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Cuba libre

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Cuba: il manuale del regime change

Aggiornamento maggio 2026. Quando abbiamo scritto il primo articolo su Cuba nella morsa degli Stati Uniti, il quadro era già grave. In poche settimane, la situazione si è trasformata in qualcosa di diverso: non più solo una crisi energetica indotta, ma l’applicazione sistematica di uno schema collaudato. Lo stesso schema usato per abbattere Maduro. Lo stesso copione, gli stessi attori, la stessa sequenza.

La settimana che cambia tutto

Il 20 maggio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formalizzato l’incriminazione di Raúl Castro, 94 anni, ex presidente cubano, per il presunto ruolo nell’abbattimento di due aerei civili dell’associazione Brothers to the Rescue il 24 febbraio 1996. Le accuse: cospirazione per uccidere cittadini statunitensi, distruzione di aeromobili, omicidio.

Lo stesso giorno, il Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom) ha annunciato su X l’arrivo nel Mar dei Caraibi del gruppo d’attacco guidato dalla portaerei nucleare USS Nimitz, con a bordo l’ala aerea imbarcata, il cacciatorpediniere USS Gridley e la nave d’approvvigionamento USNS Patuxent. Il comunicato recitava: ‘Benvenuti nei Caraibi, Gruppo d’Attacco del Nimitz.’ Un saluto. Un avviso.

La coincidenza temporale non è accidentale. In diplomazia è in strategia navale, il calendario conta quanto gli ordini operativi. Poche ore prima dell’incriminazione, il generale Francis Donovan, comandante del Southcom, aveva incontrato il segretario alla Guerra Pete Hegseth al Pentagono. L’incontro era stato richiesto da Hegseth.

Il modello Venezuela

Chi segue kratologos.it ricorda l’analisi pubblicata nei mesi scorsi: la cattura di Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026 era stata preceduta da mesi di strangolamento economico, incriminazione penale dello stesso Maduro, e dispiegamento di portaerei americane a ridosso delle coste venezuelane. Poi era arrivato il blitz delle forze speciali.

Il parallelo con Cuba è esplicito. Alla domanda diretta dei giornalisti su una possibile operazione militare per arrestare Raúl Castro, come era stato fatto con Maduro, Trump ha risposto: ‘Non voglio dire questa cosa.’ Una non-smentita che vale più di molte conferme.

Gli elementi del copione sono tutti presenti: un’incriminazione penale con accuse vecchie di trent’anni riattivate come strumento di pressione politica, una portaerei nucleare dispiegata nelle vicinanze, un embargo energetico che ha portato il paese al collasso, e un’offerta di aiuti umanitari condizionati al cambio di regime. Rubio ha dichiarato: ci sono 100 milioni di dollari di cibo e medicine disponibili per il popolo cubano. La condizione è implicita.

Il 21 maggio 2026, il giorno successivo all’incriminazione, Trump ha lasciato cadere ogni ambiguità. Interrogato dai giornalisti nell’Ufficio Ovale, ha detto: altri presidenti hanno guardato Cuba per cinquanta, sessant’anni. Sembra che sarò io a farlo. Felice di farlo. Non era una minaccia velata. Era una dichiarazione di intenti. Rubio, parlando separatamente, ha chiuso la porta alla diplomazia senza lasciare spiragli: Cuba si è abituata a comprare tempo. Non ci riuscirà. Siamo molto seri, molto concentrati. Alla domanda esplicita sull’uso della forza per cambiare il sistema politico cubano, Rubio ha risposto che il presidente ha sempre l’opzione di fare ciò che è necessario per proteggere l’interesse nazionale. Tradotto: nessuna opzione è esclusa.

Dietro la retorica pubblica si muoveva però un canale parallelo. Da febbraio 2026 Rubio aveva avviato colloqui segreti con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote dell’anziano leader, aggirando i canali ufficiali del governo dell’Avana. Il 14 maggio il direttore della CIA John Ratcliffe si era recato personalmente a Cuba per incontrare lo stesso nipote e il ministro dell’Interno cubano. Aveva indicato esplicitamente l’operazione Venezuela come modello e aveva fissato una scadenza: cambiamenti fondamentali, o conseguenze. L’incontro era andato male. Nel frattempo la macchina sanzionatoria girava a pieno regime: il 7 maggio l’OFAC aveva colpito GAESA, il conglomerato militare cubano che controlla circa il quaranta per cento dell’economia dell’isola. Rubio lo aveva definito il cuore del sistema comunista cleptocratico di Cuba. L’18 maggio nuove sanzioni avevano raggiunto l’apparato politico e i servizi di sicurezza. L’incriminazione di Raúl Castro era l’atto finale di una sequenza già avanzata da settimane. Non un’iniziativa. Una chiusura.

Cuba a pezzi: la realtà sul terreno

A metà maggio 2026 Cuba ha ufficialmente esaurito le riserve di petrolio e gasolio. Il governo lo ha ammesso pubblicamente, usando le parole ‘situazione critica.’ I blackout superano le venti ore al giorno in molte aree. All’Avana ci sono state proteste con roghi di cassonetti. Il sistema sanitario funziona solo per le emergenze.

Tutto questo non è una conseguenza naturale del socialismo cubano, come la narrazione occidentale si affanna a ripetere. È il risultato diretto di una strategia deliberata. Da gennaio 2026, attraverso minacce esplicite ai paesi esportatori di petrolio, in primo luogo il Messico, Washington ha progressivamente tagliato le forniture energetiche all’isola. Prima erano venute meno quelle venezuelane, dopo la caduta di Maduro. Poi il blocco si è esteso.

Gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito il blocco dei rifornimenti di carburante equivalente a una ‘carestia energetica’ indotta. Non è una metafora. È una descrizione tecnica di quello che sta accadendo a 9,6 milioni di persone.

Le quattro leve della pressione

La strategia americana su Cuba si articola su quattro assi simultanei. Il primo è il procedimento penale: l’incriminazione di Raúl Castro serve a criminalizzare la leadership cubana davanti all’opinione pubblica internazionale e a creare una base giuridica, per quanto fragile, per future azioni. Il secondo riguarda le sanzioni economiche, inaspriste dall’ordine esecutivo del 29 gennaio 2026, con cui la Casa Bianca ha definito Cuba una minaccia ‘inusuale e straordinaria’ per la sicurezza nazionale, accusandola senza prove di ospitare Hamas, Hezbollah e di intrattenere relazioni con Russia e Cina.

Vale la pena ricordare che la strumentalità di queste accuse non è una scoperta recente. Il 28 febbraio 1996, quattro giorni dopo l’abbattimento dei Cessna, Gianni Minà scriveva su L’Unità che Clinton sapeva perfettamente che i Brothers to the Rescue avevano violato lo spazio aereo cubano, come avevano già fatto decine di volte, e che il gruppo svolgeva un dichiarato lavoro di pressione e propaganda violenta, con legami accertati nell’universo paramilitare anticastrista della Florida. Minà inquadrava già allora l’episodio nel contesto di un ricatto elettorale da parte della lobby di Miami nei confronti di Clinton. Trent’anni dopo, quelle stesse accuse vengono riesumate non per fare giustizia, ma per costruire una copertura giuridica a un’operazione di regime change. Il diritto internazionale come grimaldello. Uno strumento, non un principio.

Il terzo asse è il canale umanitario condizionato: i 100 milioni di dollari di Rubio non sono aiuti, sono uno strumento di ricatto politico. Il quarto è la presenza militare aeronavale: la Nimitz non è lì per fare esercitazioni. È una leva, esattamente come lo era nel Golfo del Venezuela.

Il vero obiettivo: Russia e Cina

La lettura superficiale inquadra la crisi cubana come una questione bilaterale, un regolamento di conti storico tra Washington e l’Avana. La lettura corretta è diversa. Il direttore della CIA John Ratcliffe aveva già visitato l’Avana chiedendo la chiusura delle stazioni di intelligence russa e cinese presenti sull’isola. Quello è il vero obiettivo: sottrarre Cuba all’orbita russa e cinese, eliminare una presenza strategica a novanta miglia dalla Florida, consolidare il ritorno operativo della Dottrina Monroe nell’America Latina.

Russia e Cina hanno condannato la pressione americana, ma non hanno dispiegato risorse militari a difesa di Cuba. Il che conferma che il calcolo di Washington è razionale: Cuba è isolata, più fragile energeticamente del Venezuela, e le sue spalle geopolitiche sono più deboli di quanto sembri. Trump lo sa. Lo sa anche Raúl Castro.

Tre scenari

Gli analisti identificano tre esiti possibili. Il primo è un’operazione coercitiva limitata, un blitz delle forze speciali sul modello venezuelano, con o senza copertura giuridica dell’incriminazione. Il secondo è un accordo condizionato con l’Avana: Cuba accetta alcune richieste americane, in cambio di una parziale apertura delle forniture energetiche e di una sospensione della pressione militare. Il terzo è il collasso economico con ricadute migratorie: Cuba si sgretola dall’interno, il regime cade senza bisogno di intervento diretto, e si apre una crisi umanitaria con centinaia di migliaia di profughi verso le coste della Florida, un’emergenza che Trump userebbe politicamente in vista delle elezioni di midterm di novembre 2026.

La traiettoria più razionale per Washington resta il negoziato condizionato. Ma Trump non ragiona sempre in modo razionale. E la Nimitz è ancora nei Caraibi.

Quello che non viene detto

In tutto il dibattito occidentale sulla crisi cubana, manca un elemento fondamentale: la responsabilità morale ed etica di una politica che usa la fame e il freddo come armi contro una popolazione civile. Non è una questione di simpatie ideologiche. È una questione di diritto internazionale e di umanità elementare.

Un paese di 9,6 milioni di persone, che non ha luce per più di venti ore al giorno, che non ha carburante per i trasporti e per gli ospedali, che vede esaurirsi le scorte alimentari, non è una pedina geopolitica. Sono persone. Che il blocco abbia obiettivi strategici non lo rende meno criminale. Che sia stato applicato gradualmente non lo rende meno deliberato.

La Dottrina Monroe non è mai morta. Si è solo presa una pausa.

Leggi anche :CUBA NELLA MORSA AMERICANA

Romano Dellamore kratologos.it

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Fonte: https://kratologos.it/cuba-nimitz-2026-incriminazione-castro/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 24 Maggio 2026

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