Pace di Trump Gaza: una tregua di carta: Ben-Gvir evita New York mentre a Gaza una macchina automatica continua a scegliere chi muore

Un ministro israeliano rinuncia a un viaggio a New York. Sembra la notizia. Non lo è.
La notizia è ciò che continua ad accadere mentre lui si preoccupa di un tribunale. A Gaza si muore ancora, ogni giorno, sotto una pace che non è mai esistita. E si muore in modo nuovo: selezionati da un algoritmo, colpiti dentro casa, cancellati per famiglie intere.
La pace annunciata, le bombe mai fermate

Ottobre 2025. Donald Trump fa firmare il suo piano in venti punti, il cessate il fuoco entra in vigore, arrivano le foto e le strette di mano. La parola pace pronunciata come un trofeo personale.
Sul terreno, tutt’altra storia. Dal cessate il fuoco sono stati uccisi oltre mille palestinesi, secondo le autorità di Gaza.
Il bilancio complessivo della guerra supera le 73.000 vittime, e a sei mesi dall’annuncio della tregua le Nazioni Unite avvertono che la popolazione resta in condizioni di totale insicurezza.
Non è storia vecchia. Pochi giorni fa un drone israeliano ha ucciso tre persone nel nord della Striscia, sotto la stessa tregua che il mondo ha applaudito.
Migliaia di violazioni documentate, colpi quasi quotidiani, quartieri demoliti. La pace di Trump non è stata infranta. Non è mai cominciata. È servita a spegnere le telecamere, non i motori dei caccia.
La macchina che sceglie chi muore: Levander
(database e un motore di raccomandazione basato sull’intelligenza artificiale concepito internamente dall’intelligence israeliana. Il suo scopo specifico è classificare la probabilità (con punteggi da 1 a 100 che gli individui residenti a Gaza siano membri di gruppi armati, creando così “liste di obiettivi”automatizzate.)
Perché la parte più agghiacciante non è quante bombe cadono, ma come vengono scelti i bersagli. A Gaza la morte è stata industrializzata, affidata a sistemi automatici che decidono al posto degli uomini.
Un software chiamato Lavender, rivelato dalle inchieste di +972 Magazine, ha schedato circa 37.000 palestinesi come sospetti combattenti, marchiandoli come bersagli sulla base di correlazioni statistiche.
Un secondo sistema, Gospel, sforna fino a cento obiettivi al giorno, dove un analista umano ne produceva una cinquantina in un anno. La fabbrica ha sostituito il ragionamento. La quantità ha divorato la responsabilità.
E poi c’è il sistema dal nome più osceno di tutti: Where’s Daddy?, progettato per avvisare l’esercito quando il bersaglio rientra a casa, così da colpirlo di notte, insieme alla sua famiglia.
Non è un dettaglio tecnico. È una scelta. Nel primo mese di guerra più della metà delle vittime, oltre seimila persone, apparteneva a poco più di mille nuclei familiari, molti dei quali cancellati per intero mentre dormivano. Questa non è una guerra combattuta. È una lista di uccisioni eseguita da un algoritmo, con l’uomo ridotto a premere un pulsante.
Gaza, il lager che nessuna tregua ha aperto
La tregua ha cambiato il vocabolario, non la realtà. Confini sigillati, aiuti col contagocce, interi quartieri ridotti in polvere: il lager a cielo aperto che raccontavamo mesi fa non ha smesso di esistere solo perché qualcuno ha firmato un foglio.
Tribunali internazionali e organizzazioni per i diritti umani usano una parola sola per definire tutto questo: genocidio. Israele la respinge. Ma un conteggio di 73.000 morti, per metà donne e bambini, non ha bisogno di comunicati per parlare.
E mentre le bombe cadono sotto l’etichetta della pace, i governi occidentali continuano a trattare chi le sgancia come un socio d’affari qualunque.
Il volto del carnefice: Ben-Gvir e i prigionieri delle flottiglie
Qui entra in scena l’uomo che ha appena annullato il viaggio a New York. Perché Itamar Ben-Gvir non è un burocrate lontano dai fatti. Ci mette la faccia, letteralmente.
Nel maggio 2026, dopo l’assalto dei commando israeliani alla Global Sumud Flotilla in acque internazionali, Ben-Gvir ha pubblicato un video di se’ stesso mentre umilia gli attivisti catturati. Decine di persone in ginocchio, legate, e lui che sventola una bandiera israeliana urlando: Benvenuti in Israele, qui comandiamo noi.
Nello stesso video invita le guardie a non farsi disturbare dalle urla dei prigionieri, mentre in sottofondo si sente una donna che grida.
Non è finita al video. Gli organizzatori della flottiglia denunciano che gli attivisti hanno subito abusi in detenzione, con almeno quindici casi documentati di violenza o stupro, e persone gettate in container e picchiate a testa e costole.
La reazione internazionale fu tale che Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi convocarono gli ambasciatori israeliani per chiedere spiegazioni. Persino Netanyahu prese le distanze dal suo stesso ministro. Il carnefice, per una volta, aveva esagerato anche per i suoi.
Ecco perché non vola a New York
Adesso il cerchio si chiude, ed è un cerchio che ha un sapore quasi poetico. Gli stessi attivisti che Ben-Gvir ha umiliato in ginocchio sono tra quelli che oggi chiedono di processarlo.
La Hind Rajab Foundation e il Center for Constitutional Rights hanno scritto alla procuratrice di New York, Letitia James, chiedendo un’inchiesta penale sul ministro, portando come testimoni proprio le vittime delle flottiglie del 2025 e del 2026.
Ed ecco il risultato. Ben-Gvir doveva guidare una delegazione al vertice dei capi della polizia dell’ONU, il 7 e l’8 luglio. Ha rinunciato: lo confermano il portavoce e il consolato, e all’ONU non risultava nemmeno registrato.
L’uomo che sventolava una bandiera davanti a prigionieri inginocchiati ha più paura di un aeroporto americano che delle proprie vittime. In patria è intoccabile. Davanti a un procuratore straniero, no.
Il grande teatro della complicità
Nel frattempo l’Occidente recita la sua parte. L’Unione Europea mette in scena sanzioni simboliche a una manciata di coloni, sette nomi su una lista, e la spaccia per giustizia.
Le intese militari e commerciali, quelle vere, proseguono intatte. Condanna a parole, affari nei fatti. E il nostro Paese non fa eccezione: continua a firmare accordi con le forze di occupazione mentre a Gaza si contano i cadaveri.
Chi tiene aperto il conto
Se oggi un ministro israeliano deve pensarci due volte prima di salire su un aereo, non è merito delle diplomazie. È merito di chi documenta, denuncia e salpa: gli avvocati, i giuristi, la società civile come ultimo baluardo.
Sono le stesse reti che con le barche verso Gaza hanno messo il diritto internazionale davanti alla realtà, pagando di persona con la prigione e le botte.
Producono l’unica deterrenza rimasta: rendere il mondo più piccolo per chi ha le mani sporche. Quando gli Stati scelgono di voltarsi dall’altra parte, restano loro a tenere aperto il conto della giustizia.
La geografia dell’impunità
In patria Ben-Gvir vince le elezioni e detta la linea. Fuori, la mappa si restringe. Non serve un mandato di cattura: basta la possibilità di un’indagine per inchiodare a terra un ministro in carica.
Ma non confondiamo la crepa con il crollo. Un ministro che non vola non ferma un drone. Un algoritmo continua a compilare la sua lista. Un vertice si tiene lo stesso. E Gaza continua a seppellire i suoi morti mentre il mondo discute di un viaggio annullato.
La pace era una parola. La tregua era una foto. E sotto quella foto, a Gaza, la macchina continua a scegliere, e si muore ancora.
Per andare a fondo: i profeti armati di Israele e Gaza come un lager a cielo aperto.
Sul prezzo umano dietro la cosiddetta pace: medici e giornalisti nel mirino a Gaza.
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Fonte: https://kratologos.it/pace-di-trump-gaza-tregua-carta-targeting-ben-gvir/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 5 Luglio 2026