Come il sapere pubblico finanziato dai cittadini finanzia la guerra Privata
C’è un ciclo che raramente viene reso esplicito nel dibattito pubblico.
il Ciclo del Sapere
Un professore universitario ottiene fondi pubblici per ricerca fondamentale. I risultati vengono brevettati. Nasce uno spin-off. Lo spin-off viene acquisito da un’azienda privata. L’azienda vende la tecnologia a contractor della difesa. I contractor vendono sistemi d’arma agli Stati. Il contribuente che ha pagato la ricerca non sa nulla di questo percorso, e non ha mai autorizzato che il suo denaro finanziasse tecnologie belliche.Ogni passaggio è formalmente legittimo. Nessuna legge vieta questo percorso. Ma il risultato aggregato è che fondi pubblici destinati alla conoscenza libera e al bene comune vengono sistematicamente convogliati verso applicazioni militari senza che i cittadini, i parlamenti o persino i ricercatori stessi abbiano piena consapevolezza del percorso.
Il modello originario: MIT, DARPA e la fabbrica del sapere militare americano
Il 4 ottobre 1957, l’Unione Sovietica lancia lo Sputnik. Nei giorni successivi Washington non discute di diplomazia. Discute di università.
Il National Defense Education Act del 1958 è la risposta americana: un investimento massiccio nelle scienze e nelle tecnologie nelle università federali, esplicitamente motivato dalla competizione militare con l’URSS. Non è un finanziamento alla conoscenza libera. È la fondazione di un sistema in cui le università diventano infrastruttura della macchina da guerra americana.
DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) nasce nello stesso anno. Il suo mandato non è ambiguo: finanziare ricerca ad alto rischio nelle università per produrre tecnologie militari superiori. ARPANET, il precursore di internet, è un progetto DARPA. Il GPS è un progetto militare. Il web non è nato come spazio pubblico — è nato come sistema di comunicazione militare resiliente agli attacchi nucleari.
Oggi il MIT riceve ogni anno tra 1,5 e 2 miliardi di dollari in finanziamenti federali. Una quota significativa stimata tra il 15 e il 20% proviene da DOD, DARPA, servizi di intelligence. Il MIT Lincoln Laboratory è un laboratorio federalmente finanziato che opera sotto contratto con il Dipartimento della Difesa dal 1951. Sviluppa sistemi di difesa missilistica, radar avanzati, tecnologie per la guerra informatica, sistemi di sorveglianza spaziale. È ospitato nel campus del MIT. I suoi ricercatori hanno posizioni accademiche al MIT. Nessun comunicato stampa lo definisce un laboratorio militare. Stanford, Carnegie Mellon, Johns Hopkins: il modello si replica. Il Johns Hopkins Applied Physics Laboratory affiliato all’università è il principale centro di ricerca navale americano. Sviluppa sistemi d’arma per la Marina militare USA. I contratti con il DOD ammontano a oltre 2 miliardi di dollari l’anno. Questo è il modello che il mondo ha poi copiato. Quando l’Europa costruisce DIANA e l’EDF, quando la Cina introduce la Military-Civil Fusion, quando Israele sistematizza il pipeline dall’esercito all’università e ritorno, stanno tutti replicando un sistema che gli americani hanno perfezionato in settant’anni. L’opacità non è un difetto del modello. È una sua caratteristica costitutiva: la guerra si finanzia meglio quando si chiama ricerca
la Cina: qunando la militarizzazione del sapere è legge dello stato
In Occidente il nexus università-difesa opera nell’ombra. Si chiama dual-use, si presenta come innovazione civile, si gestisce attraverso contratti riservati e spin-off opachi. La Cina ha deciso di fare la stessa cosa in modo esplicito, per legge, senza eufemismi.
La Legge sulla Fusione Civile-Militare del 2017 nota come Military-Civil Fusion, MCF non è una linea guida o un programma di incentivi. È un obbligo giuridico. Ogni università cinese, ogni laboratorio di ricerca, ogni azienda tecnologica è tenuta a condividere conoscenze, tecnologie e risultati con le forze armate della Repubblica Popolare quando richiesto. Non c’è opt-out. Non c’è negoziazione. Non c’è il lusso dell’ambiguità che le università occidentali si concedono.
Le “Sette Figli della Difesa Nazionale” sono le sette università cinesi direttamente sotto il controllo del Ministero dell’Industria e
della Tecnologia dell’Informazione lo stesso ministero che sovrintende alla produzione militare. Harbin Institute of Technology, Northwestern Polytechnical University, Beijing Institute of Technology, Beijing University of Aeronautics and Astronautics, Nanjing University of Aeronautics and Astronautics, Nanjing University of Science and Technology, Harbin Engineering University. Il nome romantico nasconde il fatto che sono fabbriche di ingegneri militari finanziate dallo Stato cinese.
La National University of Defense Technology (NUDT) di Changsha è il caso limite: è l’università dell’esercito cinese. Produce i software per i supercomputer Tianhe che dominano le classifiche mondiali. Forma i quadri della PLA Cyberspace Force. I suoi alumni occupano posizioni apicali nella catena di comando dell’esercito. Non è un’università che collabora con la difesa è un’istituzione militare con un titolo accademico. La differenza con il modello occidentale non è morale. È di trasparenza. In Occidente i contratti con l’industria della difesa si nascondono dietro clausole di riservatezza, si presentano come ricerca fondamentale, si giustificano con il dual-use. In Cina si chiamano col loro nome. La scelta di quale modello sia più onesto è lasciata al lettore.
Tel Aviv e il triangolo della morte: università, esercito, industria
C’è un modello nel mondo dove il rapporto tra università, esercito e industria della difesa non è opaco, non è mediato da eufemismi, non ha bisogno di essere investigato da riviste come Altreconomia. È
esplicito, è celebrato, è presentato come vanto nazionale. È il modello israeliano. Il triangolo strutturale funziona così. I giovani israeliani completano il servizio militare obbligatorio tre anni per gli uomini, due per le donne. I migliori vengono selezionati per l’Unità 8200, il corpo di intelligence segnali dell’IDF: la più grande unità dell’esercito israeliano, il principale servizio di cyber-intelligence del paese. Lì imparano crittografia offensiva, intercettazione di comunicazioni, sviluppo di exploit, sorveglianza di massa. Competenze che nessuna università al mondo insegna con quella intensità pratica. Quando escono dall’8200, entrano nelle università soprattutto il Technion di Haifa, l’Università di Tel Aviv, la Ben-Gurion University del Negev. Non portano con sé un curriculum, portano una rete: i commilitoni dell’8200 che stanno fondando startup, i comandanti che ora siedono nei consigli di amministrazione delle aziende di difesa, i contatti con Rafael Advanced Defense Systems, Elbit Systems, Israel Aerospace Industries. Dall’università al mercato il passo è brevissimo, perché la pipeline è stata costruita apposta. Il Technion è la scuola di ingegneria più militarizzata del mondo occidentale. Circa il 40% dei suoi ricercatori ha collaborazioni attive con l’industria della difesa israeliana. Il campus ospita laboratori finanziati da Elbit, da Rafael, dall’IAI. I dottorati industriali con aziende di difesa sono la norma, non l’eccezione. Il Technion ha accordi di cooperazione con università americane, europee e asiatiche: quando un università italiana stringe un accordo con il Technion, stringe indirettamente un accordo con l’ecosistema industriale-militare israeliano. Il risultato di questo sistema è un’industria tecnologica costruita sulla guerra. Check Point, sicurezza informatica, fondata da ex-8200. CyberArk sicurezza delle identità digitali, fondata da ex-8200. Waze il navigatore acquisito da Google, fondata da ex-8200. Mobileye guida autonoma, acquisita da
Intel per 15,3 miliardi, tecnologia sviluppata in parte con finanziamenti militari. NSO Group Pegasus, lo spyware che ha spiato giornalisti, attivisti e capi di stato fondata da ex-8200, sviluppata con tecnologie nate nel contesto dell’intelligence militare.
Ma il caso più diretto, quello che richiede di essere nominato senza perifrasi, è Gaza.
Le tecnologie che Elbit, Rafael e IAI sviluppano e testano nei conflitti — droni, sistemi di targeting, riconoscimento facciale, AI per la selezione degli obiettivi non vengono testate in laboratorio. Vengono testate su popolazioni reali. Gaza è stata il banco di prova più intensivo della storia recente. Il sistema Lavender, descritto nel Capitolo 7, che ha generato 37.000 bersagli con un margine di errore “accettabile” del 10%, è stato sviluppato con contributi tecnologici che hanno radici nell’ecosistema universitario-militare israeliano.
Dopo ogni conflitto, le aziende israeliane di difesa commercializzano le tecnologie come “battle-tested”. È un argomento di vendita. Significa: testato su esseri umani reali, in condizioni di guerra reali, con risultati documentati. L’Università di Tel Aviv e il Technion sono parte di questo sistema. I loro ricercatori producono il sapere che alimenta quelle tecnologie. I loro alumni fondano le aziende che le producono. I loro laboratori ricevono i finanziamenti delle aziende che le commercializzano. Quando i rettori delle università europee stringono accordi di cooperazione con il Technion come hanno fatto in Italia, in Germania, in Francia firmano qualcosa di più di un accordo accademico. Firmano l’integrazione nei circuiti di un sistema che trasforma il sapere in strumenti di guerra e la guerra in argomento di marketing. Nessuno lo dice esplicitamente. Questa è l’opacità che conta.
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Fonte: https://kratologos.it/il-nexus-universita-difesa/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 28 Aprile 2026