
Lo striscione Genova lo ha visto per un’ora sola. Il 25 settembre, alle otto e mezza, due agenti della Digos in borghese hanno tolto dal cancello della scuola primaria Daneo un telo dipinto dai bambini con la scritta «Qui nessun* è stranier*», davanti ai genitori e agli alunni che entravano. Nessun ordine scritto, nessun decreto da applicare, nessuna scritta contro il governo. Solo un cartello colorato e due funzionari che hanno deciso di interpretarlo.
Il caso dello striscione Genova è interessante non per lo scandalo, che è ovvio, ma per il meccanismo che scopre. Il potere più efficace non è quello che ordina la censura. È quello che riesce a farla eseguire senza doverla chiedere, perché l’apparato ha già capito da solo cosa non gli piace.
Striscione Genova : cosa è successo davanti alla scuola Daneo
La Daneo è una scuola del centro storico di Genova, tra le più multiculturali della città. Lo striscione era stato preparato dagli alunni con maestre e genitori in diverse lingue e appeso al cancello per accogliere la fiaccola della pace della Peace Run, in arrivo quella mattina. Gli asterischi al posto delle vocali finali erano il linguaggio inclusivo dei bambini, non un manifesto politico.
Gli agenti hanno afferrato lo striscione Genova e lo hanno portato via tra le proteste dei presenti. Una maestra, Cinzia Pennati, si è chiesta pubblicamente come spiegare agli alunni perché il loro lavoro multilingue fosse stato rimosso; una madre, Chiara Piccardo, ha parlato di bullismo. In tarda mattinata la Questura, «una volta compreso che davanti alla scuola era in corso un’iniziativa pacifica», ha restituito il telo ai genitori. La sindaca Silvia Salis, avvertita dell’episodio, si è messa in contatto con la Questura ed è andata di persona alla Daneo: «Lo striscione è stato restituito ed è tornato al suo posto», ha detto, definendo il fatto grave e aggiungendo che alla Daneo nessuno è straniero e che lo stesso deve valere per tutta Genova. I genitori lo hanno riappeso al cancello, con uno strappo su un angolo.
Nessuno ha dato l’ordine: il meccanismo dello zelo anticipatorio
La parte più rivelatrice del caso striscione Genova è la ricostruzione ufficiale. La Questura ha spiegato che gli agenti hanno agito d’iniziativa, su segnalazione della sala operativa della polizia locale, e che la questora Silvia Burdese ha avviato accertamenti interni sulle ragioni dell’intervento. La sindaca Silvia Salis, dopo aver chiesto chiarimenti, ha riferito ai genitori che la decisione non era partita dai vertici della Questura.
Quindi nessuno ha ordinato niente. È esattamente questo il punto. Una catena di comando che censura per ordine superiore è un abuso, ma un abuso leggibile: c’è un responsabile, c’è un atto, c’è qualcuno a cui chiedere conto. Qui invece la censura si è prodotta da sola, per intuizione, in due passaggi amministrativi di routine.
Un vigile vede un cartello che parla di stranieri, nella settimana in cui il governo vara un decreto sugli stranieri a scuola, e lo segnala. Due agenti della polizia politica ricevono la segnalazione e, senza alcun ordine, decidono che quel cartello va tolto. Ognuno dei due anelli ha semplicemente anticipato quello che pensava fosse gradito in alto. Questa è la forma matura del controllo: non la repressione comandata, ma l’obbedienza preventiva.
Il decreto Valditara e la cornice che rende sospetto un cartello
Il contesto non è un dettaglio, è il carburante. Il 23 settembre il ministro Valditara aveva annunciato che il tetto del 30% di studenti stranieri per classe sarebbe diventato decreto legge, per entrare in vigore subito, definendo il criterio «puramente linguistico». Il 24 settembre il Consiglio dei ministri lo ha approvato, con il divieto del volto coperto a scuola, i trasferimenti degli alunni in eccesso verso scuole vicine e multe fino a mille euro per i genitori che non frequentano i corsi obbligatori di italiano.
Il mattino dopo lo striscione Genova, un cartello che dice «qui nessuno è straniero» diventa automaticamente un cartello contro il governo. Non perché lo dica, ma perché la cornice interpretativa costruita dal decreto rende ogni affermazione di uguaglianza una posizione di parte. È il potere della cornice: non serve vietare una frase, basta cambiare il contesto in cui quella frase viene letta. Un cartello con «Viva la pace» letto nella settimana del riarmo subisce lo stesso destino.
E il decreto, al di là della propaganda, produce effetti concreti che molte scuole dei quartieri popolari faticheranno a reggere: sono proprio le scuole come la Daneo, dove la percentuale di bambini nati altrove è alta per geografia e non per ideologia, a rischiare lo smembramento delle classi.
La segnalazione: l’occhio che decide cosa è sospetto
Vale la pena fermarsi sull’anello iniziale dello striscione Genova, quello meno raccontato. La segnalazione è arrivata dalla polizia locale, cioè dall’apparato più capillare e più vicino al territorio. Non è la Digos che pattuglia le scuole elementari cercando striscioni: è un occhio ordinario che, davanti a un cartello di bambini, ha visto un problema di ordine pubblico e ha attivato la polizia politica.
Questo passaggio somiglia da vicino a ciò che avviene con i sistemi di classificazione automatica che decidono cosa è anomalo prima ancora che qualcuno discuta l’uso: la selezione avviene a monte, nel filtro, non nella decisione finale. Chi sceglie cosa segnalare esercita un potere più grande di chi poi esegue, perché definisce il perimetro del sospetto. E nessuno lo elegge, nessuno lo interroga, nessuno gli chiede di motivare.
Foucault e Deleuze: il potere che non ha bisogno di un sovrano
Michel Foucault avrebbe trovato nello striscione Genova un caso da manuale. In Sorvegliare e punire la scuola sta accanto alla prigione, alla caserma e all’ospedale tra le istituzioni disciplinari: luoghi in cui il potere non si esercita dall’alto con un comando, ma circola in modo capillare, attraverso sguardi, segnalazioni, gesti minimi di chi sta in basso nella gerarchia. La microfisica del potere non ha un centro. Ha una rete.
Il cuore del panottico di Bentham, riletto da Foucault, è che il sorvegliato non deve mai sapere se è osservato. Ma il caso di Genova mostra il rovescio, ancora più efficace: è il sorvegliante a non sapere cosa vuole davvero il sovrano, e quindi a comportarsi come se il sovrano guardasse lui. Il vigile che segnala e gli agenti che strappano non obbediscono a un ordine. Obbediscono all’idea che si sono fatti di un ordine possibile. Il potere ha già vinto quando i suoi funzionari lo indovinano.
Per questo, sullo striscione Genova, la Questura può dire con sincerità che nessuno ha deciso nulla. In un sistema disciplinare maturo la decisione non è un atto ma una disposizione, un modo di vedere che rende un cartello di bambini leggibile come minaccia. Foucault lo chiamerebbe effetto di un regime di verità: nella settimana del decreto Valditara, «straniero» è diventata una parola che appartiene allo Stato, e chi la usa fuori dal suo lessico sta contestando.
Gilles Deleuze, nel Poscritto sulle società di controllo del 1990, ha aggiunto il passaggio successivo. Le istituzioni disciplinari, scuola compresa, sono in crisi; al loro posto arriva un controllo continuo, modulare, che non ha più bisogno di muri e recinti perché funziona come una variazione permanente di soglie. Il tetto del 30% è esattamente una soglia di questo tipo: non vieta, non rinchiude, modula. Sposta bambini da una classe all’altra in base a una percentuale, come un algoritmo che ridistribuisce flussi.
Deleuze parlava di «dividuali», individui scomposti in dati, campioni, quote. Un bambino della Daneo, nel decreto, non è una persona ma una frazione di un numeratore: nato altrove, senza due anni di scuola dell’infanzia, quindi conteggiabile nel 30%. Lo striscione diceva il contrario, che ciascuno è intero e nessuno è una percentuale. In una società di controllo, affermare l’indivisibilità della persona è già un atto di disturbo. Ecco perché due funzionari, senza ordini, hanno sentito che andava rimosso.
Il cornuto a Vannacci e il cartello dei bambini: l’asimmetria della tolleranza
Massimo Gramellini, nel suo Caffè sul Corriere del 26 settembre, ha colto il cuore dell’asimmetria: un sindaco calabrese può dare del cornuto a Vannacci e viene derubricato a fenomeno di colore, mentre un gruppo di insegnanti e genitori che educano i bambini all’integrazione senza attaccare nessuno si vede arrivare la Digos un minuto dopo.
L’asimmetria dello striscione Genova non è casuale. L’insulto volgare contro un esponente della destra non costa niente al potere, anzi lo rafforza, perché lo mette nella posizione della vittima. L’affermazione tranquilla di un principio costituzionale, l’uguaglianza tra i bambini, invece lo destabilizza, perché dimostra che esiste un senso comune diverso dal suo, praticato ogni giorno nelle scuole senza bisogno di permessi. È questo che l’apparato ha percepito come minaccia. Non l’aggressione, ma l’alternativa.
Lo strascico: chi tace e chi si sente autorizzato
La Questura ha fatto dietrofront, la sindaca ha portato solidarietà, i bambini vogliono scrivere a Meloni e a Mattarella, e sia il M5S sia i parlamentari liguri del PD hanno annunciato interrogazioni. La macchina istituzionale ha corretto l’errore in poche ore e questo verrà raccontato come la prova che il sistema funziona.
Non è così. L’effetto vero di un episodio simile non sta nella singola censura, revocata, ma nella lezione che lascia. La prossima volta che una scuola pensa di appendere uno striscione come quello di Genova, qualcuno in consiglio d’istituto dirà: meglio evitare, ricordate Genova. E al tempo stesso qualcun altro, in un ufficio qualsiasi, avrà imparato che segnalare un cartello di bambini alla polizia politica è un gesto legittimo, che al massimo produce un accertamento interno senza conseguenze.
È il meccanismo, lo stesso dello striscione Genova, che ho descritto tante volte a proposito delle università che si allineano all’industria militare senza che nessuno le obblighi: l’autocensura è più economica e più duratura di qualsiasi divieto, perché non lascia tracce e non ha bisogno di un colpevole. Il potere che funziona meglio è quello che si fa amministrare gratis dalla paura altrui.
Nel 1950 la commissione McCarthy non aveva bisogno di leggere tutti i copioni di Hollywood: bastava che qualche sceneggiatore fosse stato convocato perché tutti gli altri iniziassero a scrivere con un occhio alla lista. Due agenti a un cancello di scuola elementare, a Genova, hanno fatto la stessa cosa in scala ridotta, e la Questura che li disconosce non cancella il messaggio che è già arrivato a tutte le altre scuole. Foucault direbbe che il potere non è mai stato nelle mani di chi lo ha negato.
Un cartello di bambini che dice «nessuno è straniero» è stato trattato come materia da polizia politica: chi si stupisce del dietrofront non ha ancora capito che l’obiettivo era già raggiunto al momento dello strappo.
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Fonte: https://kratologos.it/striscione-genova-digos-scuola-daneo/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 27 Settembre 2026