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Bolivia, lo stato di eccezione

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Bolivia, lo stato di eccezione e l’impunità preventiva dell’esercito

In Bolivia lo stato di eccezione ha smesso di essere un concetto da manuale di filosofia politica ed è diventato una legge con un numero. L’8 giugno 2026 il presidente Rodrigo Paz, di centrodestra, in carica da novembre, ha promulgato la norma che regola i regimi di emergenza, meno di ventiquattr’ore dopo l’approvazione lampo in parlamento. L’obiettivo dichiarato è spezzare il blocco stradale che da sei settimane stringe il paese. Il risultato, secondo l’opposizione e diversi osservatori, è una legge che mette le forze armate al riparo dal controllo della giustizia ordinaria. Carl Schmitt entra nella Gazzetta Ufficiale boliviana.

Sei settimane di blocco e un paese senza rifornimenti

Le proteste sono cominciate a maggio. Il detonatore immediato è stata una legge che permetteva l’ipoteca delle terre, poi annullata da Paz il 13 maggio, ma la mobilitazione era già innestata su una crisi economica profonda. La Bolivia ha chiuso il 2025 con un’inflazione del 20,4 per cento, la più alta in oltre vent’anni, in un quadro di scarsità di dollari e carburante. Quello che era iniziato come protesta per le condizioni di vita si è trasformato, settimana dopo settimana, nella richiesta di una sola cosa: le dimissioni del presidente.

I blocchi si sono estesi a otto regioni su nove, paralizzando i rifornimenti di cibo, medicinali, carburante e perfino ossigeno medicale per gli ospedali. Secondo la Defensoría del Pueblo, dall’inizio delle proteste si contano almeno dieci morti, trentasette feriti e oltre trecentosessanta arresti. Paz ha respinto le dimissioni e ha assicurato che resterà in carica fino al 2030.

Cosa prevede la legge sullo stato di eccezione

La legge, approvata in modo spedito da Senato e Camera dei Deputati e firmata dal presidente circondato dai militari, amplia il margine dell’esecutivo per dichiarare lo stato di eccezione e per impiegare l’esercito nei conflitti interni. Fin qui la cornice. È sul come che si è acceso lo scontro.

Secondo l’opposizione guidata da Evo Morales e secondo diversi analisti, il testo introduce tre meccanismi che pesano sullo Stato di diritto. Il primo è una presunzione di legalità: le operazioni condotte durante lo stato di eccezione sarebbero considerate legittime in partenza, lasciando alle vittime l’onere di dimostrare il contrario.

Il secondo è la riduzione dei controlli, con minore capacità di giudici e parlamento di supervisionare o indagare sulle azioni dell’esecutivo. Il terzo è l’ampliamento dell’intervento militare interno per compiti di ordine pubblico, come lo sblocco delle strade, una funzione che la tradizione costituzionale boliviana affidava alla polizia civile. Va detto con chiarezza che questa è la lettura dei critici, non una descrizione neutra del testo, ma è una lettura che la formulazione della norma rende difficile liquidare.

Il nemico ha un nome: narcoterrorismo ed Evo Morales

Per giustificare una misura tanto dura, Paz non ha parlato di protesta sociale ma di minaccia alla sicurezza nazionale, accusando il narcoterrorismo di alimentare i blocchi. Il bersaglio politico è Evo Morales. L’ex presidente è stato dichiarato in rebeldía da un tribunale, che ha confermato un ordine di cattura per non essersi presentato al processo per presunta tratta aggravata di persone. Il caso ruota attorno alla denuncia di una relazione con un’adolescente di quindici anni durante la sua presidenza, dalla quale sarebbe nata una figlia. Morales respinge le accuse, si è asserragliato nella regione del Chapare e parla apertamente di persecuzione politica.

Nessuna sentenza di colpevolezza è stata emessa: qui ci si muove sul terreno dell’accusa e del processo, non della condanna. Il governo rovescia comunque l’argomento, sostenendo che Morales sfrutti la disperazione economica dei lavoratori come scudo per tentare un colpo di mano, dopo la pesante sconfitta elettorale del suo partito. Due racconti inconciliabili della stessa piazza: per il potere è destabilizzazione del narcotraffico, per chi protesta è una rivolta popolare contro un presidente che risponde con l’esercito.

L’ombra di Washington

La svolta di Paz non è isolata. Il 4 giugno il segretario alla Difesa statunitense ha riaffermato il sostegno al presidente boliviano e, senza presentare prove, ha preteso che non torni quello che ha definito il dominio del narcoterrorismo sullo Stato. Sul piano regionale, i paesi raccolti nel cosiddetto Escudo de las Américas hanno condannato i tentativi di rovesciare il governo. Definire questo blocco come una rete legata a Donald Trump è una lettura plausibile, ma resta una caratterizzazione politica più che un dato accertato. Quel che è certo è che Paz si muove con una copertura internazionale che riduce il rischio di isolamento diplomatico, e che la cornice del narcoterrorismo è esattamente ciò che salda La Paz a Washington.

Schmitt nella Gazzetta Ufficiale

Qui sta il punto che va oltre la cronaca. Lo stato di eccezione non è un’invenzione boliviana, è il cuore del pensiero di Carl Schmitt: sovrano è chi decide sull’eccezione, chi può sospendere la norma in nome dell’emergenza. In Bolivia quella teoria è diventata testo di legge, con un articolo che dichiara legittime in anticipo le azioni della forza e che assottiglia i controlli. È l’impunità trasformata da rischio in presupposto.

Il problema dell’eccezione è sempre lo stesso: nasce come misura temporanea e tende a diventare la regola, perché chi la concede a sé stesso difficilmente se la toglie. Con un esercito schierato contro i civili, una presunzione di legalità che precede i fatti e una copertura esterna che attutisce le critiche, la distanza tra la fermezza professionale invocata da Paz e una licenza di agire senza rispondere si misura in vite umane. Una democrazia che, per difendersi, sospende le proprie garanzie, rischia di non avere più molto da difendere.

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Fonte: https://kratologos.it/stato-di-eccezione-bolivia-paz/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 14 Giugno 2026

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