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Masafer Yatta rasa al suolo e gli ospedali di Gaza al buio: la guerra che continua per sottrazione dopo il cessate il fuoco

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A Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron, in un mese sono spariti tre villaggi. Il 23 settembre le ruspe israeliane hanno demolito a Jinba 24 case, 16 strutture agricole, 16 pannelli solari e 14 cisterne d’acqua, lasciando senza tetto 176 persone, 85 delle quali bambini. Il 2 settembre era toccato a Khirbet al-Taban, dodici case e settanta persone; il 9 a Khirbet al-Fakhit, cinque case, tutte quelle che c’erano.

A quattrocento chilometri da Masafer Yatta, a Deir al-Balah, l’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa resta al buio per ore mentre i feriti aspettano una radiografia che non arriva. Non per una bomba. Per un generatore consumato, un filtro che manca, un bidone d’olio motore che Israele non lascia passare.

Sono due notizie che i giornali trattano come cronaca minore, se le trattano. Messe una accanto all’altra rivelano un metodo unico. Dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 la guerra contro i palestinesi non è finita: ha cambiato strumento. Non più solo l’esplosivo, ma la sottrazione sistematica di tutto ciò che serve per vivere in un posto.

Masafer Yatta case demolite dalle ruspe israeliane a Jinba Cisgiordania
Masafer Yatta, Khallet Athaba, 17 settembre 2025: ruspe israeliane demoliscono le case del villaggio. Foto: Wikimedia Commons, CC0

Masafer Yatta: la pulizia etnica per via amministrativa

Masafer Yatta è dagli anni Ottanta una zona di tiro dell’esercito, la Firing Zone 918. Vi vivono circa 1.200 palestinesi in tredici comunità, pastori e contadini di Masafer Yatta che stanno su quelle colline da generazioni e che lo Stato di Israele considera abusivi in casa loro. Nel 2022 la Corte suprema ha autorizzato lo sgombero. Da allora ogni demolizione è un atto legale, firmato, timbrato.

È questo il punto che la stampa italiana continua a non capire. Non si tratta di coloni impazziti, o non solo: si tratta di bulldozer dell’Amministrazione civile, cioè dell’ente militare che gestisce i territori occupati, che eseguono ordini di demolizione emessi da un ufficio. Anche le scuole sono sotto ordine di demolizione: quella di Zif, 250 studentesse, ha ricevuto il primo avviso nel 2016 e ha perso l’ultimo appello quest’anno; a Shaab al-Butum le aule degli insegnanti sono state abbattute il 4 agosto.

Questa è la forma matura dell’espulsione: non il pogrom, ma la procedura. Masafer Yatta è il laboratorio. Ho descritto a proposito di Nablus il copione in cui il colono spara, il soldato copre e il ministro benedice. A Masafer Yatta il copione ha una variante più pulita: nessuno spara, il colono aspetta, l’ufficio firma e la ruspa esegue. Il risultato è identico, ma senza sangue in prima pagina.

E infatti i coloni arrivano subito dopo. Il 28 luglio 2025 Awdah Hathaleen, attivista di Umm al-Khair e fratello di Khalil, è stato ucciso dal colono Yinon Levi con un colpo di pistola. Levi è tornato libero pochi giorni dopo. La demolizione amministrativa prepara il terreno, la violenza privata lo consolida, la giustizia lo ratifica. Dal 7 ottobre 2023 oltre 4.800 palestinesi sono stati espulsi con la violenza dalle loro comunità in Cisgiordania, e Masafer Yatta è la prossima sulla lista.

Gaza: la guerra che impedisce di curarsi

A Gaza il meccanismo di Masafer Yatta è lo stesso, applicato alla sopravvivenza fisica. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha riacceso la corrente: Israele ha interrotto la fornitura elettrica nell’ottobre 2023 e non l’ha mai ripristinata. L’intera Striscia vive di generatori, e i generatori vivono di gasolio, olio motore e pezzi di ricambio, tutte cose che passano dai valichi controllati da Israele.

I numeri raccontano un assedio per via tecnica. Al Nasser di Khan Younis l’intervallo per il cambio dell’olio è passato da 250 a circa mille ore di funzionamento perché l’olio non c’è; un litro è arrivato a costare 1.300 dollari, contro i tre di prima della guerra. Il ministero della Salute di Gaza calcola che gli ospedali abbiano bisogno di circa 2.500 litri di olio al mese e che le quantità fatte entrare bastino appena per le emergenze: i generatori restanti girano ventiquattr’ore su ventiquattro in condizioni meccaniche al limite.

Il Manifesto ha raccolto le voci dall’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, dove i generatori principali sono fuori uso dall’inizio di maggio 2026. Il chirurgo Omar Al-Ashtal parla di interventi accorciati o rinviati in attesa di corrente stabile; l’ingegnere Omar Al-Ghariz spiega che le macchine lavorano da mesi oltre la loro capacità e che qualsiasi guasto improvviso può fermare la terapia intensiva, le sale operatorie e le incubatrici. Omar Abu Atwa, autista trentenne ferito da un’esplosione, ha aspettato sei ore al buio e se n’è andato senza una radiografia.

Intanto i raid continuano: secondo lo stesso ministero, dal cessate il fuoco sono state uccise almeno 1.408 persone e oltre 4.900 sono rimaste ferite. I feriti arrivano in ospedali che non hanno la corrente per curarli. La bomba e il buio lavorano in coppia.

Non distruggere, impedire di ricostruire

Il salto di qualità, a Gaza come a Masafer Yatta, sta qui. Bombardare un ospedale è un crimine visibile, produce immagini, indignazione, dichiarazioni. Impedire che un ospedale funzioni non produce niente: nessuna esplosione, nessun cratere, solo un elenco di materiali che restano fermi a un valico. Gli effetti sono gli stessi, i morti sono gli stessi, ma la responsabilità si diluisce in una pratica doganale.

È il meccanismo che ho chiamato la codificazione procedurale della crudeltà: distribuire le responsabilità in modo che nessun singolo passaggio sembri mostruoso. Un funzionario che nega l’ingresso di un filtro per generatori non uccide nessuno. Un altro che rifiuta un pezzo di ricambio nemmeno. Il neonato che muore in un’incubatrice spenta non ha un assassino, ha un elenco di firme.

A Masafer Yatta lo stesso metodo è applicato al territorio. Le ruspe non hanno demolito solo case: hanno demolito pannelli solari e cisterne d’acqua. Chi vuole cacciare una comunità di pastori non ha bisogno di sparare ai pastori. Basta togliere l’acqua alle pecore e la luce alle case, e poi aspettare che la partenza sembri una scelta.

Netanyahu all’ONU: due o tre morti l’anno

Il 24 settembre, il giorno dopo le ruspe a Jinba, Benjamin Netanyahu ha parlato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Decine di delegazioni hanno lasciato l’aula all’inizio del discorso e lui ha risposto invitando gli altri «codardi morali» a uscire. Sulla Cisgiordania ha liquidato la violenza dei coloni come opera di «una manciata di delinquenti minorenni» che causa «forse due o tre morti all’anno».

Due o tre morti all’anno. Nella stessa settimana in cui 176 persone dormivano all’aperto a Jinba e Awdah Hathaleen era morto da quattordici mesi senza che il suo assassino fosse processato. La frase non è una bugia grossolana: è la descrizione esatta di un sistema in cui la violenza che conta è solo quella che lascia cadaveri riconducibili a un colpo di pistola. Le ruspe non sparano. I valichi chiusi non sparano. E quindi, nella contabilità del primo ministro, non esistono.

Questa è la lingua del potere: ridefinire cosa conta come violenza in modo che il grosso della violenza esca dal conteggio. Ho scritto a proposito del documentario NAZA che la linea rossa non è l’uccisione, è il racconto. Netanyahu all’ONU ha fatto esattamente questo con Masafer Yatta: ha spostato il racconto su due o tre delinquenti, così che il resto, la procedura, l’assedio, l’Amministrazione civile, restasse fuori campo.

La ricostruzione promessa e la ricostruzione impedita

Da un anno l’Occidente parla di ricostruzione di Gaza: piani, conferenze, miliardi annunciati, consorzi. Nel frattempo, un ospedale non riesce a far entrare un bidone d’olio motore. Non c’è contraddizione tra le due cose, c’è una divisione del lavoro: chi annuncia la ricostruzione fornisce la copertura a chi la impedisce, esattamente come chi disapprova nel metodo la mazzata al monumento di Madama tiene aperta la porta a chi la dà.

L’ho scritto per i morti di Madama e lo ripeto qui: la progressione è sempre la stessa. Prima la terra, poi l’acqua, poi gli alberi, poi i corpi, infine i nomi. A Masafer Yatta siamo alla terra e all’acqua. A Gaza siamo ai corpi, che muoiono al buio in attesa di una radiografia. E l’Occidente che «chiede moderazione» è il fornitore ufficiale del buio, perché il monitoraggio dei valichi è concordato con lui.

Chi copre: Netanyahu non lavora da solo

Uno Stato che demolisce i villaggi di Masafer Yatta con ordini d’ufficio e lascia morire i neonati nelle incubatrici spente non è uno Stato che ha perso il controllo di qualche colono. È uno Stato che ha scelto, e che può scegliere perché sa di non pagare. Il conto glielo tengono aperto le capitali che continuano a chiamarlo democrazia, alleato, partner strategico, mentre le ruspe lavorano.

Roma è tra queste, e non da comparsa. A settembre 2026 il governo Meloni non ha ancora riconosciuto lo Stato di Palestina: Tajani rimanda a un futuro «se ne parlerà», dopo aver aspettato l’Europa, poi le elezioni israeliane, poi qualcos’altro. Un anno fa la presidente del Consiglio aveva definito il riconoscimento «controproducente» e aveva messo due condizioni che valgono per i palestinesi e nessuna che valga per Israele. Il risultato è che l’Italia riconosce lo Stato che demolisce e non riconosce quello demolito.

Sulle armi la storia è la stessa, raccontata con la faccia tosta. Tajani ha definito «leggenda metropolitana» le forniture italiane a Israele, ma i dati del governo dicono che nel 2024 l’Italia ha esportato armamenti per 5,8 milioni di euro grazie alle licenze precedenti al 7 ottobre, mentre ne ha importati da Israele per 155 milioni, facendone il secondo fornitore del Paese. Bloccare le nuove licenze e lasciare correre le vecchie non è un embargo, è un comunicato stampa. E nel frattempo il memorandum di cooperazione militare resta in vigore, le università italiane restano dentro la filiera e i consiglieri legati a Palantir siedono al ministero della Difesa.

Questo governo non è neutrale e non è distratto: ha deciso da che parte stare e ha deciso di non dirlo, perché dirlo costa voti. Condanna i coloni «più violenti» e tace sull’Amministrazione civile che firma le demolizioni. Manda aiuti a Gaza attraverso i valichi che Israele chiude e presenta la cosa come impegno umanitario. Chiede «moderazione» a chi sta spegnendo le incubatrici. È la posizione di chi vuole che la pulizia etnica proceda ma senza che il proprio nome compaia nei verbali.

Nel 1875, secondo una testimonianza divenuta celebre, il generale Sheridan spiegò ai legislatori del Texas che per piegare le nazioni indiane delle pianure non serviva combatterle: bastava lasciare sterminare i bisonti da cui dipendevano, e sarebbero andate da sole nelle riserve. Chi oggi demolisce cisterne a Jinba e blocca l’olio motore a Deir al-Balah ha imparato quella lezione e l’ha perfezionata. Chi a Roma, a Bruxelles e a Washington gli tiene aperto il credito, fornisce i pezzi di ricambio alla propria industria e non a un ospedale, e chiama tutto questo «equilibrio», non è un testimone imbarazzato: è un socio.

Israele sta commettendo una pulizia etnica in Cisgiordania e uno sterminio a rilascio lento a Gaza, e il governo Meloni ha scelto di essere dalla parte di chi la commette, con la sola cautela di non farsi fotografare accanto alla ruspa. Un giorno qualcuno chiederà chi c’era, e la risposta sarà negli atti: c’era chi ha votato, chi ha firmato, chi ha temporeggiato. Nessuno di loro potrà dire di non aver visto il buio.

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Fonte: https://kratologos.it/masafer-yatta-ospedali-gaza-guerra-per-sottrazione/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 26 Settembre 2026

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