
Palantir e la repubblica tecnocratica nei campi. L’USDA e l’ideologia del governo via software
L’accordo tra il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense e Palantir Technologies non è una notizia di tecnologia agricola. È una notizia di potere. Quando un’amministrazione pubblica affida a un’azienda nata per la guerra e l’intelligence il compito di ridisegnare il modo in cui lo Stato vede i propri agricoltori, la posta in gioco smette di essere l’efficienza e diventa la sovranità. Chi decide cosa si coltiva, come, e a quali condizioni un produttore esiste agli occhi del sistema. Un recente intervento di Alex Giordano su Nòva 24 ha avuto il merito di nominare la cosa per quello che è, un’ombra tecnologica che ridisegna la sovranità della terra. Vale la pena tirare quel filo fino in fondo.
L’accordo: trecento milioni per il fascicolo unico
Il 22 aprile 2026 l’USDA ha firmato con Palantir un Blanket Purchase Agreement pluriennale da 300 milioni di dollari. Si tratta di un contratto a fornitore unico, che consente all’agenzia di emettere ordini per le piattaforme software dell’azienda. L’obiettivo dichiarato è la modernizzazione dei servizi agli agricoltori attraverso l’iniziativa One Farmer, One File, un fascicolo digitale che integra ciò che prima era frammentato, l’erogazione dei sussidi, le assicurazioni sui raccolti, l’accesso al credito, gli aiuti d’emergenza.
L’operazione non parte da zero. Palantir lavorava già con l’USDA alla piattaforma Landmark, che ha spostato la rendicontazione delle superfici su un modello digitale self-service, consolidando i sistemi legacy in un’unica base. Il nuovo accordo è esplicitamente collegato al National Farm Security Action Plan, presentato nel luglio 2025 dalla Segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins, fondatrice e già presidente dell’America First Policy Institute. La cornice è chiara fin dal nome, l’agricoltura entra nel perimetro della sicurezza nazionale.
La gabbia della standardizzazione
Il cuore della questione non è l’efficienza in sé, ma il modo in cui viene costruita. Perché un sistema algoritmico funzioni, deve rendere comparabili realtà che per loro natura non lo sono. Suoli, microclimi, colture, livelli di rischio, debiti, reti di relazioni vengono tradotti a forza in un linguaggio omogeneo e spinti dentro una griglia prestabilita. Un campo di pomodori non è una stringa di codice e un contadino non è un ingranaggio, ma per la piattaforma deve diventarlo. Il soggetto complesso si appiattisce in un profilo asettico, un fascicolo interrogabile da un server.
Qui si riconosce la firma di Palantir, la sua Ontology, l’architettura che impone un ordine unico a dati eterogenei. Non è uno strumento neutro che riordina archivi, è un’infrastruttura che si arroga il diritto di stabilire quali informazioni hanno peso, come vanno interpretate e quali servizi diventano accessibili.
La standardizzazione non si presenta come un tiranno. Si presenta come una comoda soluzione amministrativa, ed è precisamente questo a renderla efficace. La conseguenza è materiale e brutale. Se l’accesso all’ossigeno finanziario passa dal filtro della classificazione dei dati, ciò che è misurabile e lineare viene favorito, mentre ciò che è irregolare, sfumato, fatto di policolture e di economie familiari rischia di finire ai margini. Non serve una decisione politica esplicita per orientare un intero settore. Bastano criteri algoritmici che funzionano benissimo per pochi giganti e malissimo per tutti gli altri.
I dati come nuovo oro verde
C’è poi la dimensione economica, che è la più sottovalutata. I dati agricoli estratti ogni giorno, rese produttive, salute dei suoli, vulnerabilità climatiche, flussi di spesa e di investimento, non sono uno scarto burocratico. Sono una miniera. Si cristallizzano in conoscenza operativa che orienta il credito, guida le polizze, ottimizza la logistica, indirizza le acquisizioni fondiarie e la vendita di forniture.
Il paradosso è netto. Chi produce fisicamente quei dati è l’agricoltore che suda nel campo, ma il valore che ne deriva si concentra altrove, nei server di chi gestisce il sistema. È la struttura che Shoshana Zuboff ha descritto come capitalismo della sorveglianza, soltanto trasferita dalla vita digitale al suolo.
L’esperienza umana, qui l’esperienza contadina, diventa materia prima gratuita da cui estrarre dati comportamentali, trasformati in prodotti predittivi e venduti su mercati a cui chi li ha generati non ha accesso.
Si consolida così una nuova asimmetria, da un lato il territorio che fatica e produce informazioni, dall’altro la piattaforma che le elabora e produce ricchezza.
Il cibo dentro il perimetro della sicurezza
Il quadro si chiarisce allargando lo sguardo alla geopolitica. Dopo anni di crisi climatiche, guerre alle porte dell’Europa, shock energetici e tensioni sulle filiere, lo status del cibo è mutato. L’alimentazione è trattata come questione di sicurezza nazionale. Il National Farm Security Action Plan porta dentro l’agricoltura un vocabolario che fino a ieri apparteneva al Pentagono, difesa degli input critici, biosicurezza, cybersicurezza, controllo sulle proprietà agricole finite in mani straniere.
Non è un caso che il contratto con Palantir maturi mentre Washington costruisce il dossier contro Syngenta e Smithfield, le cui catene di controllo risalivano fino allo Stato cinese, e mentre la Foundation for Defense of Democracies chiede di riformare l’Agricultural Foreign Investment Disclosure Act per impedire ad avversari di acquisire leva strategica tramite la terra. La memoria d’intesa che porta la Segretaria all’Agricoltura al tavolo del CFIUS completa il disegno. La terra americana diventa un fronte.
Qui torna utile Carl Schmitt. Nel Nomos della terra l’appropriazione del suolo, la Landnahme, è l’atto originario che fonda ogni ordine giuridico e politico. Ogni ordine nasce da una presa di terra. La novità del 2026 è che la presa non avviene più con il confine tracciato o l’esercito schierato, ma con il fascicolo unico e l’ontologia dei dati. Si appropria la leggibilità del territorio, e chi controlla la leggibilità controlla l’ordine.
La sicurezza, come sempre, è il linguaggio con cui l’eccezione si fa permanente.
L’avvertimento per l’Europa
L’Atlantico non protegge. La Politica Agricola Comune europea eroga ancora gran parte dei pagamenti in funzione degli ettari posseduti, premiando la dimensione fondiaria assai più della qualità ecologica, sociale e relazionale del lavoro. È un meccanismo che già favorisce la grande scala. Vi si innesti sopra una piattaforma costruita per leggere e premiare ciò che è enorme, lineare e comparabile, e il risultato sarà cementificare i modelli agricoli industriali dominanti, espellendo il piccolo produttore virtuoso non con un divieto ma con una soglia di sbarramento mal calibrata.
L’Europa è il continente in cui l’agricoltura è fatta di differenze, microterritori, adattamenti continui. Se i sistemi che la governano tradurranno male queste differenze, l’intera ricchezza territoriale smetterà di contare. Non perché qualcuno l’abbia deciso, ma perché sarà diventata illeggibile per la macchina.
Chi governa gli algoritmi
La reazione sbagliata sarebbe schierarsi pro o contro la tecnologia. La domanda vera non è se gli algoritmi esistano, ma chi detiene il potere di governarli. Chi stabilisce quali informazioni sono rilevanti. Chi può correggere un dato sbagliato. A chi finiscono i vantaggi. Le vie d’uscita esistono e sono politiche, non tecniche, infrastrutture pubbliche trasparenti e verificabili, protocolli aperti che impediscano i monopoli informativi, cooperative di dati che restituiscano il valore ai produttori, alfabetizzazione tecnologica diffusa, istituzioni capaci non solo di comprare servizi chiavi in mano ma di negoziarne le condizioni politiche.
Resta l’immagine che chiude tutto, ed è la più precisa. Una terra che non può più essere ascoltata da chi la vive, ma soltanto interrogata da una piattaforma, non è più un campo coltivato. È un territorio silenziosamente occupato. La prossima volta che si sfiora un prodotto su un banco, la battaglia per la genuinità non si gioca solo sull’assenza di pesticidi. Si gioca sui server invisibili che tracciano il destino di chi quel prodotto lo ha fatto nascere.
La repubblica tecnocratica non si annuncia con un colpo di Stato. Arriva come un aggiornamento di sistema, gentile, efficiente, irreversibile. E quando una terra non può più essere ascoltata da chi la vive, ma soltanto interrogata da una piattaforma che ne possiede l’ontologia, quel campo ha già cambiato sovrano.
9 Giugno 2026 Romano Dellamore kratologos
Leggi anche: L’Occidente come menzogna fondativa
Leggi anche: Thiel attacca il Papa: l’Anticristo di Solov’ev somiglia a lui
I libri di Romano Dellamore
Novità
L’Anticristo
Peter Thiel, Palantir e la PayPal Mafia
Architetture del Controllo
Sorveglianza, armi autonome, guerra privatizzata
Newsletter
Un capitolo in regalo
Lascia la mail e scarichi subito il capitolo de L’Anticristo sulla causa che ha chiuso Gawker. Poi ti scrivo solo quando pubblico qualcosa che vale il tuo tempo.
Fonte: https://kratologos.it/palantir-e-la-repubblica-tecnocratica/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 9 Giugno 2026