
Alla Mostra del cinema di Venezia il film più discusso dell’anno non è un film. È il documentario Musk, quattro ore su un uomo che si è rifiutato di parteciparvi, passato fuori concorso l’8 settembre e capace di produrre, nel giro di poche ore, l’unica prova che gli serviva per esistere: una diffida legale e un insulto pubblico.
Il protagonista ha risposto su X dando del «essere umano orribile» al regista e liquidando le quattro ore come noiose. I suoi avvocati avevano già spedito una diffida ai produttori il 3 settembre, prima ancora della proiezione.
Fin qui la cronaca, ed è la parte meno interessante. Quella che conta comincia dove la cronaca si ferma, cioè nella scelta del bersaglio.
Quello che Gibney ha trovato prima ancora di girare
In conferenza stampa Alex Gibney ha raccontato la difficoltà vera del lavoro, e non riguarda il montaggio. Riguarda il silenzio.
Ha parlato di un «tremendo timore di parlare» di Musk, diffuso tanto fra i critici quanto fra colleghi e amici, e di molte persone che hanno semplicemente rifiutato l’intervista.
Questa è la notizia, non il ritratto. Quando un privato cittadino produce reticenza fra chi lavora con lui e fra chi lo conosce da vent’anni, non siamo davanti a una celebrità. Siamo davanti a un’autorità.
La paura di parlare misura il potere meglio di qualunque bilancio. Un patrimonio dice quanto uno possiede, il silenzio dice quanto uno può togliere.
Il ritratto morale è una scorciatoia comoda
Le recensioni si sono spaccate in modo istruttivo. Cinematografo lo premia con quattro stelle su cinque, spietato ma reale, e descrive Musk come una versione distopica del Mago di Oz, un affabulatore che promette miracoli e non li consegna.
Il Fatto Quotidiano lo stronca: quattro ore di allusioni e poco altro, un minestrone di cose già note, senza il rigore delle grandi inchieste filmate del passato.
Hanno ragione tutti e due, perché stanno giudicando la stessa scelta di fondo. Gibney ha costruito un ritratto morale: il bugiardo, il padre assente, il truffatore, l’uomo che compra il silenzio con accordi di riservatezza milionari.
Il ritratto morale funziona in sala e non spiega nulla. Risponde alla domanda «che uomo è», che è una domanda da rotocalco, e lascia intatta l’unica che conta: come ci è arrivato.
Il potere non si spiega con il carattere
Musk non è entrato dentro lo Stato americano perché è geniale, né perché è spregiudicato. Di uomini geniali e spregiudicati ne fallisce uno al minuto.
Ci è entrato perché esisteva già un’infrastruttura: una rete nata da un’unica vendita nel 2002, i tredici uomini della PayPal Mafia, che nell’arco di vent’anni ha piazzato i propri uomini nei posti che decidono.
Ci è entrato perché la sua azienda spaziale vive di appalti federali e la sua azienda automobilistica di crediti regolatori, cioè di decisioni pubbliche. E perché si è comprato la piazza in cui si discute delle decisioni pubbliche.
Il dipartimento per l’efficienza governativa è stato solo l’ultimo passaggio, quello visibile. La parte visibile è sempre l’ultima, ed è per questo che è l’unica che finisce sullo schermo.
Chi non finisce mai sullo schermo
Adesso la domanda vera. Perché il documentario più atteso della Mostra è su Musk e non su Peter Thiel?
Su Thiel non esiste un film da festival. Non c’è un distributore, non c’è una prima, non c’è una diffida. Esistono soltanto video essay su YouTube, girati con materiale d’archivio da chi non ha mai avuto accesso a niente.
Eppure Thiel ha portato il proprio allievo alla vicepresidenza degli Stati Uniti. La sua azienda di analisi dei dati si sta prendendo in appalto la statistica pubblica delle democrazie occidentali, dalla sanità britannica all’agricoltura americana. Ha finanziato la distruzione giudiziaria di una testata giornalistica. E non ha mai occupato una carica pubblica.
L’invisibilità non è timidezza e non è fortuna. È metodo. Musk twitta di notte e si offre come bersaglio, Thiel parla davanti a platee selezionate e non lascia riprese.
Il potere che accetta di essere filmato ha già accettato di essere un personaggio. Quello che decide non ha bisogno di un volto, e sa benissimo che averne uno costa.
Il miliardario che serve da capro espiatorio
C’è un’ironia che nessuna recensione ha colto, e che vale più dell’intero film.
Il maestro di Thiel a Stanford è stato René Girard, l’antropologo del meccanismo del capro espiatorio: una comunità attraversata da tensioni interne le scarica su una figura designata, la espelle, e ritrova la pace senza cambiare nulla di sé.
Quattro ore su Musk fanno esattamente questo. Lo spettatore esce indignato con un uomo e riconciliato con il sistema che quell’uomo lo ha prodotto, finanziato, protetto e infine promosso a ministro.
Non è un complotto e non è colpa di Gibney. È il modo in cui funziona lo spettacolo quando incontra il potere: gli serve un colpevole, e un colpevole è sempre meno scomodo di una struttura.
Il risultato è che il pensatore che ha passato la vita a studiare quel meccanismo può guardarlo funzionare su un socio della prima ora, dalla poltrona, senza nemmeno doverlo innescare.
Documentario Musk a Venezia 83: cosa guardare quando il film arriverà
Il documentario uscirà nelle sale americane il 16 ottobre, distribuito da Bleecker Street, con Universal sui mercati internazionali. In Italia arriverà dopo, e arriverà preceduto dalla polemica, che è il suo miglior lancio pubblicitario.
Vale la pena vederlo, a una condizione: tenere separate due cose che il film mescola di continuo. Da una parte i fatti verificati, gli incidenti, i dati sugli appalti, le testimonianze dirette. Dall’altra la costruzione del personaggio, che è narrativa.
I fatti servono. Il personaggio serve al botteghino.
Il cinema d’inchiesta ha smesso di chiedersi come funziona una macchina e ha cominciato a chiedersi chi è il cattivo. È una resa, e va detta con chiarezza. Perché finché raccontiamo il potere come un difetto del carattere, ogni film che esce è un’assoluzione travestita da atto d’accusa: se il problema è un uomo, la struttura che lo ha fabbricato resta in piedi, intatta, pronta a fabbricarne un altro entro il prossimo ciclo elettorale. Musk è il volto che ci hanno dato da odiare. Il potere vero, in questa storia, è quello che ha deciso di non averne uno.
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Fonte: https://kratologos.it/documentario-musk-venezia-83/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 13 Settembre 2026