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Lo schiavismo del XXI secolo

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LO SCHIAVISMO DEL XXI SECOLO

Dal magazzino Amazon al rogo di Amendolara, passando per il cantiere del Consolato USA. Come il capitalismo contemporaneo ha reintrodotto il lavoro coatto.

magazzini Amazon

Leggi anche: Il padrone invisibile. Marx, l’algoritmo e la nuova alienazione del lavoro italiano

1. Un continuum, non un salto

C’è una tentazione, quando si parla di caporalato e sfruttamento agricolo, di pensare a un’anomalia. A qualcosa che accade lontano, nelle campagne del Sud, in un’Italia arcaica che sopravvive ai margini di quella moderna. È la stessa tentazione che porta a separare il rider milanese controllato dall’algoritmo dal bracciante afghano controllato dal caporale calabrese. Come se fossero fenomeni distinti, separati da una soglia netta.

Non lo sono. Sono due punti sullo stesso asse, due momenti di un continuum che va dalla sorveglianza digitale alla violenza fisica, dalla precarietà contrattuale alla schiavitù per debito. La distanza tra i due estremi non è qualitativa: è quantitativa. Non è la natura del rapporto che cambia, ma il grado di visibilità e il livello di brutalità con cui viene esercitato.

L’articolo che state leggendo è il seguito naturale di un’analisi precedente sul padrone invisibile, sull’algoritmo come strumento di estrazione del plusvalore, sull’alienazione come categoria analitica ancora valida nel capitalismo delle piattaforme. Qui scendiamo più in profondità, fino al punto in cui la metafora dello sfruttamento cessa di essere metafora e diventa la parola esatta: schiavismo. Lo schiavismo del XXI secolo funziona con gli strumenti del suo tempo: il debito al posto delle catene, la minaccia al posto della frusta.

2. Il lavoro sorvegliato: Amazon e la logistica del corpo

Partiamo dall’estremo apparentemente più visibile e accettato. Nei magazzini Amazon italiani, a Passo Corese, Castel San Giovanni e Torrazza Piemonte, circa 10.000 lavoratori operano con scanner portatili che dettano in tempo reale la sequenza di ogni operazione. Il sistema registra ogni scostamento dai tempi previsti. I lavoratori monitorati dalla Fiom-Cgil tra il 2023 e il 2025 riferivano di non poter andare in bagno liberamente: non era un divieto esplicito, era il sistema stesso che rendeva l’interruzione economicamente dannosa.

Non è una metafora. È la quarta dimensione dell’alienazione marxiana applicata letteralmente: il lavoratore non controlla il proprio processo produttivo. Lo controlla un algoritmo che appartiene a Jeff Bezos.

Eppure questo è il livello più tutelato della catena. C’è un contratto. C’è un salario. C’è un sindacato che può fare causa. Nel 2021 la Filcams-Cgil ha avviato un’azione legale sulla sorveglianza degli scanner. Il Garante Privacy ha aperto un’istruttoria. I lavoratori di Castel San Giovanni hanno scioperato e ottenuto risultati concreti su pause e misurazione delle performance. Scendendo lungo la catena, anche questi livelli minimi di tutela scompaiono.

3. Il lavoro ricattabile: rider, call center e la gig economy come trappola

Milano, giovedì sera, ore 23.10. Piove. Un rider è fermo sul marciapiede di via Padova con la bici elettrica carica di un ordine che vale 4,20 euro al netto delle commissioni. Ha una partita IVA. È un lavoratore autonomo, dice il contratto che ha firmato su uno schermo, spesso senza capirne il contenuto reale. Eppure ogni minuto della sua serata è deciso da qualcun altro. Il prodotto del suo lavoro appartiene interamente alla piattaforma. Il rischio appartiene interamente a lui.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 1663 del 24 gennaio 2020, ha riconosciuto che il sistema di assegnazione degli ordini e il monitoraggio GPS configuravano eterodirezione equivalente alla subordinazione. Il Tribunale di Bologna nel 2020 ha dichiarato discriminatorio l’algoritmo Frank di Deliveroo che penalizzava i rider in sciopero. Ma i dati estratti dal corpo del rider restano proprietà esclusiva della piattaforma anche dopo una sentenza favorevole.

Nei call center italiani, circa 80.000 lavoratori concentrati in Campania, Sicilia e Sardegna, il sistema di compenso misto è strutturalmente identico al cottimo descritto da Marx nel Capitale. I lavoratori producono conversazioni le cui trascrizioni vengono usate per addestrare sistemi di intelligenza artificiale che li sostituiranno. L’alienazione dal prodotto del lavoro include qui la propria futura obsolescenza, prodotta dal proprio lavoro presente.

La vita da schiavi degli operai indiani, pagati 2 euro l'ora per costruire il consolato Usa a Milano

4. Il lavoro invisibile: il consolato americano e il para-schiavismo nell’edilizia

Piazzale Accursio, Milano. Un cantiere da 200 milioni di dollari per la costruzione della nuova sede del Consolato degli Stati Uniti d’America. Un simbolo della nazione che esporta democrazia e diritti nel mondo. Il 26 maggio 2026 la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per caporalato nei confronti della Caddell Construction Co., società americana con sede a Montgomery, Alabama, appaltatrice del cantiere.

I fatti, ricostruiti dai pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici, sono i seguenti. Circa 400 lavoratori, di cui oltre 300 indiani, venivano reclutati in India attraverso intermediari che promettevano stipendi dignitosi. Per ottenere il visto e la garanzia del lavoro, ogni lavoratore doveva pagare 5.000 euro, circa 500.000 rupie, spesso indebitando l’intera famiglia. Una volta arrivati in Italia, scoprivano le false promesse.

« Il debito contratto diventa una catena dato che il caporale di cantiere trattiene gran parte del salario con la scusa dell’alloggio e del vitto e con la minaccia di licenziamento. »

Procura di Milano, provvedimento d’urgenza, maggio 2026

La matematica dello sfruttamento è precisa. Salario mensile dichiarato: tra 1.200 e 1.500 euro, per turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette. Trattenute per alloggio: 500 euro. Trattenute per vitto: 350-370 euro. Rimesse alla famiglia in India: circa 350 euro. Rimanente per vivere a Milano: circa 150 euro al mese. Un euro e cinquanta al giorno.

Il manager della filiale italiana Caddell, il turco Ulas Demir, è stato fermato dai carabinieri del Nil di Milano all’aeroporto di Orio al Serio mentre tentava di imbarcarsi con la famiglia su un volo diretto in Turchia. Si è avvalso della facoltà di non rispondere al gip. La minaccia che teneva tutti in riga era una sola: chi parla con i carabinieri torna in India. La denuncia punita con l’espulsione di fatto.

La Fillea Cgil di Milano ha definito il caso del consolato USA la punta dell’iceberg. I dati confermano la valutazione: nel 2025 le esternalizzazioni illecite nell’edilizia milanese hanno coinvolto 2.875 lavoratori, con una crescita del 437% rispetto all’anno precedente. Il sistema degli appalti a cascata, legalmente ineccepibile nella sua struttura formale, è il meccanismo attraverso cui la responsabilità dello sfruttamento viene dissolta lungo la catena fino a diventare invisibile.

La nazione che costruisce il proprio consolato, simbolo di sovranità e legge, lo costruisce con il lavoro di uomini tenuti in condizioni che la Procura di Milano ha chiamato para-schiavismo. Non è un’ironia: è la norma del sistema resa visibile per un momento.

Lo sfruttamento dei migranti che fa comodo al governo

5. Il lavoro coatto: Amendolara e la parola esatta

Il 1° giugno 2026, in una stazione di servizio nei pressi di Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro uomini vengono bruciati vivi dentro un minivan. Si chiamano Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad. Tre sono afghani, uno è pakistano. Il più grande ha 29 anni.

Erano braccianti agricoli. Avevano chiesto di essere pagati. Avevano rifiutato di pagare il pizzo sul trasporto verso i campi. Le telecamere di sorveglianza del benzinaio mostrano l’orrore: le chiusure della macchina bloccate dall’esterno, la benzina versata dentro, le fiamme.

« Ci davano da mangiare e da dormire, non volevano darci altro. Da lì è partita la lite. »

L’unico sopravvissuto, al Tg3 Calabria

Nemmeno 24 ore dopo sono stati fermati Safeer Ahmed e Ali Raza, entrambi pachistani di 31 anni, con l’accusa di omicidio plurimo aggravato. A far breccia in un muro di silenzio è stata la denuncia di un amico di uno degli accusati: un gesto di coraggio in un contesto che il procuratore di Castrovillari Domenico D’Alessio ha descritto come fatto di «cittadini che non collaborano». Anche i caporali erano migranti: è la struttura del sistema che produce questo risultato. In alto ci sono le eccellenze, i grandi distributori, le insegne della grande distribuzione organizzata. In mezzo ci sono le aziende agricole. Alla base ci sono i caporali, stranieri come le vittime, che esercitano la violenza per conto di chi non vuole sporcarsi le mani. Ogni livello estrae valore da quello inferiore.

La Flai-Cgil ha letto il rogo come «un crimine politico e sociale, un atto di ritorsione contro chi ha avuto il coraggio di pretendere che il proprio lavoro fosse retribuito», definendolo «il fondo di una barbarie para-schiavistica». La ministra del Lavoro Marina Calderone ha annunciato una campagna di ispezioni in tutta Italia; il 6 giugno un corteo nazionale Flai-Cgil ha attraversato Amendolara con Maurizio Landini, Elly Schlein e Nicola Fratoianni. Le ispezioni, come sempre, arrivano dopo i morti.

Secondo il rapporto Agromafie e caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Cgil, in Italia vengono sfruttate circa 230.000 persone nei campi, un quarto di tutti i braccianti. Il rapporto 2025 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro registra 895 vittime di caporalato ai sensi dell’art. 603-bis del Codice penale, di cui 227 in agricoltura, con un giro d’affari stimato in 24,5 miliardi di euro annui.

La legge 199 contro il caporalato è stata approvata nel 2016. È considerata all’avanguardia in Europa. È rimasta sostanzialmente inapplicata. La Calabria, regione in cui si è consumata la strage di Amendolara, non ha ancora una legge regionale organica contro il caporalato. La proposta giaceva in consiliatura dal maggio 2024.

6. La struttura, non l’eccezione

C’è un’operazione ideologica che si ripete ogni volta che emerge un caso di sfruttamento grave: presentarlo come eccezione. Come devianza. Come crimine individuale che il sistema normale dovrebbe reprimere. I caporali di Amendolara sono criminali. Il manager Ulas Demir è un criminale. La Caddell Construction ha violato la legge.

Ma ridurre l’analisi alla dimensione penale significa non vedere la struttura che produce sistematicamente quei crimini. Il caporalato in agricoltura non sopravvive da decenni nonostante il sistema, ma grazie a esso. La grande distribuzione sa che cosa c’è dietro il pomodoro a 99 centesimi. Le aziende costruttrici che vincono appalti al ribasso sanno che cosa è necessario per stare dentro quei prezzi. Chi acquista quei pomodori e abita in quegli edifici sa, o dovrebbe sapere.

Sono quattro uomini bruciati vivi perché chiedevano di essere pagati. Sono anche vittime della nostra indifferenza come consumatori. Perché sappiamo benissimo cosa c’è dietro quel che compriamo al supermercato, ma facciamo finta di non vederlo.

Francesco Cancellato, Fanpage.it, 3 giugno 2026

Il filo che unisce il magazziniere Amazon cronometrato al secondo, il rider controllato dall’algoritmo, l’operaio indiano al consolato americano e il bracciante afghano bruciato vivo in Calabria non è la criminalità di singoli soggetti. È la logica strutturale di un sistema che produce sistematicamente soggetti ricattabili: senza documenti, senza sindacato, senza alternativa, senza voce.

Gramsci chiamava subalternità la condizione di chi non riesce a rappresentare il proprio interesse in modo autonomo, che dipende da altri per la propria sopravvivenza materiale e simbolica. La subalternità non è una caratteristica naturale di certi soggetti: è una condizione prodotta e mantenuta dal sistema. Il bracciante afgano è ricattabile non perché è fragile per natura, ma perché la Bossi-Fini lo rende irregolare, la mancanza di accoglienza lo espone ai caporali, e la grande distribuzione remunera il lavoro agricolo a un prezzo che rende impossibile pagarlo con dignità.

7. Schiavismo del XXI secolo: la parola giusta

le baraccopoli dove vivono i migranti che lavorano in agricoltura

Caporalato è una parola tecnica. Neutralizza. Descrive un meccanismo senza nominarne la sostanza. La Procura di Milano ha usato la parola para-schiavismo. È più onesta.

Ma c’è un punto esatto in cui lo sfruttamento smette di essere sfruttamento e diventa schiavitù, ed è la ritorsione contro chi reclama i propri diritti. A Milano quel punto ha la forma di una frase — «chi parla con l’Arma torna in India» — e di un licenziamento che si trasforma in espulsione. In Calabria ha la forma di un minivan le cui portiere vengono bloccate dall’esterno. In mezzo c’è tutto ciò che distingue una violazione contrattuale da un sistema di dominio: la punizione di chi alza la testa.

La schiavitù è il lavoro coatto, il corpo controllato, l’impossibilità di sottrarsi, il profitto estratto dalla sofferenza altrui. Il bracciante afghano ad Amendolara soddisfaceva tutti questi criteri. L’operaio indiano al consolato americano soddisfaceva tutti questi criteri: un debito di 5.000 euro contratto prima di partire, la minaccia di licenziamento e di perdita del permesso di soggiorno, l’impossibilità materiale di andarsene.

La differenza tra la schiavitù del XIX secolo e quella del XXI non è di sostanza: è di forma giuridica. La prima era legale e pubblica. La seconda è illegale e nascosta. Ma il meccanismo è identico: un essere umano trasformato in strumento di produzione, privato della sua volontà, del suo corpo, della sua dignità.

Nel 2026, in Italia, questo avviene su scala industriale. Non nelle piantagioni. Nei cantieri di Milano. Nei campi di pomodori della Piana di Sibari. Nelle serre di Ragusa. Nei magazzini della logistica. In forme diverse, con gradi diversi di violenza visibile, ma lungo lo stesso asse di estrazione.

8. Cosa rimane da fare

La risposta alla strage di Amendolara non può essere solo il fermo di due pakistani. La risposta alla vicenda del consolato americano non può essere solo il controllo giudiziario di una società dell’Alabama. Queste sono risposte penali a problemi strutturali.

Le risposte strutturali richiedono: piena applicazione della legge 199 del 2016 con ispezioni sistematiche e non episodiche; riforma della Bossi-Fini per spezzare il ricatto del permesso di soggiorno; regolazione obbligatoria delle catene di appalto con responsabilità solidale fino al committente finale; salario minimo legale con meccanismi di enforcement reali; riconoscimento del permesso di soggiorno a chi denuncia lo sfruttamento, senza le lungaggini burocratiche attuali che lasciano il lavoratore esposto alla vendetta dei caporali.

In termini marxiani: è necessario riportare i rapporti reali di produzione nell’ambito della rappresentazione giuridica. Oggi la legge riconosce contratti che nascondono rapporti di schiavitù. La Cassazione ha cominciato a guardare attraverso la forma giuridica alla sostanza reale. I tribunali del lavoro stanno costruendo una giurisprudenza che riconosce l’eterodirezione algoritmica. Questi sono passi nella direzione giusta, insufficienti per la velocità con cui il sistema produce nuove forme di estrazione.

I quattro uomini bruciati vivi ad Amendolara si chiamavano Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad. Avevano chiesto di essere pagati. Erano entrati in Italia regolarmente, attraverso il decreto flussi, l’unico canale legale per migrare senza chiedere asilo. Il sistema li aveva resi invisibili, ricattabili, sostituibili. Il sistema li ha uccisi tanto quanto chi ha versato la benzina.

Chiamarlo schiavismo non è retorica. È la realtà con cui fare i conti.

6 Giugno 2026 Romano Dellamore kratologos.it

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Fonte: https://kratologos.it/schiavismo-del-xxi-secolo-dai-cantieri-ai-campi/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 6 Giugno 2026

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