
disastro di Seveso : la chimica nel cortile di casa
Domani, 10 luglio, ricorrono cinquant’anni dal disastro di Seveso. Per un giorno il paese si ricorderà che il rischio industriale in Italia non è un capitolo di storia chiuso, ma un dato che si aggiorna ogni anno negli archivi dell’ISPRA.
Poi, come ogni anniversario, la memoria tornerà a dormire. Gli impianti pericolosi restano dove sono sempre stati: dentro le città, accanto alle scuole, sotto le finestre di chi non ha scelto di viverci vicino.
Il 10 luglio 1976 un reattore dell’ICMESA di Meda liberò una nube di diossina TCDD sulla Brianza. Da quell’incidente nacque la prima direttiva europea sul controllo dei rischi industriali, la cosiddetta Direttiva Seveso, oggi alla sua terza versione.
La domanda utile, mezzo secolo dopo, non è se un incidente identico possa ripetersi. È se il paese abbia davvero smesso di costruire la propria economia sulla convivenza forzata tra impianti pericolosi e quartieri residenziali.
Il numero che nessuna commemorazione cita
Al 30 novembre 2025 l’Italia contava 971 stabilimenti classificati a rischio di incidente rilevante, sei mesi prima erano 932. Il numero cresce, non diminuisce.
Circa un quarto di questi impianti è concentrato in Lombardia, seguita da Veneto, Piemonte ed Emilia Romagna. Sono le stesse regioni dove la densità abitativa e quella industriale si sovrappongono da decenni.
Quasi ogni provincia italiana ospita almeno uno stabilimento a rischio. Seveso non fu un’eccezione geografica. Fu la prima volta che il paese si accorse di una regola che vale ancora oggi.
Chi dovrebbe controllare, e quanto controlla davvero
La sicurezza degli impianti Seveso dipende dalle ispezioni di ISPRA e delle agenzie regionali. Nel 2023 gli ispettori regionali erano 2.170, quelli di ISPRA appena 29 per l’intero territorio nazionale.
Nel 2025 su 21 ispezioni specificamente richieste a ISPRA ne sono state effettuate 15, il 71%. Il totale delle ispezioni annuali su tutti gli stabilimenti italiani si ferma a circa 300, contro quasi mille impianti censiti.
Fanno i conti da soli: un impianto su tre non riceve un controllo diretto in un anno tipico. La rete di sicurezza esiste sulla carta, molto meno nella pratica quotidiana.
Il paese delle bonifiche che non finiscono mai
Seveso non riguarda solo gli impianti attivi. Riguarda anche i 42 siti di interesse nazionale contaminati da decenni di produzione industriale, che coprono quasi 150mila ettari di territorio in ogni regione tranne il Molise.
A Taranto, dove sorge l’ex Ilva, la bonifica risulta conclusa solo per l’8% del suolo e il 7% delle acque sotterranee. In tre siti, tra cui Gela, il procedimento non si è concluso per nessuna porzione dell’area.
Bonificare un territorio in Italia richiede in media più tempo di quanto un governo resti in carica. Il risultato è che la contaminazione sopravvive ai decreti che dovrebbero eliminarla.
I corpi che pagano il conto
A Priolo, Gela e Milazzo, i tre grandi poli petrolchimici siciliani, gli studi epidemiologici del progetto SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità registrano un eccesso di mesotelioma e tumore al polmone tra i residenti.
Non è un sospetto isolato. È un dato che si ripete da anni negli stessi territori, dove poli industriali e case popolari condividono lo stesso perimetro urbano da mezzo secolo.
Seveso insegnò a misurare il danno acuto di un incidente. Il danno cronico di chi vive accanto a un impianto per una vita intera resta molto più difficile da raccontare in una notizia di cronaca.
La cronaca smentisce la tranquillità istituzionale
Mentre si celebra il cinquantenario, la cronaca continua a fornire promemoria concreti. A marzo un’esplosione nell’azienda chimica Naniken di Erbusco, in provincia di Brescia ha ferito cinque operai, con l’intervento dell’unità specializzata Nucleare Biologico Chimico Radiologico.
A maggio una fuoriuscita di sostanza chimica da una cisterna ha provocato un incendio in uno stabilimento di Mezzocorona, in Trentino, con due operai intossicati. Oggi, proprio alla vigilia dell’anniversario, un’esplosione a Casalbordino, in Abruzzo, ha causato un morto.
Non sono nuove Seveso. Sono la prova che il rischio chimico industriale in Italia non è un ricordo del 1976, ma una costante che produce incidenti quasi ogni mese, semplicemente troppo piccoli per restare in prima pagina più di un giorno.
Il rischio nuovo che nessuno ha ancora normato
La transizione energetica sta introducendo categorie di rischio che la normativa Seveso, pensata per triclorofenolo e diossina, non aveva previsto: stoccaggi di idrogeno, batterie su larga scala, nuovi digestori.
Secondo l’ISPRA, il 37% degli stabilimenti ha introdotto nuove tecnologie negli ultimi tre anni senza rivalutare i rischi connessi. È la stessa distanza tra regola scritta e pratica industriale che nel 1976 permise a un impianto di aumentare la produzione senza aggiornare le proprie misure di sicurezza.
Quando anche la memoria diventa terreno edificabile
Il caso più eloquente arriva proprio dal luogo simbolo della bonifica di Seveso. Il Bosco delle Querce, nato sui terreni decontaminati dopo il disastro, rischia di perdere oltre 3.000 alberi per l’avanzamento dell’autostrada Pedemontana.
Cinquant’anni dopo aver trasformato un disastro chimico in un parco naturale, lo stesso territorio si prepara a sacrificarne una parte per un’infrastruttura che buona parte della popolazione locale non ha mai chiesto.
È la sintesi perfetta del potere che decide dove costruire e cosa distruggere: la stessa logica insediativa che nel 1976 mise un reattore chimico a ridosso delle case, oggi mette un’autostrada a ridosso della memoria di quell’incidente.
Seveso non dimostra che il rischio zero sia impossibile, questo lo sapeva già chi progettava impianti chimici prima del 1976. Dimostra che il rischio, in Italia, si distribuisce secondo la stessa geografia del potere di sempre: chi decide dove costruire raramente è chi poi vive accanto a quello che è stato costruito.
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Fonte: https://kratologos.it/disastro-di-seveso-50-anni-dopo/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 10 Luglio 2026