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Il documentario NAZA e il prezzo della testimonianza: a Gaza muoiono i giornalisti palestinesi, ai registi Israele minaccia di togliere il passaporto

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documentario NAZA, la macchina dei bersagli israeliana a Gaza

Il documentario NAZA prende il nome da un campo di un modulo. Nezek agavi, danno collaterale: l’acronimo con cui l’esercito israeliano annota quanti civili prevede di uccidere prima di autorizzare un attacco aereo.

Un numero scritto prima. Non un errore, non una tragica fatalità della guerra urbana: una quantità preventivata e approvata da una firma di qualche militare.

Questo basterebbe a chiudere il dibattito sulla presunta accidentalità delle stragi a Gaza. Ma il fatto politicamente più sporco non riguarda il contenuto del film. Riguarda il momento in cui l’Occidente ha deciso di crederci.

Il documentario NAZA non rivela niente di nuovo: lo sapevamo da tre anni

Il film ha vinto il Premio Speciale della Giuria a Venezia, con quattro premi collaterali, un’ovazione di venticinque minuti e una copertura globale. Sul palco Yuval Abraham ha detto la cosa che nessuna redazione italiana ha ripreso in titolo: questa verità è documentata e conosciuta dal primo giorno grazie ai giornalisti palestinesi, e più di duecento di loro sono stati uccisi da Israele a Gaza.

Ecco il punto. Non è emersa un’informazione nuova. È arrivata una fonte considerata accettabile.

Il meccanismo dei bersagli era già pubblico dal 2024, quando l’inchiesta sul sistema Lavender documentò un punteggio da uno a cento assegnato a circa il novanta per cento della popolazione di Gaza, una lista fino a trentasettemila nomi, un tasso di errore noto ai comandi intorno al dieci per cento e soglie di quindici o venti civili accettati per un miliziano di basso livello. Nessuno l’ha mai smentita nel merito.

Per due anni quelle cifre sono state trattate come propaganda. Oggi le stesse cifre, pronunciate da due cittadini israeliani su un palco europeo, diventano rivelazione. La differenza non sta nei fatti: sta nel passaporto di chi parla.

Chi ha passato mesi a spiegare che i resoconti di Gaza erano inattendibili perché venivano da palestinesi, oggi ha un problema che non può risolvere. E lo ha costruito da solo.

La linea rossa non è l’uccisione, è il racconto

Guardiamo che cosa il governo israeliano ha considerato intollerabile. Non il campo NAZA, che esiste da anni nei suoi moduli. Non le soglie di civili, che nessun ministro si è preso la briga di negare nel dettaglio. Il ministro della Cultura ha annunciato che agirà per revocare la cittadinanza ai registi, il capo di stato maggiore ha aperto un’indagine sulle fughe di materiale classificato, il primo ministro ha annunciato due leggi contro chi diffama i soldati, e lo Shin Bet è stato chiamato a indagare su chi ha parlato.

Nessuno ha smentito una procedura atta ad uccidere indiscriminatamente. Tutti hanno colpito la narrazione.

Il calcolo è lucido: un film uscito non si ritira, ma un futuro testimone si può rovinare. La punizione non ripara il passato, addestra il futuro. Ogni ufficiale di intelligence israeliano ha ricevuto il messaggio nella settimana giusta.

E c’è una gerarchia impossibile da non vedere. Ai giornalisti palestinesi che documentavano gli stessi fatti non è stato minacciato il passaporto. Il costo, per loro, è stato un altro, i due registi israeliani rischiano la cittadinanza, i loro colleghi palestinesi di Gaza hanno rischiato e perso la vita, e l’indignazione internazionale si è accesa sui primi.

L’obiezione sull’anonimato si rovescia da sola

La critica tecnica al documentario NAZA esiste e va nominata: le testimonianze sono coperte, i volti in ombra, le voci alterate, e l’esercito nega in blocco. Un giornalista investigativo israeliano ha dichiarato che non lo trasmetterebbe per questo.

Solo che i registi hanno spiegato come e perché quelle interviste sono state raccolte di notte sui tetti di Tel Aviv nel corso di tre anni, con ventiquattro testimoni dell’apparato militare e di intelligence. E il governo, nella stessa settimana, ha dimostrato che cosa succede a chi parla con la propria identità allo scoperto.

L’anonimato dei testimoni non è un vizio del documentario NAZA. È la prova più solida della sua tesi. In uno Stato dove la testimonianza costa la cittadinanza, pretendere volti scoperti significa sostanzialmente pretendere il silenzio.

Il conto che riguarda noi

documentario NAZA
Danno collaterale

La relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha scritto che il genocidio in corso a Gaza è un crimine collettivo, sostenuto dalla complicità di Stati terzi influenti. Quella parola, complicità, è l’unica che rende l’articolo scomodo anche per il lettore europeo.

Perché la macchina descritta nel documentario NAZA non gira nel vuoto. Un’inchiesta del 2025 ha documentato che l’Unità 8200 archiviava intercettazioni telefoniche di milioni di palestinesi su infrastruttura cloud commerciale occidentale, e Microsoft ha poi disattivato alcuni servizi a un’unità del ministero della Difesa israeliano dopo un’indagine esterna. Non un’illazione: è l’’azienda che lo ammette.

Sorveglianza di massa su server europei, armi e componenti che partono da porti europei, e governi europei che discutono di antisemitismo ogni volta che qualcuno mostra cosa succede a Gaza. La fornitura è nostra, lo sdegno è a intermittenza.

Il governo italiano, su questo, ha scelto da tempo la formula più comoda: preoccupazione a parole, continuità nei fatti. È la stessa tecnica della complicità che Albanese descrive, praticata con l’accento romanesco.

Chi difende chi

Il paradosso finale è che la difesa più netta dei due registi è venuta da dentro Israele. Quarantatré organizzazioni hanno scritto che la cittadinanza non è un premio concesso dal governo e che la reazione istituzionale è tipica dei regimi dittatoriali. Il sindacato dei giornalisti ha aggiunto che senza libertà di espressione non c’è democrazia.

Quindi la frattura non è tra Israele e i suoi nemici. È tra un apparato che ha industrializzato l’uccisione di civili e chiunque, israeliano o palestinese, provi a nominarla e non condividere.

Chi in Italia continua a presentare questa vicenda come uno scontro tra due tifoserie sta facendo un favore preciso a una delle due e sappiamo bene a quale parte.

Togliere la cittadinanza a chi testimonia è una tecnica europea del Novecento, e Hannah Arendt ne descrisse l’esito: prima si cancella l’appartenenza, poi la protezione, e alla fine resta una persona senza il diritto di avere diritti. Israele la minaccia oggi contro due suoi figli che hanno fatto la cosa più semplice del mondo, chiedere ai soldati israeliani che cosa hanno fatto. I nomi dei palestinesi che ci sono passati dentro non li sapremo mai tutti, e questo non è una conseguenza della guerra: è il prodotto cosciente di chi persegue, con quei sistemi, lo sterminio di una popolazione.

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Fonte: https://kratologos.it/documentario-naza-gaza-testimonianza/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 20 Settembre 2026

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