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Due tecnocrazie si annusano

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DUE TECNOCRAZIE SI ANNUSANO

Pechino 2026:Trump, Xi e i Big Tech al vertice. Chip, Iran e Taiwan sul tavolo

L’Air Force One atterra a Pechino con 17 CEO della Silicon Valley a bordo. Nessun diplomatico, solo uomini d’affari. Sul tavolo tre dossier esplosivi: la guerra dei semiconduttori, il conflitto in Iran e la linea rossa di Taiwan. E un grande assente, Peter Thiel, che osserva da lontano e non perdona.

Silicon Valley a Pechino: 17 CEO sul volo di Stato

L’Air Force One è atterrato a Pechino il 13 maggio con una lista passeggeri senza precedenti: 17 capitani dell’industria tech e finanziaria americana, abituati alle copertine di Fortune e Forbes più che ai corridoi del Dipartimento di Stato. Nessun esperto di politica estera. Nessun diplomatico di carriera. Solo uomini d’affari con agende precise e portafogli esposti.

La scena sintetizza meglio di qualunque analisi la dottrina Trump: la geopolitica è un prolungamento del business con altri mezzi, e questa visita di Stato profuma di missione commerciale. Ma sotto la superficie del protocollo, i dossier che pesano davvero sono tre: i chip, l’Iran, Taiwan. Tre piani di una stessa architettura del potere che si negozia in tempo reale.

I protagonisti e le loro agende

Tra i nomi più rilevanti: Elon Musk (Tesla, SpaceX), Tim Cook (Apple), Jensen Huang (Nvidia), Larry Fink (BlackRock), dirigenti di Meta, Visa, JPMorgan, Boeing. Secondo fonti della Casa Bianca, la delegazione è considerata cruciale in una fase di crescente competizione su intelligenza artificiale, semiconduttori e tecnologie avanzate.

Tim Cook porta il problema che tiene svegli gli azionisti di Apple da anni: Cupertino assembla ancora la stragrande maggioranza degli iPhone in Cina, e ogni escalation dei dazi si traduce direttamente in costi industriali dolorosi. Larry Fink di BlackRock gestisce oltre dieci trilioni di dollari di asset e nel 2021 aveva ottenuto la prima licenza per un fondo comune interamente a controllo straniero in Cina, una testa di ponte che vuole proteggere e ampliare. Mastercard e Visa inseguono da anni l’apertura del mercato cinese dei pagamenti, storicamente blindato attorno a UnionPay, Alipay e WeChat Pay.

La guerra dei chip: Nvidia da zero al novantacinque per cento, e ritorno

Il caso più scottante è quello dei semiconduttori. Nvidia aveva perso tutta la sua quota di mercato cinese, precipitando dal novantacinque per cento a zero, dopo le restrizioni americane all’export e il successivo ban cinese sugli H20. La Cina si era rifatta con i chip Huawei Ascend, mentre DeepSeek e altri costruivano modelli alternativi all’ecosistema americano.

Poi, subito dopo i colloqui Trump-Xi di giovedì, Reuters ha riportato che Washington avrebbe autorizzato la vendita di chip H200 di Nvidia a diverse grandi aziende tech cinesi. Una concessione immediata, quasi una mancia, nel pieno del banchetto di Stato.

Come ha sintetizzato l’analista Dan Ives di Wedbush Securities, ciò che è in gioco non è solo un viaggio o un titolo di giornale, ma la direzione delle supply chain dell’intelligenza artificiale, la forma futura dei controlli all’export, e il grado in cui la leadership americana sui chip resterà monetizzabile in Cina. Una partita da miliardi di dollari, giocata con la diplomazia come schermo.

Iran: il convitato di pietra tra petrolio, Hormuz e leve diplomatiche

La guerra con l’Iran, nel suo terzo mese, è entrata nella stanza di Pechino dalla porta di servizio. Non era il tema principale, ma era il più esplosivo.

Gli ufficiali americani hanno suggerito che la Cina dovrebbe svolgere un ruolo più attivo nel convincere l’Iran a riaprire lo Stretto di Hormuz. Gli analisti però avvertono che Pechino richiederà concessioni in cambio, molto probabilmente proprio su Taiwan. Un baratto geopolitico allo stato puro.

Il Segretario di Stato Rubio, a bordo dell’Air Force One prima dell’atterraggio, ha dichiarato: speriamo di convincere Pechino a svolgere un ruolo più attivo nell’indurre l’Iran a rinunciare a quello che sta facendo nel Golfo Persico. Abbiamo chiarito loro che qualsiasi sostegno all’Iran sarebbe dannoso per il nostro rapporto.

La geometria è sofisticata. La Cina è il principale importatore di petrolio iraniano, il che le attribuisce una leva diplomatica considerevole su Teheran. Ma l’instabilità del Golfo è rischiosa anche per Pechino, che dipende pesantemente dalle rotte di approvvigionamento energetico. La crisi non sposta quindi il potere in modo deciso verso nessuno dei due contendenti.

Il paradosso è che l’Economist aveva sintetizzato la situazione con una copertina raffigurante Xi che osserva Trump, con una citazione attribuita a Napoleone: non interrompere mai il tuo nemico quando sta commettendo un errore. Pechino ha aspettato pazientemente questo vertice tenendo le carte in mano, senza mai premere su Teheran, usando l’Iran come pedina da giocare al momento giusto. Quel momento era oggi.

Al termine della prima giornata, i due paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari. Xi ha ribadito l’opposizione cinese alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre pedaggi al suo utilizzo, mentre la Cina ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza dalle forniture mediorientali. Un rebus avvolto in un enigma: la Cina che offre di comprare petrolio americano mentre protegge il petrolio iraniano. La realpolitik nella sua forma più pura.

Taiwan: la linea rossa che non si cancella e non si nomina

Su Taiwan, ogni cordialità diplomatica si è dissolta. Xi ha riservato il linguaggio più tagliente alla questione taiwanese, definendola la questione più importante nelle relazioni USA-Cina e avvertendo che una cattiva gestione del dossier metterebbe il rapporto bilaterale in grande pericolo. Ha anche evocato la Trappola di Tucidide, la dinamica storica per cui lo scontro tra una potenza dominante e una potenza ascendente tende a sfociare in guerra.

Il messaggio era calibrato con precisione chirurgica: tutto è negoziabile, i chip, i dazi, l’Iran, le terre rare, i pagamenti digitali. Taiwan non lo è.

Gli analisti sottolineano che proprio l’Iran potrebbe diventare la leva cinese per ottenere concessioni americane su Taiwan: se Washington vuole Pechino come mediatore nel Golfo, dovrà cedere qualcosa sullo Stretto di Formosa. È il più classico degli scambi imperiali, aggiornato all’era dei modelli linguistici e delle catene di fornitura dei semiconduttori.

Nel frattempo, il quindicesimo Piano Quinquennale cinese, presentato a marzo 2026, segna una svolta rispetto ai tre decenni precedenti: non più massimizzazione della crescita economica, ma resilienza e autosufficienza tecnologica come priorità strategiche durature. La Cina non stava aspettando questo vertice per cambiare rotta. Stava costruendo le condizioni per non averne più bisogno.

Peter Thiel: l’assente che vale più di tutti i presenti

Tra i diciassette nomi al seguito di Trump, uno manca. E la sua assenza dice più di qualunque presenza.

Peter Thiel non era sull’Air Force One.

Non è una dimenticanza. Il co-fondatore di Palantir, padre ideologico di una generazione di tecnocrati conservatori, incarnazione vivente di Carl Schmitt riletto in chiave venture capital, ha una posizione sulla Cina che non ammette compromessi da salotto. Già nell’aprile 2025 affermava senza ambiguità che gli Stati Uniti hanno bisogno di un reset drastico con Pechino, precisando che la relazione economica, per quanto efficiente, va sempre giudicata alla luce della rivalità geopolitica di fondo, non dei posti di lavoro in Wisconsin.

Thiel guarda la scena di Pechino con la freddezza di chi sa che ogni accordo commerciale siglato oggi rinvia il confronto strutturale, ma non lo cancella. Per lui, la Cina non è un mercato da corteggiare: è il campo di battaglia definitivo per il controllo delle infrastrutture cognitive del ventunesimo secolo. Musk che posa sorridente con Xi nel cortile della Grande Sala del Popolo. Huang che tende la mano per riavere accesso ai server di Pechino. Cook che ringrazia implicitamente per non aver dovuto delocalizzare. Agli occhi del ragno di Palantir, è una scena di capitolazione travestita da diplomazia.

Una capitolazione che si inserisce in quella più vasta dinamica che abbiamo analizzato parlando di l’Occidente come sistema di potere fondato sulla menzogna: quando i valori sono sempre stati strumento e mai fine, trattare con Pechino è solo la logica conseguenza.

C’è un’ironia feroce in tutto questo. Thiel critica la Cina come paese delirante per la tecnologia, dove tutto è monitorato in ogni momento e in ogni luogo, mentre Palantir costruisce esattamente quei sistemi. La differenza, per lui, è che li costruisce per il padrone giusto.

Nel frattempo, nel 2025 Thiel ha liquidato le sue posizioni in Nvidia e le ha reinvestite in Apple, che ora rappresenta circa il ventisette per cento del suo portafoglio personale. Una mossa che può essere letta in due modi opposti. O come previsione: se l’accordo sui chip si chiude e Nvidia torna a Pechino con le benedizioni di Washington, lui ha già cambiato copertura, incassando prima. O come calcolo: Apple, con Cook che oggi stringe la mano a Xi, è l’azienda più esposta al mercato cinese in assoluto. Thiel ha scommesso su di lei proprio adesso. Un investimento controcorrente, o una mossa che nessuno dei presenti a Pechino ha ancora letto fino in fondo.

Conclusione: il reset è stato posticipato, non evitato

Il vertice di Pechino non risolve nulla. Rimanda, compra tempo, redistribuisce rendite e legittimità. I chip tornano a fluire verso est, in cambio di concessioni che non si nominano. L’Iran rimane aperto come ferita e come strumento di pressione. Taiwan viene incassata come promessa implicita di non belligeranza, al prezzo di qualcosa che si vedrà.

Le due più grandi tecnocrazie del pianeta si sono sedute allo stesso tavolo senza la mediazione di ideologie o diplomatici. Si sono dette cose gentili, hanno firmato promesse di buona volontà, poi ognuna è tornata al suo laboratorio.

Il confronto vero, quello che Thiel chiama reset, non è stato evitato. È stato posticipato.

kratologos.it  |  Elaborazione a cura di: Romano Dellamore  |  14 maggio 2026

CNBC, What’s at stake for trade, Taiwan and Iran in Trump’s high-risk summit with China’s Xi https://www.cnbc.com/2026/05/12/trump-xi-china-trade-iran-taiwan.html

Al Jazeera, Trump and Xi to meet in Beijing: The key issues shaping the China summit https://www.aljazeera.com/economy/2026/5/13/trump-and-xi-to-meet-in-beijing-the-key-issues-shaping-the-china-summit

Benzinga, Palantir Co-Founder Peter Thiel Says America Needs ‘Drastic Reset’ With China https://www.benzinga.com/news/global/25/04/44783111/palantir-co-founder-peter-thiel-says-america-needs-drastic-reset-with-china-but-so-do-others

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Fonte: https://kratologos.it/pechino-2026-trump-xi-vertice/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 14 Maggio 2026

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