
medici uccisi a Gaza la guerra contro chi cura e chi racconta
C’è una categoria di persone che, in una guerra, dovrebbe essere l’ultima a cadere. Chi cura e chi racconta. Il medico e il giornalista sono protetti dal diritto internazionale non per riguardo, ma perché senza di loro una guerra diventa un massacro al buio, senza testimoni e senza soccorso. A Gaza sono diventati i primi a morire. Non un effetto della guerra. Un obiettivo della guerra.
Non è indignazione, è aritmetica. Uno studio pubblicato a inizio 2026 sull’European Journal of Public Health di Oxford University Press ha documentato che a Gaza il rischio di morire, per un medico e per un giornalista, non ha pari in nessun altro contesto storico o geografico, ed è sproporzionatamente più alto che per il resto della popolazione civile, fino a oltre sei volte per i reporter.
E qui va detta la cosa che i comunicati evitano. Medici e giornalisti, a differenza dei civili, non muoiono solo sotto i bombardamenti a tappeto, e non sono vittime accidentali. Non sono danni collaterali. Sono nel mirino. Nel mirino dei cecchini che sparano su uomini disarmati con il camice addosso, e di un esercito che ha colpito tutti e trentasei gli ospedali della Striscia. Un sistema sanitario demolito pezzo per pezzo, con un fine preciso: moltiplicare i morti. I feriti che non trovano una sala operatoria, i denutriti che non trovano una flebo, i malati cronici che non trovano più una cura. Le Nazioni Unite contano oltre millesettecento operatori sanitari uccisi a Gaza dall’ottobre 2023.
Distruggere la nascita
C’è un dato che dice, meglio di ogni aggettivo, cosa significa smontare un sistema sanitario. L’assistenza prenatale è quasi sparita. L’accesso ai servizi ginecologici e ostetrici è ridotto al minimo. Gli aborti spontanei sono triplicati. Il tasso di natalità è crollato di circa il sessantasette per cento, da oltre seimila nascite a novembre a poco più di duemila ad aprile 2026.
Le organizzazioni umanitarie, Oxfam compresa, hanno una parola per tutto questo: genocidio riproduttivo. Non si uccide solo chi è vivo. Si impedisce a chi dovrebbe nascere di venire al mondo. È la forma più fredda di sterminio, quella che non lascia neppure un corpo da contare.
Hind Rajab e l’ambulanza che non doveva arrivare
Le testimonianze dell’uccisione a sangue freddo di medici disarmati e di ambulanze bombardate per impedire i soccorsi sono innumerevoli e documentate. Il caso più noto è quello di Hind Rajab, cinque anni. Intrappolata per ore in un’auto insieme ai cadaveri dei suoi familiari, al telefono con i soccorritori, mentre implorava di essere salvata.
L’ambulanza del Mezzaluna Rossa mandata a prenderla, su un percorso concordato, è stata deliberatamente colpita. I due soccorritori, Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun, sono morti così, andando a salvare una bambina. Nell’auto di Hind gli investigatori hanno contato oltre trecentocinquanta fori di proiettile. Non è la nebbia della guerra. È una precisione che si sceglie.
Il pediatra che ha sepolto il figlio in cortile
La statistica ha un volto, e resta in vita per raccontarlo. Hussam Abu Safiya, cinquantatré anni, pediatra e neonatologo, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, per mesi l’ultimo rimasto in piedi nel nord di Gaza.
È rimasto quando gli hanno ordinato di evacuare. È rimasto sotto l’assedio. È rimasto il 25 ottobre 2024, quando un attacco israeliano ha ucciso suo figlio Ibrahim davanti all’ingresso dell’ospedale. Lo ha seppellito nel cortile. Il giorno dopo è tornato a curare i figli degli altri. Chi comanda dovrebbe temere gli uomini così, perché non si comprano e non si piegano. Hanno provato a piegarlo lo stesso.
Il 27 dicembre 2024 l’esercito ha preso l’ospedale, e ha preso lui. Prima Sde Teiman, la base nota per le torture sui detenuti palestinesi. Poi da un carcere all’altro. Nessuna accusa. Nessun processo. Solo un’etichetta: combattente illegale. Una formula che serve a tenere un uomo in cella senza fine e senza dovergli dire perché. Il 16 giugno 2026 la Corte Suprema israeliana l’ha confermata: dentro almeno fino a ottobre.
Ecco a cosa serve quella parola. Non a fare giustizia, ma a sospenderla. Combattente illegale non descrive un fatto, autorizza un sequestro, e chiama legge quella che è cattura. Dopo l’ultima visita, a inizio luglio 2026, i legali descrivono un uomo che fatica a restare seduto: ferite recenti alla testa, al collo, agli occhi, il respiro corto. Ha detto di temere di morire lì dentro. Physicians for Human Rights parla di pericolo di vita imminente.
Il silenzio che è una firma
Su tutto questo, l’Italia tace. Il governo che trova la voce per ogni cosa la perde davanti a un medico sequestrato, e la perde perché parlare costerebbe: costerebbe rimettere in discussione l’amicizia con chi quel medico lo tiene in cella e ha ridotto in macerie gli ospedali di un intero territorio. Questo silenzio non è prudenza. È una scelta di campo travestita da equilibrio.
Hanno ucciso chi cura e chi racconta perché senza medici e senza testimoni un massacro può negare se stesso. Restano i numeri, restano i nomi, resta un pediatra che ha sepolto il figlio nel cortile del suo ospedale ed è tornato al lavoro. Il minimo che una persona decente possa fare è rifiutarsi di lasciar sotterrare anche il suo nome. Chiederne la liberazione non è schierarsi: è la misura di quanto ci resta della parola civiltà, che continuiamo a pronunciare mentre lasciamo morire in una cella l’uomo che la incarnava.
Il filo continua altrove: la pace di Trump su Gaza, i profeti armati di Israele e l’embargo di armi mai davvero deciso.
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Fonte: https://kratologos.it/medici-uccisi-a-gaza-giornalisti/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 6 Luglio 2026