
2 Giugno e Articolo 11, l’ipocrisia dell’ITALIA
I politici in tribuna applaudiranno tutto con lo stesso calore: chi porta le barelle e chi costruisce le bombe. La cerimonia le mescola senza imbarazzo, quasi che salvare vite e toglierle fossero due facce della stessa medaglia repubblicana. Il meglio dell’industria della difesa italiana, il meglio prodotto da Leonardo e dai suoi fornitori, sfila sotto il sole di giugno. Quel ‘meglio’ che altrove semina morte, macerie, lutti in case che non finiscono mai sui giornali.
L’articolo 11 della Costituzione dice una cosa semplice: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non lo limita, non lo regola, non lo esporta con cautela. Lo ripudia. È un verbo scelto con precisione da chi aveva appena attraversato una guerra totale e sapeva esattamente di cosa stava parlando. Ottant’anni dopo, quello stesso Stato celebra l’anniversario della Costituzione con una parata in cui sfilano sistemi antidrone battle-tested in Ucraina, sonar per la bonifica degli stretti, droni da ricognizione. E in tribuna, seduti comodi, i rappresentanti di quel medesimo Stato che nei mesi precedenti ha autorizzato miliardi di euro in esportazioni di armi verso zone di conflitto attivo.
Il compiacimento della tribuna
C’è qualcosa di rivelatore nel modo in cui la classe politica italiana vive questa giornata. L’applauso è identico: stessa cadenza, stesso calore, stessa intensità per i volontari della Croce Rossa che trasportano una barella e per il sistema Skynex che abbatte i droni. La cerimonia è costruita in modo che nessuno debba fermarsi a pensare alla differenza. I vigili del fuoco che entrano nelle macerie e i produttori di bombe che le creano sfilano nella stessa parata, sotto la stessa bandiera, davanti allo stesso pubblico plaudente.
Questo compiacimento non è disattenzione. È una scelta politica precisa. Mescolare salvatori e armieri nella stessa liturgia patriottica serve a rendere impossibile la distinzione morale. Chi applaude i pompieri deve applaudire anche Leonardo. Chi si commuove per i sanitari militari deve tributare lo stesso rispetto agli esportatori di spolette. La cerimonia funziona come un dispositivo di neutralizzazione del giudizio: dentro la cornice della Repubblica tutto è ugualmente degno di onore, tutto è servizio al Paese, tutto merita lo stesso applauso scrosciante.
Due ipocrisie, una peggiore dell’altra
Per essere onesti fino in fondo bisogna distinguere due tipi di ipocrisia presenti in quella tribuna, perché non sono uguali anche se producono gli stessi effetti.
La prima è quella del governo Meloni. È un’ipocrisia relativamente lineare: la destra italiana non ha mai amato particolarmente l’articolo 11, non si è mai identificata con la cultura pacifista che lo ha tenuto in vita nel dibattito pubblico, e l’attuale maggioranza ha sempre guardato al riarmo europeo e all’integrazione NATO con favore esplicito. Quando Meloni applaude lo Skynex non sta tradendo nessuna promessa che ha fatto agli elettori. La sua postura è quella di chi ha sempre pensato che la forza militare sia uno strumento legittimo di politica estera. Si può non condividere, ma almeno è coerente. La menzogna sta nei dettagli, non nella posizione di fondo.
La seconda ipocrisia è quella della sinistra, del centrosinistra, di chi ha costruito la propria identità politica attorno alla Costituzione come testo fondante, al pacifismo come valore irrinunciabile, all’antifascismo come discrimine morale. Sono loro che ogni 25 aprile citano l’articolo 11 con voce commossa. Sono loro che accusano la destra di non rispettare la Carta. Sono loro che nei convegni e nelle piazze usano ‘Costituzione’ come se fosse una parola magica in grado di assolvere qualunque contraddizione. Ed è questa ipocrisia, non quella della destra, la più grave. Perché è quella che sa quello che fa.
Ogni anno il Parlamento vota i decreti missione che autorizzano le forniture militari all’Ucraina. La sinistra non si astiene, non chiede dettagli pubblici sui sistemi spediti, non esige trasparenza sui destinatari. Vota sì, in silenzio, e il giorno dopo torna a parlare di Costituzione. Sul partenariato strategico con Israele, che si rinnova automaticamente ogni 8 giugno, il silenzio parlamentare è stato quasi perfetto. Nessuno a sinistra ha sollevato la questione in modo sistematico, nessuno ha chiesto la sospensione del rinnovo automatico dopo il 7 ottobre 2023, nessuno ha collegato quel documento alle spolette partite da Viterbo nel giugno 2024. Nei decenni in cui il centrosinistra ha governato, Leonardo ha costruito i suoi accordi con l’industria bellica israeliana, ha moltiplicato l’export verso il Medio Oriente, ha consolidato il proprio monopolio sull’industria bellica nazionale. Nessuno ha mai proposto di separare la partecipazione pubblica dall’export verso zone di conflitto. Nessuno lo propone oggi.
In tribuna il 2 giugno siedono insieme, governo e opposizione. Applaudono insieme. Sono divisi su tutto, tranne che su questo: il silenzio su ciò che non viene mostrato è la condizione che li unisce. L’articolo 11 sfila anche lui nella parata, come testo da evocare nelle occasioni solenni e da ignorare nelle decisioni concrete. È il più applaudito di tutti, e il meno rispettato.
I numeri dell’ipocrisia
I dati non vengono dai siti di attivisti. Vengono dalla Relazione annuale che il governo trasmette ogni anno al Parlamento in base alla Legge 185 del 1990. Nel 2025 le autorizzazioni italiane per l’esportazione di materiale d’armamento hanno superato i nove miliardi di euro. Nel 2024 erano 7,6 miliardi, nel 2023 circa sei. La crescita negli ultimi quattro anni è dell’87%. Verso i paesi extra-UE è del 171%. Le transazioni bancarie legate all’export di armamenti nel 2025 hanno superato i 14 miliardi di euro complessivi.
Il mercato è concentratissimo. Le prime quindici aziende esportatrici rappresentano il 90% del valore delle autorizzazioni. Le prime quattro da sole coprono quasi il 70%. In testa c’è Leonardo SpA, che nel 2025 ha raggiunto il 54% del totale export bellico italiano, quasi raddoppiando la propria quota rispetto all’anno precedente. Subito dopo vengono Iveco Defence Vehicles con il 7,4% e RWM Italia con il 4,6%. RWM Italia produce bombe e munizioni, ed è già stata al centro di inchieste documentate per aver venduto all’Arabia Saudita componenti usati nella guerra in Yemen. Continua a esportare. Il Parlamento continua ad approvare.
Israele: la menzogna ufficiale e i fatti
Il caso più grave è quello di Israele. Dopo il 7 ottobre 2023 il governo Meloni ha dichiarato che l’Italia non stava autorizzando nuove esportazioni di armi verso Tel Aviv. Era una mezza verità costruita per sembrare una verità intera. Le licenze pregresse sono rimaste attive e sono state utilizzate. Nel 2024, mentre l’offensiva su Gaza contava decine di migliaia di morti civili documentati, l’Italia ha esportato verso Israele armi e munizioni per circa 5,8 milioni di euro. Solo l’11% è stato classificato nei dettagli nei documenti pubblici.
Nel giugno 2024, dalla provincia di Viterbo è partita un’unica spedizione di materiale militare senza precedenti per quel territorio: spolette elettriche serie ID260 e sensori di prossimità 980 Lapf, cioè i dispositivi che attivano l’esplosivo di bombe, razzi e proiettili. Destinazione Israele. Produttore: Orion Advanced Systems Ltd, azienda israeliana. Il Ministero della Difesa ha dichiarato che il materiale era destinato alla distruzione da parte del produttore. Nessuna commissione parlamentare, né di maggioranza né di opposizione, ha ritenuto di verificare seriamente questa versione. Elbit Systems, altro grande gruppo della difesa israeliana, ha accordi di vecchia data con Leonardo e una presenza nell’infrastruttura militare italiana legata al centro addestramento elicotteri da guerra con sede a Viterbo. La filiera tra industria bellica israeliana e territorio italiano è più strutturata di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.
Il 7 maggio 2025, in Commissione Esteri alla Camera, il sottosegretario Silli ha ammesso ufficialmente che armi italiane sono arrivate in Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. La notizia ha avuto lo spazio di un giorno. Nel frattempo l’Italia ha raddoppiato le importazioni di armamenti da Israele, arrivando a 154 milioni di euro nel 2024. Compriamo da chi diciamo di non rifornire più.
La legge che non si applica
La Legge 185 del 1990 stabilisce che l’Italia non può vendere armi a paesi in guerra o che violano sistematicamente le convenzioni internazionali sui diritti umani. Nel 2025 l’Italia ha autorizzato esportazioni verso l’Ucraina, paese formalmente in guerra, per 349 milioni di euro. In deroga. Senza dettagli pubblici. Per l’Arabia Saudita il meccanismo si ripete da anni: RWM Italia vende, le inchieste documentano, le licenze vengono sospese sotto pressione e poi ripristinate. La deroga è diventata la norma, e la norma è diventata il testo da citare nelle celebrazioni.
Leonardo e lo Stato che guadagna
Lo Stato italiano è contemporaneamente il regolatore delle esportazioni di armi, il principale cliente delle aziende che le producono e il maggiore azionista della prima di queste aziende. Il Ministero dell’Economia, tramite CDP, detiene circa il 30% di Leonardo. Lo stesso governo che siede in tribuna ha un interesse economico diretto nell’export di Leonardo. Quando la quota di Leonardo sull’export armi italiano quasi raddoppia in un anno, il dividendo che torna allo Stato aumenta di conseguenza. Non è corruzione in senso tecnico: è un conflitto di interessi incorporato nella struttura, non nell’eccezione. Ed è un conflitto di interessi che nessun governo, di destra o di sinistra, ha mai avuto interesse a risolvere.
L’applauso continua
Il 2 giugno 2026, ottantesimo anniversario della Repubblica, in tribuna ai Fori Imperiali siedono le stesse persone che nei mesi precedenti hanno firmato le autorizzazioni, approvato i bilanci, taciuto sulle inchieste, evocato la Costituzione nei convegni. Applaudono i vigili del fuoco. Applaudono lo Skynex. Applaudono i droni. L’applauso è identico perché per loro è identico: è tutto Paese, è tutto servizio, è tutto onore repubblicano.
I costituenti che scrissero l’articolo 11 avevano visto le città bombardate e sapevano il costo di quello che stavano rifiutando. La cerimonia di oggi non li onora. Li usa come scenografia per una politica che va nella direzione esattamente opposta. E il capolavoro di questa ipocrisia bipartisan è che tutto avviene alla luce del sole, con la banda che suona, le bandiere che sventolano e i politici, tutti i politici, che battono le mani.
Nessuno si alza. Nessuno fa domande. L’applauso continua.
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Fonte: https://kratologos.it/2-giugno-articolo-11-ipocrisia-italia-export-armi-israele-leonardo/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 2 Giugno 2026