
Ci raccontano l’intelligenza artificiale con due paure. La prima è che ci tolga il lavoro, la seconda che sfugga al controllo e minacci l’umanità. Sono paure diverse, ma servono allo stesso scopo: far apparire la macchina come un destino davanti al quale non resta che adattarsi. Intanto, dietro le due apocalissi, sta nascendo una forma di potere nuova, che chiamo Stato-piattaforma: la fusione fra gli apparati dello Stato e le aziende che possiedono l’infrastruttura del calcolo.
Lo spunto viene da un saggio di Massimo De Angelis preparato per un seminario milanese sull’intelligenza artificiale, «Intelligente per chi e per che cosa?», pubblicato su Effimera. De Angelis smonta le due apocalissi e pone la domanda giusta: ogni misura dell’efficienza presuppone un confine, e la politica comincia quando chiediamo chi ha il potere di disegnarlo. Qui provo a rispondere: oggi quel confine lo disegna, e lo esegue, lo Stato-piattaforma.
Dallo Stato-piano allo Stato-piattaforma
Ogni volta che il conflitto ha cambiato terreno, lo Stato ha cambiato forma. Nel dopoguerra lo Stato keynesiano integrava il conflitto operaio attraverso il salario, l’occupazione e il welfare: era lo Stato-piano. Con la sua crisi, negli anni Settanta, arrivò lo Stato che governa frammentando. Nel 1990 Gilles Deleuze descrisse il passaggio successivo, dalle società disciplinari dei luoghi chiusi alle società di controllo fondate su codici e dati, in cui «gli individui sono diventati dei “dividuali”» e le masse si sono trasformate in campioni statistici e banche dati.
Più di trent’anni dopo, la diagnosi di Deleuze si è realizzata, ma con una novità che lui non poteva vedere. Il controllo non è diffuso in una rete senza centro: ha dei centri precisi, con proprietari e consigli di amministrazione. Sono le piattaforme, e sono fuse con lo Stato.
Il caso più compiuto è Palantir. Nata con i soldi del fondo di investimento della CIA, è diventata l’infrastruttura analitica dell’esercito americano, delle agenzie di frontiera, del servizio sanitario inglese, e nell’aprile 2025 la NATO ha acquistato il suo sistema di combattimento Maven. Ma non è un’eccezione. Nel luglio 2025 il Pentagono ha assegnato contratti fino a 200 milioni di dollari ciascuno ad Anthropic, OpenAI, Google e xAI, cioè agli stessi laboratori che chiedono regole e rallentamenti per i modelli più potenti.
Lo Stato fornisce domanda, finanziamento, legittimità e i dati delle popolazioni. La piattaforma fornisce l’infrastruttura senza la quale quelle popolazioni non si governano più. Lo Stato-piano integrava il conflitto con il salario; lo Stato-piattaforma lo previene con la previsione e, quando serve, con la forza. E ha una sua ideologia dichiarata: nel 2009 Peter Thiel, cofondatore di Palantir, scriveva su Cato Unbound «I no longer believe that freedom and democracy are compatible», non credo più che libertà e democrazia siano compatibili.
Lo Stato-piattaforma e la paura come lasciapassare
La seconda apocalisse, quella dell’IA che sfugge al controllo, ha una funzione precisa. Se l’intelligenza artificiale è un rischio esistenziale, allora è una questione di sicurezza nazionale. E se è sicurezza nazionale, a governarla sono la difesa, l’intelligence e i loro fornitori, con contratti riservati e regole segrete. La paura è il lasciapassare con cui la tecnologia esce dalla deliberazione pubblica ed entra negli apparati.
Il diritto europeo lo certifica. L’AI Act, la regolazione più ambiziosa al mondo sull’intelligenza artificiale, esclude dal proprio ambito i sistemi usati per scopi militari, di difesa e di sicurezza nazionale. La regola comune che l’industria dice di volere si ferma esattamente sulla soglia dove l’IA uccide. Oltre quella soglia comincia lo Stato-piattaforma.
Chi possiede la misura possiede il potere
Chi ha lavorato una vita con i computer sa una cosa che il dibattito pubblico ignora: un software non si limita a contare, decide che cosa esiste. Il prodotto centrale di Palantir per le organizzazioni si chiama, non a caso, ontologia. È il modello che stabilisce quali entità esistono in un ospedale, in un’amministrazione o in un esercito, quali relazioni contano, quali indicatori vanno seguiti. Ciò che non entra nell’ontologia non esiste. Il confine della misura, in senso letterale, è codice.
Nella fabbrica la misura del tempo di lavoro era una contabilità esterna, su cui si poteva trattare. Nella piattaforma la misura è operativa: il punteggio di produttività decide i turni, il punteggio di rischio decide i controlli, il punteggio di sospetto decide il bersaglio. Il caso estremo è Gaza, dove secondo l’inchiesta del magazine israeliano +972 il sistema Lavender ha generato decine di migliaia di potenziali bersagli umani con una verifica umana ridotta a pochi secondi. Lì misura e decisione coincidono, e la vita degli altri resta fuori dal calcolo perché il calcolo è fatto per lasciarla fuori.
Per questo non basta contestare le misure. Bisogna contendere gli strumenti che le producono: il codice, le ontologie, gli indicatori, l’accesso ai modelli. È lo stesso punto che Raniero Panzieri fissava nel 1961 sul primo numero dei Quaderni rossi, quando scriveva che l’uso capitalistico delle macchine non è la deviazione da uno sviluppo neutro ma «determina lo sviluppo tecnologico». Se la macchina non è neutrale, il conflitto va portato dentro la macchina.
L’Italia nella periferia dello Stato-piattaforma
L’Italia sta dentro lo Stato-piattaforma dalla parte di chi paga. Ospita i data center degli operatori americani e ne sopporta i costi in acqua, energia e suolo, come raccontano i comitati che si battono contro gli impianti in Lombardia, senza controllarne la proprietà. Affida pezzi della statistica pubblica a software proprietari come quelli di Palantir. E lega la propria industria della difesa a capitali esteri, come mostra Leonardo in Arabia Saudita, con la trattativa sul fondo sovrano di Riad per le aerostrutture del Sud. L’efficienza va altrove, i costi restano qui.
Ma è proprio qui che si vede la risposta. Nei comitati contro i data center si sta formando un sapere dal basso su ciò che gli impianti consumano davvero: quanti litri, quanti megawatt, quanti ettari, quanti posti di lavoro reali rispetto a quelli promessi. È una contro-misura, l’erede diretta della conricerca operaia degli anni Sessanta. Lo stesso vale per i portuali che un anno fa hanno fermato i carichi di armi a Genova e Livorno, per i medici inglesi in piazza contro Palantir, per i lavoratori che addestrano i modelli e cominciano a organizzarsi. Agiscono tutti nel punto in cui l’infrastruttura tocca terra, ed è lì che lo Stato-piattaforma è vulnerabile.

Ciò che manca è il filo che li tenga insieme. Chi lotta contro un data center, chi blocca un carico d’armi e chi difende i dati sanitari contesta lo stesso confine e lo stesso apparato, ma non lo sa ancora. Il compito di una sinistra che voglia esistere nel secolo dell’intelligenza artificiale è dirglielo, e costruire infrastrutture comuni di calcolo e di dati che non appartengano né alle piattaforme né agli apparati di sicurezza.
La domanda di De Angelis, intelligente per chi e per che cosa, va completata con quella che il potere preferisce non sentire: contro chi. Lo Stato-piattaforma ha già risposto, a Gaza, nei cieli del Golfo, nei server che decidono chi è un rischio. Tocca a noi riprenderci gli strumenti della misura, prima che la misura finisca di decidere per noi.
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Fonte: https://kratologos.it/stato-piattaforma-intelligenza-artificiale/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 12 Ottobre 2026
