9 giugno, la Marina militare israeliana intercettò la Madleen in acque internazionali. Prima di abbordare la nave, le forze israeliane la attaccarono con uno spray chimico. Poi salirono a bordo, sequestrarono l’equipaggio e trasferirono tutti e dodici in un centro di detenzione in Israele. Furono successivamente espulsi. L’attacco chimico contro una nave civile in acque internazionali, con a bordo una parlamentare europea in carica, non produsse alcuna conseguenza istituzionale significativa per Israele. Il Parlamento europeo espresse preoccupazione. La Commissione europea chiese spiegazioni. Nessuna sanzione, nessuna misura concreta.

Ottobre 2025: la Global Sumud Flotilla e la prigione nel deserto

L’estate e l’autunno del 2025 videro la costruzione della più grande flottiglia civile della storia moderna: la Global Sumud Flotilla, organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition insieme al Global Movement to Gaza, alla Maghreb Sumud Flotilla e alla Sumud Nusantara. Oltre quaranta imbarcazioni, cinquecento partecipanti provenienti da quarantaquattro paesi.

Tra il settembre e l’ottobre 2025, le navi subiscono attacchi con droni israeliani in acque europee. Undici navi vengono attaccate nella notte del 24 settembre. Entro il 3 ottobre, tutte le imbarcazioni sono state intercettate dalla Marina militare israeliana.

Sia le imbarcazioni che tutti i partecipanti vengono trasferiti al porto militare di Ashdod. Ad accoglierli, sul molo, c’è il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, il ministro che aveva già dichiarato pubblicamente il suo obiettivo di rendere Gaza inabitabile. Gli attivisti vengono identificati, trasferiti nella prigione ad alta sicurezza di Ketziot, nel deserto del Negev, e accusati di essere entrati illegalmente in Israele, nonostante l’abbordaggio fosse avvenuto in acque internazionali e contro la loro volontà.

La logica giuridica è kafkiana nella sua brutalità: sei stato rapito in acque internazionali da una marina militare straniera, trasportato contro la tua volontà nel territorio di quello Stato, e ora sei accusato di essere entrato illegalmente in quello stesso Stato. È la logica del potere puro che si autolegittima.

Quarantadue detenuti iniziano uno sciopero della fame. Entro il 6 ottobre, oltre cento attivisti sono stati espulsi. L’8 ottobre una nuova flottiglia di nove navi viene intercettata a 120 miglia nautiche da Gaza, con a bordo circa 150 attivisti di trenta paesi, tra cui dieci italiani: due medici, un infermiere, un giornalista. Tutti arrestati, tutti portati ad Ashdod, tutti espulsi.

Aprile 2026: al largo di Creta, con le torture

Il 29-30 aprile 2026, in piena notte, la Marina militare israeliana intercetta la Global Sumud Flotilla al largo di Creta, tra le settanta e le centoventi miglia dalle coste di Israele. Cinquantotto navi. Centosettantacinque attivisti di nazionalità diverse, tra cui ventitré italiani. Droni, puntatori laser, truppe d’assalto che calano dai cavi.

Trentasei persone vengono sottoposte a trattamenti violenti a bordo della nave militare israeliana. Il caso di Saif Abu Keshek è il più documentato: le testimonianze dirette riferiscono di torture che superano la soglia della violenza ordinaria per entrare in quella del trattamento inumano e degradante vietato senza eccezioni dal diritto internazionale.

Due restano nelle mani israeliane: Thiago Ávila, brasiliano, e Saif Abu Keshek, spagnolo di origine palestinese, trasferiti in Israele per essere interrogati. Netanyahu commenta con una battuta: “Continueranno a vedere Gaza su YouTube”. Il dipartimento di Stato americano definisce la flottiglia un’iniziativa filoHamas e avvisa gli alleati che si aspetta da loro misure per negare porti, attracco e rifornimento alle imbarcazioni partecipanti.

II. Gli Stati d’Europa: la geometria dell’assenza

Il silenzio come scelta politica

Di fronte a questa sequenza di atti di pirateria di Stato, di violenze su civili in acque internazionali, di torture documentate, di violazioni sistematiche del diritto internazionale del mare, la risposta degli Stati europei ha seguito uno schema così coerente da non poter essere letta come una serie di fallimenti individuali. È una scelta collettiva, reiterata, consapevole.

Il meccanismo è sempre lo stesso. L’evento accade. I media lo riportano per ventiquattro ore. I governi europei esprimono preoccupazione, convocano ambasciatori per colloqui informali. Qualche parlamento vota una risoluzione di condanna. Poi arriva il comunicato israeliano che giustifica l’operazione. Il tema scompare dall’agenda politica. Nessuna delle operazioni israeliane contro le flottiglie ha prodotto conseguenze diplomatiche, commerciali o legali significative per Israele da parte dell’Unione Europea come istituzione. L’accordo di associazione UE-Israele, che contiene clausole esplicite sul rispetto dei diritti umani, non è mai stato sospeso. Gli scambi commerciali continuano. Le forniture militari di componenti e tecnologie da parte di paesi europei continuano, anche dopo che la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso misure cautelari che richiedono a Israele di prevenire atti di genocidio a Gaza.

Le differenze interne: chi resiste e chi si adegua

La Spagna di Pedro Sánchez ha riconosciuto lo Stato palestinese nel maggio 2024, insieme a Irlanda e Norvegia. Ha chiesto l’embargo sulle armi verso Israele. Il prezzo di questa posizione è stato concreto: Ávila è trattenuto in Israele anche come messaggio a Madrid.

Ma questi sono i frammenti. Il blocco dominante, che comprende Germania, Francia, Italia, Polonia, segue una logica diversa: il sostegno a Israele è parte integrante dell’identità atlantica, dell’allineamento con Washington, della postura geopolitica post-Guerra Fredda che non è stata ripensata nemmeno di fronte all’evidenza di quello che accade a Gaza.

L’Italia occupa una posizione particolarmente contraddittoria. A bordo delle flottiglie ci sono italiani, medici, infermieri, giornalisti, in numeri significativi. L’ottobre 2025 ha prodotto la detenzione di ventiquattro cittadini italiani. L’aprile 2026 ha aggiunto altri ventitre fermati. Il Mediterraneo è teatro di operazioni militari di uno Stato straniero contro navi civili. La risposta del governo Meloni: assistenza consolare, dichiarazioni di preoccupazione, note “molto dure”, nessuna conseguenza per i rapporti con Tel Aviv.

C’è un’asimmetria che vale la pena ricordare: un peschereccio libico che entra nelle acque territoriali italiane viene sequestrato e il comandante processato. Una marina militare straniera che abborda navi civili nel Mediterraneo, che detiene e tortura cittadini europei, riceve una nota di preoccupazione. Questa asimmetria non è una dimenticanza. È una dichiarazione di valori.

III. Francesca Albanese: quando la verità diventa un crimine diplomatico

La relatrice che ha detto genocidio

C’è una figura che più di ogni altra incarna la contraddizione del sistema internazionale di fronte a Gaza, e che è al tempo stesso un simbolo della resistenza individuale e un caso di studio sul come i governi trattano chi osa dire la verità con gli strumenti del diritto.

Francesca Albanese è italiana, nata ad Ariano Irpino, laureata in giurisprudenza all’Università di Pisa, specializzata in diritti umani alla School of Oriental and African Studies di Londra. Dal maggio 2022 è Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati. Non è un’attivista, non è una militante: è una giurista nominata dall’ONU con il mandato esplicito di documentare e riferire le violazioni del diritto internazionale in quei territori.

Il 25 marzo 2024 ha presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite il rapporto che ha cambiato il dibattito internazionale: “Anatomia di un Genocidio”. Per la prima volta in un documento ufficiale delle Nazioni Unite, una Relatrice Speciale concludeva che esistevano fondati motivi per ritenere che la soglia del crimine di genocidio fosse stata raggiunta nelle operazioni israeliane a Gaza. Non era un’opinione politica. Era una valutazione giuridica documentata, basata sull’applicazione della Convenzione sul Genocidio del 1948 ai fatti documentati sul campo.

Il rapporto evidenziava anche come Israele avesse strategicamente invocato il quadro del diritto internazionale umanitario come quella che Albanese definisce una forma di “camuffamento umanitario”, per legittimare davanti alla comunità internazionale quella che il rapporto stesso qualificava come violenza genocidaria. Un’analisi che smontava pezzo per pezzo la giustificazione ufficiale israeliana dell’operazione militare come risposta legittima e proporzionata al 7 ottobre.

Nel 2025 Albanese ha pubblicato un secondo rapporto fondamentale: “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”. Questo testo ha fatto ancora più rumore perché ha tracciato con precisione documentale le responsabilità aziendali nel sistema che rende possibile il genocidio: Amazon, Google, Microsoft, Palantir, Lockheed Martin, Elbit Systems. Ha dimostrato come l’occupazione e la distruzione di Gaza non siano solo una questione militare e politica ma un sistema economico redditizio, con catene di fornitura, contratti, profitti, che coinvolgono le più grandi multinazionali tecnologiche e militari del mondo. Un terzo rapporto, “Genocidio di Gaza: un crimine collettivo”, ha poi allargato l’analisi alla responsabilità degli Stati: la comunità internazionale, in particolare quella occidentale, ha facilitato, legittimato e infine normalizzato la campagna genocida di Israele attraverso supporto militare, diplomatico, economico e ideologico. Il genocidio non è un crimine di un solo attore. È un crimine abilitato collettivamente.

La risposta dei governi: sanzioni, rimozione, silenzio

La risposta a questi rapporti, elaborati con rigore giuridico da una funzionaria delle Nazioni Unite nell’esercizio del proprio mandato istituzionale, è stata eloquente nella sua brutalità.

Israele ha chiesto immediatamente la rimozione di Albanese dal suo incarico, accusandola di antisemitismo. È il meccanismo standard: chiunque usi la categoria giuridica di genocidio in riferimento alle operazioni israeliane viene automaticamente accusato di antisemitismo, indipendentemente dal contenuto e dal metodo dell’analisi. È una strategia di delegittimazione che non risponde nel merito ma attacca la persona.

Il governo francese, quello che si presenta come paladino dei diritti umani e della laïcité, ha fatto propria questa linea. Il ministero degli Esteri francese ha preso le distanze pubblicamente dal rapporto di marzo 2024, precisando che le posizioni di Albanese non coinvolgevano il sistema delle Nazioni Unite. Nel febbraio 2026, dopo che Albanese aveva parlato di un “sistema globale” che aveva reso possibile il genocidio in Palestina, la Francia ha formalmente chiesto le sue dimissioni. Washington e Parigi, divise su molti dossier internazionali, hanno trovato convergenza perfetta su un punto: una giurista dell’ONU che documenta un genocidio deve essere rimossa.

Il 5 luglio 2025, dopo la pubblicazione del rapporto sull’economia del genocidio, il governo degli Stati Uniti ha aggiunto il nome di Francesca Albanese all’ambito di applicazione delle sanzioni decretate contro la Corte Penale Internazionale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha giustificato le sanzioni definendo i suoi sforzi per sostenere l’apertura di un’inchiesta della CPI contro funzionari americani e israeliani come “illegittimi e vergognosi”. La “campagna di guerra politica ed economica contro gli Stati Uniti e Israele”, ha dichiarato Rubio, “non sarà più tollerata”.

Albanese ha appreso della notizia delle sanzioni mentre si trovava in viaggio verso Srebrenica, per commemorare le vittime del genocidio bosniaco. Ha risposto con la chiarezza che caratterizza il suo lavoro: “La notizia non sono io, ma il tentativo di silenziare le denunce di genocidio. Questa è solo l’ultima mossa disgraziata degli Stati Uniti dopo il mio ultimo rapporto”.

Una giurista italiana, nominata dall’ONU, che svolge il proprio mandato istituzionale con gli strumenti del diritto internazionale, viene sanzionata dal governo degli Stati Uniti per aver documentato un genocidio. E il governo italiano, quello del paese di cui Albanese è cittadina, non ha assunto nessuna posizione pubblica di difesa nei confronti di questa violazione senza precedenti dell’indipendenza di un funzionario delle Nazioni Unite.

La Commissione Europea ha espresso “rammarico profondo” per le sanzioni americane, in quella che ormai è diventata la forma istituzionale del silenzio: dire qualcosa che non cambia nulla.

Il caso Albanese come specchio del sistema

Il caso di Francesca Albanese non è una vicenda personale. È lo specchio del sistema nella sua forma più concentrata e più rivelatrice.

Mostra che il problema non è la mancanza di documentazione: i rapporti di Albanese sono strumenti giuridici precisi, elaborati con metodologia rigorosa, pubblicati attraverso i canali ufficiali delle Nazioni Unite. La documentazione esiste, è pubblica, è accessibile. Il problema è che chi ha il potere di agire sulla base di quella documentazione ha scelto di non farlo, e di attaccare chi la produce.

Mostra che il meccanismo di delegittimazione personale è preferito al confronto nel merito. Non si discute se le conclusioni del rapporto siano giuridicamente fondate. Si attacca la persona che le ha prodotte, si chiede la sua rimozione, si applicano sanzioni economiche. È la stessa logica che porta a definire “terrorista” chiunque navighi verso Gaza con aiuti umanitari.

Mostra infine che il sistema internazionale di protezione dei diritti umani, quello costruito dopo il 1945 con l’ambizione di impedire la ripetizione dei crimini del nazismo e del colonialismo, è strutturalmente dipendente dalla volontà politica delle potenze che lo gestiscono. Quando quelle potenze decidono che il rispetto di quelle norme è scomodo, il sistema si inceppa. Non per mancanza di norme. Per mancanza di volontà di applicarle. Albanese è stata scelta dalla società civile globale come candidata al Premio Nobel per la Pace. Non perché abbia fermato la guerra. Ma perché ha scelto di dire la verità quando tutti intorno a lei sceglievano il silenzio o la complicità. In un sistema che premia il silenzio, quella scelta è già di per sé un atto politico di straordinario coraggio.

Il collegamento con le derive autoritarie interne

C’è un filo diretto tra la risposta dei governi europei alla questione palestinese e le derive autoritarie che quegli stessi governi stanno producendo al proprio interno. Non è una coincidenza. È una coerenza.

In Italia, il Decreto Sicurezza Salvini del 2018 ha criminalizzato il soccorso in mare, introducendo sanzioni fino a un milione di euro per le ONG che salvano migranti nel Mediterraneo senza autorizzazione. Il Decreto Sicurezza bis del 2019 ha inasprito le pene. Il Decreto Cutro del 2023, varato dopo la strage in cui morirono novantaquattro migranti tra cui molti bambini, ha ulteriormente limitato le operazioni di salvataggio delle ONG. I provvedimenti del 2024 e del 2025 hanno introdotto il trattenimento nei centri di detenzione in Albania, in un meccanismo che diversi tribunali italiani hanno dichiarato illegale per violazione del diritto europeo.

Il collegamento con la questione palestinese non è solo simbolico. È strutturale. La stessa logica che giustifica il blocco navale di Gaza, quella per cui il controllo militare del movimento delle persone è legittimo se fatto dalla parte giusta, viene applicata nel Mediterraneo alla gestione dei migranti. La stessa logica che definisce atto legittimo l’abbordaggio di navi civili in acque internazionali viene applicata alla criminalizzazione del soccorso umanitario in mare.

La criminalizzazione della solidarietà è il segnale più chiaro di una deriva autoritaria in corso. Quando lo Stato decide che aiutare chi annega è un reato, che portare cibo a chi ha fame è una minaccia alla sicurezza nazionale, che documentare un genocidio con gli strumenti del diritto internazionale merita sanzioni economiche, non sta difendendo la sicurezza dei cittadini. Sta difendendo il proprio monopolio sulla definizione di chi merita protezione e chi no.

È la stessa logica di Lavender: c’è chi conta e chi non conta. C’è chi ha diritto a esistere nella pienezza dei propri diritti e chi è una variabile trascurabile nei calcoli del potere. La differenza tra Gaza e il Mediterraneo non è una differenza di principio. È una differenza di distanza geografica e di visibilità mediatica.

Perché la società civile è l’ultimo baluardo

La domanda che si pone, di fronte a questo quadro, è semplice nella formulazione e complessa nelle implicazioni: a cosa serve la società civile organizzata, se i governi non ascoltano, se le istituzioni internazionali vengono bloccate, se le leggi vengono cambiate per criminalizzare la solidarietà, se persino i funzionari dell’ONU vengono sanzionati per aver fatto il proprio lavoro?

La risposta non è consolatoria, ma è reale.

La società civile serve, prima di tutto, a mantenere visibile quello che il potere vuole rendere invisibile. I rapporti di Albanese, le flottiglie, le occupazioni universitarie, le manifestazioni di piazza: senza questo lavoro collettivo, il blocco di Gaza sarebbe una notizia tecnica in pagina venti di un giornale specializzato. La visibilità non risolve il problema. Ma la sua assenza garantisce l’impunità totale.

La società civile serve a costruire le condizioni politiche del cambiamento nel lungo periodo. L’abolizione della schiavitù, il suffragio universale, i diritti civili, la fine dell’apartheid sudafricano: non sono state prodotte da governi illuminati. Sono state prodotte da movimenti sociali che hanno reso politicamente insostenibile il mantenimento dello status quo.

La società civile serve, in terzo luogo, a difendere gli spazi democratici all’interno delle proprie società. I decreti sicurezza italiani, le leggi anti-ONG ungheresi, le restrizioni al diritto di manifestazione introdotte in diversi paesi europei dopo le proteste pro-Palestina, non sono solo risposte alla questione palestinese. Sono strumenti di restringimento dello spazio democratico che vengono testati su una causa e poi applicati più in generale. Chi difende il diritto di manifestare per Gaza sta difendendo il diritto di manifestare per qualsiasi causa.

La deriva autoritaria non arriva mai di colpo. Arriva per gradi, ogni volta su un caso che sembra specifico, ogni volta colpendo prima chi ha meno potere di resistere: i migranti, gli attivisti, i giornalisti, le ONG, i funzionari dell’ONU. Resistere nei casi estremi significa costruire le difese prima che la deriva raggiunga quello spazio centrale.

V. Conclusione: la scelta di essere testimoni

C’è un filo che unisce la Mavi Marmara del 2010 e i rapporti di Francesca Albanese del 2024 e del 2025, le flottiglie dell’ottobre 2025 e quelle dell’aprile 2026, le occupazioni universitarie e le manifestazioni di piazza, i lavoratori portuali che rifiutano di caricare armi e i medici italiani che salgono sulle barche verso Gaza. Non è un filo organizzativo. È un filo di coscienza.

È la stessa coscienza che dice: quello che accade a Gaza non è normale, non è inevitabile, non è accettabile. Che il potere sufficiente non esonera dalla responsabilità morale e giuridica. Che il silenzio di fronte a un crimine documentato è una forma di complicità.

Albanese ha detto, nel momento in cui ha appreso delle sanzioni americane: “La notizia non sono io, ma il tentativo di silenziare le denunce di genocidio”. Ha ragione. La notizia non è mai il messaggero. La notizia è il messaggio: che un sistema che si chiama internazionale, che pretende di essere fondato sul diritto e sulla difesa dei diritti umani, ha scelto di sanzionare chi quel diritto applica e quei diritti difende.

Le derive autoritarie, i decreti sicurezza, la criminalizzazione della solidarietà, l’erosione dello stato di diritto che avviene per gradi: non sono fenomeni separati dal genocidio di Gaza e dalla pirateria contro le flottiglie. Sono manifestazioni della stessa logica: il primato del potere sulle norme, l’idea che chi ha la forza possa decidere chi merita protezione e chi è una variabile trascurabile.

Resistere a quella logica, ovunque si manifesti, in mare aperto o in un’aula universitaria, in un rapporto ONU o in una manifestazione di piazza, in un porto dove i lavoratori rifiutano di caricare armi o in un’aula di tribunale dove un giudice dichiara illegale il trattenimento in Albania, è la definizione più precisa di ciò che significa essere cittadini in una democrazia che voglia ancora meritare quel nome.

La storia non assolve chi tace. Ma ricorda chi ha parlato. E a volte, il fatto che qualcuno abbia parlato è l’unica cosa che rende possibile che, molto più tardi, qualcosa cambi.

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Fonte: https://kratologos.it/la-societa-civile-baluardo-democrazia-gazasocieta-civile-come-ultimo-baluardo/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 4 Maggio 2026

2 commenti su “La società civile come ultimo baluardo”

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