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Cuba nella morsa americana

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Cuba nella morsa americana. Strangolamento energetico, incriminazione di Castro e guerra ibrida contro un paese che ha dato al mondo più medici di quanti ne abbia ricevuti

Quinta notte di proteste all’Avana, blackout fino a ventidue ore, petrolio e diesel esauriti. Mentre il popolo cubano urla “accendete la luce”, Washington prepara l’incriminazione di Raül Castro e la CIA chiede la chiusura delle basi di intelligence russe e cinesi. Ma prima di parlare di regime, conviene ricordare chi erano i cubani quando l’Italia bruciava di Covid e nessuno arrivava.

Da fine gennaio 2026, Cuba non ha più petrolio. Non è un modo di dire. Il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy lo ha dichiarato ai media statali con la precisione di chi firma una resa: “Petrolio greggio e olio combustibile, di cui non abbiamo assolutamente nulla. Diesel, di cui non abbiamo assolutamente nulla.” La rete elettrica nazionale è in stato critico. Alcune zone dell’Avana restano al buio fino a ventidue ore consecutive. Il cibo si deteriora nei frigoriferi spenti. L’acqua potabile manca. Gli ospedali funzionano a singhiozzo. Dieci milioni di persone sopravvivono nell’oscurità.

Questo è il risultato di un blocco energetico deliberato, imposto da Washington a gennaio 2026. Trump ha minacciato dazi a qualsiasi paese che venda petrolio all’isola. Il Venezuela ha ceduto alla pressione. Il Messico idem. La Russia ha tentato un rifornimento con una petroliera partita da Vysotsk: bloccata per settimane nell’Atlantico in circostanze non del tutto chiarite. Nel frattempo, la Casa Bianca parla di umanitarismo.

Chiamiamo le cose con il loro nome: è una guerra. Non una guerra con le bombe, quelle sono più costose e più visibili. È una guerra energetica contro una popolazione civile. È il tipo di guerra che Washington conosce bene, pratica da decenni, e che i suoi commentatori embedded definiscono sistematicamente “pressione diplomatica”.

I. Quello che Cuba ha costruito. Prima di parlare di regime

Ogni volta che gli Stati Uniti decidono di strangolare un paese, cominciano a parlare delle sue colpe. Il regime. La repressione. I prigionieri politici. Tutto vero, tutto reale, tutto utilizzato strumentalmente da chi governava il Guatemala nel 1954, l’Iran nel 1953, il Cile nel 1973, il Venezuela dal 2015, e adesso Cuba nel 2026. Prima di assecondare questa narrativa, conviene fare i conti con quello che Cuba ha effettivamente costruito in sessant’anni, partendo da dove stava nel 1959.

Nel 1959, quando la rivoluzione prese il potere, Cuba era una colonia de facto degli Stati Uniti. L’economia era controllata da corporations americane, dalla United Fruit alle catene alberghiere. Il 75% della terra arabile era in mano straniera. Il tasso di analfabetismo era del 23%, con punte del 40% nelle zone rurali. L’assistenza sanitaria era un privilegio di chi poteva permettersela. L’isola era la Las Vegas e il bordello dei ricchi americani, con Batista che garantiva l’ordine e incassava la sua parte.

Quello che la rivoluzione ha costruito dopo è un fatto, non un’opinione. Cuba ha oggi il più alto rapporto medici per abitante del mondo: circa 9 medici ogni 1.000 abitanti, contro i 2,6 degli Stati Uniti. Il tasso di mortalità infantile cubano (4 per mille nati vivi) è inferiore a quello americano. L’aspettativa di vita è equivalente. L’alfabetizzazione è al 99,8%. L’istruzione universitaria è gratuita. Questi non sono numeri di propaganda: sono dati dell’OMS, dell’UNDP, della Banca Mondiale.

Cuba ha fatto tutto questo sotto sessant’anni di embargo americano, che è la sanzione economica più lunga della storia moderna. È utile tenerlo a mente quando si discute di efficienza e fallimenti del sistema cubano.

Nel 2000, il governo di George W. Bush ha accettato di acquistare prodotti alimentari cubani per la prima volta in quarant’anni, dopo che l’uragano Michelle devastò l’isola. La solidarietà americana arriva quando fa comodo. Quella cubana arriva quando la chiamano, ovunque nel mondo.

II. La Brigata Henry Reeve. Quando Cuba era in Italia

Il 22 marzo 2020, alle 5 di mattina, all’aeroporto di Malpensa atterra un volo speciale. Non esistono voli di linea: l’Italia è in lockdown, la Lombardia è il primo grande focolaio occidentale del Covid-19, e gli ospedali di Bergamo e Brescia sono già al collasso. Dall’aereo scendono 37 medici e 15 infermieri cubani della Brigata Henry Reeve, con le mascherine FFP2 e i protocolli che avevano già testato contro l’Ebola in Sierra Leone, il colera ad Haiti, i terremoti in Pakistan. Portano con sé una gigantografia di Fidel Castro.

Vanno a Crema, nell’epicentro. Lavorano all’ospedale principale, in un ospedale da campo, in una residenza sanitaria per anziani. In due mesi: oltre cinquemila cure mediche, 3.668 assistenze infermieristiche, 210 guarigioni dirette, 516 pazienti seguiti. Il 12 aprile, una seconda brigata arriva a Torino e lavora al Covid Hospital allestito nelle OGR, le ex Officine Grandi Riparazioni. Quattro mesi di lavoro intensivo. Nemmeno un operatore del personale si ammala: zero contagi tra medici, infermieri e volontari.

Julio Guerra Izquierdo, capo della brigata di Torino, viene nominato cittadino onorario della città e Cavaliere della Repubblica per mano del presidente Mattarella. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio, che di simpatie per la sinistra cubana non ne ha molte, dice: “Questa è la giornata del grazie. L’abbiamo fatto quando questi medici sono arrivati e quando sono partiti, ma allora era un grazie con le ferite del Covid ancora aperte. Oggi è il grazie di chi non dimentica.”

La Brigata Henry Reeve è stata fondata nel 2005 da Fidel Castro, dopo che l’uragano Katrina devastò Louisiana, Mississippi e Alabama. Cuba offrì il suo aiuto agli Stati Uniti: George W. Bush rifiutò sdegnosamente. Da allora la brigata ha operato contro l’Ebola in Sierra Leone, Liberia e Guinea, contro il colera ad Haiti, dopo il terremoto in Pakistan e Guatemala, contro il Covid in ventisette paesi. Sempre su richiesta, sempre a titolo gratuito.

A febbraio 2026, mentre Washington iniziava a stringere il blocco energetico su Cuba, il diplomatico americano Mike Hammer, incaricato d’affari USA a Cuba, faceva pressioni sull’Italia, e in particolare sulla Calabria, affinché interrompesse la collaborazione con i medici cubani ancora presenti negli ospedali del Sud. L’Italia, che deve la vita di molti suoi anziani a quei medici, stava valutando di obbedire. Questa è la gratitudine degli alleati atlantici.

Un paese che manda i suoi medici a morire di Ebola in Africa, che arriva in aereo nella notte a salvare i vecchi di Bergamo, che offre aiuto anche al nemico che lo strangola da sessant’anni, non è riducibile alla categoria di “regime da abbattere”. È una civiltà politica che il mondo occidentale non riesce a capire perché non la pratica.

III. Il manuale operativo americano. Venezuela bis

La strategia che Washington sta applicando a Cuba nel 2026 non è nuova. È la stessa testata su Maduro in Venezuela, perfezionata in laboratorio per decenni: strangolamento energetico ed economico, minaccia giudiziaria simbolica, offerta di aiuti condizionati al cambio di regime. Tre strumenti coordinati per un unico obiettivo: rendere il governo così vulnerabile dall’interno da indurlo alla capitolazione, oppure provocare un collasso sociale gestibile dall’esterno.

3.1 Lo strangolamento energetico

A gennaio 2026 Trump ha imposto un blocco di fatto sulle forniture energetiche a Cuba, minacciando dazi a Venezuela e Messico se avessero continuato a rifornire l’isola. Entrambi hanno ceduto. La Russia ha tentato un rifornimento con una petroliera partita dal porto baltico di Vysotsk: è rimasta ferma per settimane nell’Atlantico in circostanze che nessuno ha chiarito ufficialmente. Il risultato: Cuba senza riserve di petrolio, gasolio e diesel. Blackout fino a ventidue ore al giorno nella capitale. Il 65% del paese al buio.

Questo non è un embargo commerciale. È un assedio. L’obiettivo dichiarato non è punire il governo cubano: è far soffrire abbastanza la popolazione da spingerla a ribellarsi. È la stessa logica che ha guidato le sanzioni all’Iraq negli anni Novanta, quando Madeleine Albright rispose alla domanda sulla morte di cinquecentomila bambini iracheni dicendo che “il prezzo ne valeva la pena”. Il prezzo lo pagano sempre i bambini. Il valore lo incassano sempre altri.

3.2 L’incriminazione di Raül Castro: teatro giudiziario per uso interno

Il Dipartimento di Giustizia americano si starebbe preparando a incriminare Raül Castro, 94 anni. La base giuridica sarebbe l’abbattimento nel 1996 di due aerei civili dell’associazione Hermanos al Rescate, Cessna partiti da Miami con attivisti anticastristi a bordo. L’episodio è reale e controverso: Cuba sostenne che gli aerei fossero entrati nel suo spazio aereo, la comunità dell’esilio nega. Trent’anni dopo, viene riesumato non per fare giustizia, ma per costruire pressione politica.

Un 94enne che non lascerà mai Cuba non verrà mai estradato. Ma questo è irrilevante. L’incriminazione serve a Marco Rubio, segretario di Stato figlio di esuli cubani di Miami, per consolidare il consenso nella Florida cubana. Serve a costruire la narrativa del regime criminale. Serve a segnalare agli alleati internazionali che chi fa affari con Cuba si espone a complicazioni. È teatro. Ma il teatro politico americano costa vite reali.

Rubio ha dichiarato a NBC: “Ci sono cento milioni di dollari di cibo e medicine disponibili per il popolo cubano.” La condizione: i fondi devono passare per la Chiesa cattolica, senza coinvolgere il governo. La struttura dell’offerta è progettata per essere rifiutata. Nessun governo sovrano, per quanto a corto di risorse, può accettare un meccanismo che bypassa completamente le proprie istituzioni senza firmare la propria resa. Ma quando Cuba rifiuta, Washington ha la sua foto: il regime che lascia morire di fame il suo popolo per orgoglio ideologico.

Il vero obiettivo lo ha rivelato la visita del direttore della CIA John Ratcliffe all’Avana: chiudere le stazioni di intelligence russe e cinesi presenti sull’isola. Cuba, a novanta miglia dalla Florida, è una piattaforma di ascolto strategica che Mosca e Pechino usano per intercettare comunicazioni americane e monitorare il traffico navale e aereo. Non si tratta di esportare democrazia. Si tratta di geopolitica pura.

IV. Il sogno di Batista. Cosa vogliono davvero i gringos

C’è una domanda che la stampa mainstream non fa mai: cosa succederebbe a Cuba se il regime cadesse secondo i piani di Washington? La risposta è nella storia, e la storia non è confortante.

Prima del 1959, Cuba era la colonia di piacere dell’America. La mafia americana, con il beneplacito di Batista, controllava i casinò dell’Avana. Le piantagioni di canna da zucchero appartenevano a corporations statunitensi. I cubani poveri lavoravano la terra degli stranieri in condizioni di miseria assoluta. L’alfabetizzazione era al 23%. La mortalità infantile era tra le più alte dei Caraibi. La sanità era per chi poteva permettersela.

La Florida cubana, la Miami di Rubio, sogna ancora quel mondo. Non lo dice apertamente, ma le politiche economiche che propone per il “Cuba libera” post-rivoluzione sono le stesse che hanno prodotto le disuguaglianze che la rivoluzione ha cancellato: privatizzazioni, mercato libero, investimenti stranieri senza vincoli, azzeramento delle conquiste sociali. Le proprietà nazionalizzate nel 1959 hanno ancora i proprietari originali che aspettano di riprenderle. Sessant’anni dopo.

Quando Trump dice “mi prenderò Cuba”, non sta parlando di liberare un popolo. Sta parlando di riaprire un mercato. Sta parlando di restituire le proprietà ai vecchi padroni. Sta parlando di eliminare una piattaforma di intelligence avversaria. Sta parlando di cancellare il più lungo esperimento di medicina sociale del continente americano, che fa vergognare gli Stati Uniti ogni volta che qualcuno confronta i dati sanitari dei due paesi.

Il regime cubano ha molti difetti reali e documentati. Ma il problema che Washington ha con Cuba non è la mancanza di democrazia: gli Stati Uniti sono ottimi amici dell’Arabia Saudita, degli Emirati, dell’Egitto di Al-Sisi. Il problema è che Cuba ha dimostrato che si può costruire un sistema sanitario e educativo di eccellenza senza il mercato. E questa è un’eresia che l’impero non può tollerare.

V. Il debito italiano che non vogliamo ricordare

Nel marzo 2020, mentre l’Italia bruciava, la prima risposta concreta non è arrivata dall’Europa. È arrivata da un’isola di undici milioni di abitanti, sotto embargo americano da sessant’anni, con un PIL procapite che è un decimo del nostro. Cuba ha mandato i suoi medici migliori nell’epicentro della pandemia italiana, senza chiedere nulla in cambio. Li ha mandati a Crema, poi a Torino. Novantuno sanitari in totale, con i protocolli più avanzati disponibili, costruiti su vent’anni di missioni in zone di guerra contro epidemie che l’Occidente non voleva nemmeno guardare.

In quattro mesi a Torino, nessun operatore si è ammalato. Zero. I medici italiani, inizialmente diffidenti verso i colleghi cubani, alla fine non volevano più lasciarli andare. Julio Guerra Izquierdo, il capo brigata, è diventato Cavaliere della Repubblica. Ma la Repubblica, nel 2026, sta valutando di obbedire alle pressioni americane per interrompere la collaborazione con i medici cubani ancora presenti in Calabria.

Questa è la gratitudine che l’Italia riserva a chi l’ha aiutata nel momento peggiore. Una gratitudine a scadenza, revocabile su richiesta di Washington. Non dovrebbe stupire: siamo un paese che ospita basi militari straniere sul proprio territorio e chiama questo sovranità. Ma almeno non fingiamo di non saperlo.

La Brigata Henry Reeve ha inviato 34 brigate mediche in 27 paesi durante la pandemia. Ha operato contro l’Ebola in tre paesi africani. Ha salvato vite dopo il terremoto ad Haiti e in Pakistan. Ha proposto il suo aiuto agli Stati Uniti dopo l’uragano Katrina: Bush rifiutò. Cuba manda medici dove nessuno vuole andare. Gli Stati Uniti mandano bombe e sanzioni. Il confronto è imbarazzante per uno dei due.

VI. Cosa succede adesso

Cuba resiste. Lo ha fatto per sessant’anni, attraverso dieci presidenti americani, tre crisi economiche sistemiche e un embargo che nessun’altra nazione al mondo ha sopportato per così tanto tempo. Ma la crisi del 2026 è diversa dalle precedenti per intensità e velocità. Il blocco energetico è stato più rapido e più totale di quanto previsto. Le proteste di piazza, alimentate da una disperazione concreta e non ideologica, sono la quinta notte consecutiva.

Il regime tratta. Cuba ha liberato 51 prigionieri politici a marzo e oltre duemila detenuti ad aprile, come segnale di apertura diplomatica. Diaz-Canel ha ammesso pubblicamente trattative con Washington. Sono i movimenti di un governo che vuole sopravvivere, non di uno che sta capitolando. Ma sopravvivere ha un prezzo, e il prezzo che Washington chiede, la chiusura delle basi di intelligence russe e cinesi, significa abbandonare i suoi alleati strategici. Mosca e Pechino stanno guardando.

Nel mezzo di questi giochi di potere, ci sono dieci milioni di cubani che battono le pentole nel buio e aspettano che torni la luce. Hanno costruito, in sessant’anni di isolamento e penuria, un sistema sanitario che ha salvato i nostri anziani durante il Covid. Hanno formato medici che operano gratuitamente nelle zone più dimenticate del mondo. Hanno dimostrato che con meno risorse si può fare più di quanto il mercato abbia mai fatto.

Noi italiani, almeno noi, dovremmo ricordarcelo. Prima di applaudire il prossimo comunicato di Washington.

Romano Dellamore   |   kratologos.it   |   Maggio 2026

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Un dato nuovo interessante emerso oggi: il sistema elettrico nazionale cubano ha registrato un deficit record di 2.113 megawatt, con appena 1.230 megawatt disponibili rispetto a una domanda di 3.250 megawatt, lasciando due terzi del paese senza elettricità. Vale la pena aggiungerlo nell’articolo come dato tecnico concreto.

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Fonte: https://kratologos.it/cuba-2026-blocco-energetico-medici-henry-reeve-italia-castro/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 17 Maggio 2026

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