Gli odiatori professionisti Dal Gabinete do Ódio di Bolsonaro al modello MAGA, fino all’Italia di Vannacci

C’è un mestiere nuovo nel capitalismo dell’attenzione. Non si chiama giornalista, non si chiama politico, non si chiama intellettuale. Si chiama odiatore professionista. Prende un salario, riceve istruzioni, produce rabbia su commissione, e vende quella rabbia come se fosse pensiero autentico, ribellione genuina, voce del popolo. È un mestiere che ha trovato la sua forma più compiuta negli Stati Uniti, ha trovato il suo laboratorio più documentato in Brasile, e sta trovando in Italia un terreno di coltura già pronto.
Il modello americano: la macchina dell’odio si smonta dall’interno
Ashley St. Clair aveva 19 anni quando è stata reclutata dalla Turning Point USA di Charlie Kirk. Nei successivi otto anni è diventata una delle influencer MAGA più seguite d’America: un milione di follower su X, un libro anti-transgender per bambini, ospitate in prima serata su Fox News, selfie a Mar-a-Lago. Poi qualcosa si è rotto.
St. Clair descrive il movimento come una macchina in cui “tutto è in scena, tutto è per un dollaro, tutto riguarda il fare soldi”, e afferma di parlare per rimorso per la sua condotta passata, che ha contribuito a un movimento costruito sulla paura e sul falso patriottismo. Asgi
La sua testimonianza non è solo uno sfogo personale. È una radiografia. St. Clair afferma che i principali account MAGA coordinano i messaggi con i funzionari dell’amministrazione attraverso chat di gruppo private e vengono compensati per promuovere candidati conservatori. “Non c’è libero pensiero qui”, ha detto. “Aspettano gli ordini di marcia e un bonifico bancario.” Internazionale
Il meccanismo si è rivelato in tutta la sua brutale evidenza il 25 aprile 2026, durante la sparatoria alla White House Correspondents’ Dinner. Nei minuti caotici successivi alla notizia, una schiera di influencer e funzionari pro-Trump è convergente sulla stessa conclusione singolarmente specifica: il Paese ha bisogno della sala da ballo di Trump da 400 milioni di dollari. La sincronizzazione era quella di un lancio marketing professionale, non di un’opinione spontanea. Sky TG24
La chat di coordinamento si chiama “Fight Fight Fight”, dal celebre pugno alzato di Trump dopo l’attentato di Butler nel luglio 2024. Un nome che dice già tutto: la politica come guerra permanente, il nemico come categoria esistenziale, l’odio come collante identitario.

Il laboratorio brasiliano: quando l’odio entra nel Palazzo
Il Brasile di Bolsonaro ha fatto una cosa che gli americani non avevano ancora osato: ha istituzionalizzato la macchina dell’odio dentro la presidenza della Repubblica. Il “Gabinete do Ódio” non era un gruppo di influencer esterni coordinati dall’amministrazione. Era un’unità operativa interna al Palazzo del Planalto, diretta dal figlio Carlos Bolsonaro, che produceva e diffondeva disinformazione, attaccava giudici e giornalisti, finanziava reti di canali YouTube e WhatsApp.
A dicembre 2024 il ministro Alexandre de Moraes ha prorogato l’Inquérito 4781 del Supremo Tribunal Federal per ulteriori 180 giorni, dichiarando necessario completare le indagini sull’esistenza, il finanziamento e il modus operandi del “Gabinete do Ódio” e identificare tutti i suoi partecipanti. Un’indagine aperta nel 2019 e ancora in corso nel 2026: la misura di quanto profondamente quella struttura fosse radicata nello Stato. GenovaToday
Il modello brasiliano ha dimostrato qualcosa di importante: l’odio organizzato non è un effetto collaterale del populismo di destra, è la sua infrastruttura portante. Senza la macchina dell’odio, il bolsonarismo non avrebbe avuto la capacità di mobilitazione che lo ha portato a sfiorare il colpo di Stato del gennaio 2023. La violenza politica nasce sempre prima come violenza linguistica, come pratica quotidiana di disumanizzazione dell’avversario.

L’Italia: il modello è già arrivato, si chiama Vannacci
Roberto Vannacci è europarlamentare della Lega. Vive a Bruxelles, come impone il suo incarico istituzionale. Lavora in un’istituzione europea che lui stesso vorrebbe smantellare o ridurre all’irrilevanza. È, tecnicamente, un immigrato italiano in Belgio: uno straniero che ha lasciato il suo Paese per lavorare all’estero, che usa i servizi pubblici di un altro Stato, che porta il suo reddito fuori dall’Italia.
Questo stesso uomo ha costruito la sua carriera pubblica predicando che gli immigrati sono un pericolo, che i “tratti somatici” di Paola Egonu “non rappresentano l’italianità”, che il mondo è “al contrario” perché le minoranze pretendono diritti. Il suo movimento chiede “stop all’immigrazione e rimpatrio immediato”, mentre lui stesso risiede stabilmente all’estero per ragioni di lavoro. La contraddizione non lo disturba. Non è un pensatore: è un prodotto. IMDb
Vannacci è la versione italiana di Ashley St. Clair, con la differenza che nessuno lo ha ancora smascherato dall’interno. Ha capito, forse prima di altri in Italia, che l’odio è scalabile, che la provocazione produce visibilità, che la visibilità produce consenso, che il consenso produce potere e denaro. Il libro “Il mondo al contrario”, autoprodotto e pieno di errori grammaticali, è arrivato primo nelle classifiche di vendita italiane non nonostante i suoi contenuti ma grazie ad essi. L’indignazione è stata la sua campagna pubblicitaria.
La struttura è la stessa, cambiano solo le divise
Quello che accomuna il MAGA americano, il bolsonarismo brasiliano e il vannaccismo italiano non è l’ideologia in senso stretto. È la tecnologia politica. Tutti e tre usano la stessa architettura: un nemico interno identificabile (gli immigrati, i gay, le femministe, i giudici “comunisti”), una base di seguaci che trovano nell’odio condiviso un senso di comunità e identità, una rete di canali digitali per amplificare il messaggio, una struttura di finanziamento opaca che trasforma l’indignazione in profitto.
Il Brasile ha dimostrato dove porta questa tecnologia quando incontra le istituzioni: le attacca, le erode, tenta di smontarle. Gli Stati Uniti lo stanno sperimentando in tempo reale. L’Italia è già più avanti di quanto voglia ammettere: ha un governo che risponde alle critiche internazionali con insulti agli organismi che le formulano, ha zone rosse che allontanano gli stranieri dalle piazze, ha un algoritmo di polizia predittiva che usa l’etnia come variabile senza che nessuno l’abbia approvato.
Gli odiatori professionisti non sono il problema. Sono il sintomo. Il problema è il sistema che li produce, li finanzia e li protegge. E quel sistema, in Italia, ha già un indirizzo.
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Fonte: https://kratologos.it/odiatori-professionisti-maga-bolsonaro-vannacci/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 13 Maggio 2026