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Meloni Trump

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Meloni Trump, lo scontro dopo il G7 di Evian del 2026

Meloni Trump: lo strappo, l’umiliazione e la dipendenza che non vogliamo vedere

Per capire a che punto sia arrivato il rapporto tra Roma e Washington basta una telefonata. Il 19 giugno 2026, in diretta a L’Aria che tira su La7, Donald Trump ha raccontato che Giorgia Meloni lo avrebbe implorato di farsi una foto con lei al G7 di Evian, e che avrebbe acconsentito solo perché gli faceva pena. La premier ha respinto tutto come una ricostruzione inventata, dicendosi allibita, e ha chiuso con una frase che è già un manifesto: io e l’Italia non imploriamo mai. Lo scontro Meloni Trump che ne è seguito non è gossip diplomatico. È il momento in cui un’amicizia personale, venduta per anni come pilastro di politica estera, mostra cosa aveva sotto: una dipendenza.

Meloni Trump, lo scontro dopo il G7 di Evian del 2026

Dalla special relationship alla pena

Vale la pena ricordare da dove si parte. L’apice del feeling risale all’agosto 2025, quando Meloni viene ammessa a un incontro ristretto tra Trump e Zelensky e il presidente americano la definisce una grande leader. A gennaio 2026 la premier arriva ad auspicare pubblicamente un Nobel per la pace per Trump. Poi la parabola si rovescia.

La frattura si consuma in primavera. Dopo che Meloni definisce inaccettabili gli attacchi del presidente americano a papa Leone XIV, Trump risponde sul Corriere della Sera sostenendo che non è più la stessa persona e accusandola di non averlo sostenuto nell’offensiva contro l’Iran. Ogni no, per quanto misurato, viene registrato. E presentato, alla prima occasione utile, come un tradimento.

Sotto la lite, la sostanza

Sarebbe un errore fermarsi alla foto. Sotto le battute ci sono dossier concreti, e pesanti. A marzo 2026 l’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per i bombardieri diretti verso l’Iran in operazioni offensive, una decisione del ministro della Difesa Guido Crosetto condivisa dalla premier. Ci sono i dazi minacciati contro l’Europa, fino al 100% su vini e champagne nella versione rivolta alla Francia. C’è la richiesta di portare la spesa militare della NATO al 5% del PIL. C’è lo sminamento dello Stretto di Hormuz, su cui Roma ha messo paletti rinviando al voto del Parlamento. C’è l’Ucraina, dove l’Italia segue Bruxelles e non la Casa Bianca. La lite sulla foto è la schiuma. La corrente sotto è una divergenza di interessi che il sorriso di un vertice non cancella.

L’escalation: Truth, cancellazioni e una solidarietà bipartisan

Nelle ore successive il tono è precipitato. Alla NBC, Trump ha aggiunto che non rivuole Meloni come fan perché, come gli altri alleati della NATO, non c’è stata sullo Stretto di Hormuz. Poi è arrivato il colpo su Truth Social: la popolarità della premier sarebbe in calo perché avrebbe voltato le spalle agli Stati Uniti sul nucleare iraniano, e alla sua presunta richiesta di tornare amica la risposta è stata un secco no, grazie. Nel messaggio il presidente ha persino sbagliato il nome della premier, scrivendo Gigiorgia, salvo poi correggere, come gli era già capitato con il Giuseppi di Conte nel 2019.

La reazione italiana è stata immediata. Meloni ha affidato a un video la sua replica, ricevendo la telefonata di solidarietà del presidente Mattarella. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la missione del 21 e 22 giugno negli Stati Uniti, e la Farnesina ha cancellato il Business Forum Italia USA di Miami, da cui si è sfilata anche Confindustria. Sul piano interno la solidarietà è arrivata trasversale, da Salvini, secondo cui chi attacca Giorgia attacca tutti, a Conte, che invita a imparare la lezione e a mettere l’interesse nazionale davanti alla rincorsa di foto e prefazioni, fino a Schlein, che rinfaccia alla destra l’atteggiamento remissivo. Dall’estero, solidarietà da Pedro Sánchez e da Emmanuel Macron, che ha annunciato che ne parlerà con la premier al vertice del 25 giugno.

Il copione di Trump con chi dice no

Il modo in cui Trump tratta Meloni segue uno schema riconoscibile. Finché l’interlocutore è utile e allineato, è una grande leader destinata a durare. Appena dice no, diventa qualcuno di cui avere pena. In mezzo, la pressione pubblica: gli avvertimenti dopo il no su Sigonella, le minacce sui dazi, gli affondi sull’immigrazione. C’è anche una chiave digitale, ammessa dalla stessa maggioranza: un video della tensione tra i due al G7 sarebbe diventato virale negli Stati Uniti, con commenti che dipingono Meloni come l’unica leader capace di tenere testa a Trump, e il presidente, sensibilissimo alle narrazioni social, non lo avrebbe tollerato. È il metodo di un rapporto che non conosce parità: o sei dalla parte giusta, o vieni umiliato in diretta.

Meloni Trump: la dipendenza è la vera notizia

Qui la vicenda si lega a un’altra storia di questi giorni. Mentre l’Europa scopre che l’intelligenza artificiale americana che fa girare i suoi apparati può essere spenta da Washington con una firma, dal caso Palantir in Francia al blocco dei modelli di Anthropic, l’Italia scopre che il suo allineamento atlantico poggia sull’umore di un uomo solo. È la stessa lezione su due piani. La dipendenza tecnologica e la dipendenza politica sono gemelle: in entrambi i casi qualcun altro tiene l’interruttore, e te ne accorgi solo quando viene azionato. Un’alleanza in cui non puoi dire no senza essere svergognato in televisione non è un’alleanza. È una gerarchia con un linguaggio gentile.

Cosa aspettarsi: Antibes, Ankara e l’autonomia

I prossimi appuntamenti diranno molto. Il 25 giugno, al vertice di Antibes, Meloni rivedrà Macron, che ha promesso di affrontare la questione. Più avanti, al vertice NATO di Ankara, rivedrà Trump insieme agli altri alleati. La linea di Bruxelles, a partire da Ursula von der Leyen, resta per ora la prudenza, mentre i leader europei misurano le contromisure possibili davanti a un alleato pesante quanto mutevole. Eppure la strada è segnata, e la indica perfino il mondo delle imprese: con gli schiaffi che si continuano a prendere, ha detto il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, costruire un’autonomia europea è ancora più centrale.

Chi comanda, nell’amicizia

La formula preferita di Meloni è interesse nazionale. Ma l’interesse nazionale esiste solo se c’è la possibilità di difenderlo anche contro un amico potente, e quella possibilità ha un nome: autonomia. La Francia la sta costruendo, sui dati come sulle armi. L’Italia, per ora, la rimanda, sperando che il prossimo vertice riporti il sorriso. Il problema è che il sorriso, a queste condizioni, ha sempre un padrone. E non sta a Roma.

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21 Giugno 2026 Romano Dellamore kratologos

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Fonte: https://kratologos.it/meloni-trump-strappo-dipendenza/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 21 Giugno 2026

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