
Diciamolo subito, così nessuno fraintende: questo è un articolo di parte. Kratologos sta con i comitati che si oppongono ai data center delle multinazionali, contro un governo e una Regione che hanno deciso di mettere il territorio italiano al servizio delle Big Tech americane. Non c’è una posizione equidistante tra chi si prende l’acqua di una falda e chi quella falda la beve.
In Lombardia i data center sono già 32 e ne arrivano altri 45. Il dato lo ha messo in pagina il Manifesto con un titolo che non lascia margini: i data center invadono la Lombardia. Dietro c’è una corsa che ha la forma di un’occupazione, silenziosa finché i cantieri non si aprono, e che riguarda energia, acqua e suolo agricolo di un intero Paese.
L’impatto ambientale dei data center non è una questione tecnica da delegare agli ingegneri, ed è falso chi la presenta così. È un conflitto politico, e ha due parti. È la più grande operazione di prenotazione del territorio italiano degli ultimi decenni, condotta quasi interamente da multinazionali straniere, con procedure accelerate da Roma e da Milano e senza che nessuno abbia chiesto ai territori se vogliono diventare la sala macchine dell’intelligenza artificiale altrui.
Ma sull’impatto ambientale dei data center qualcosa si muove. In Lombardia è nata una rete di comitati che ha già fermato o rallentato alcuni progetti, ha scritto un manifesto di quattordici pagine e il 10 ottobre scende in piazza a Milano. Il documento, firmato a Lacchiarella il primo settembre e intitolato «Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center», è la cosa più seria che sia stata scritta in Italia sul tema. Più seria, va detto, di qualsiasi atto prodotto finora dal governo o dalla Regione.
Chi lo liquida come la protesta di chi non vuole il capannone sotto casa non lo ha letto. Il manifesto dice il contrario: «Questo impegno non nasce da una contrarietà a priori alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale». Nasce dalla richiesta di sapere chi decide, chi guadagna e chi paga. Sono esattamente le domande che le istituzioni hanno scelto di non porsi, e che su questo blog poniamo ai partiti in vista delle elezioni politiche del 2027.
Novantacinque gigawatt: la speculazione prenota il Paese prima che il Paese decida
Il numero che spiega tutto è quello di Terna. Ad agosto 2026 il gestore della rete aveva in coda 531 domande di connessione per data center, per 95,38 gigawatt, di cui 300 arrivate solo da gennaio. Erano un gigawatt nel 2021, trentuno nel 2024. La Lombardia da sola ne chiede 46. Per avere la scala: la punta massima di domanda dell’intera rete elettrica italiana sta intorno ai 55-60 gigawatt.
Quasi tutto questo è carta. Terna stessa definisce la coda irrealistica e stima che entro il 2030 si costruiranno realisticamente fra 1,5 e 2 gigawatt; solo 15 domande sono in fase avanzata. Circa il 60 per cento delle richieste arriva da soggetti immobiliari, della logistica o privati senza un progetto industriale dichiarato. Presentare una domanda costa poco e vale molto: blocca capacità di rete su un terreno, e quel terreno diventa un asset da rivendere.
Ecco il meccanismo, ed è più importante del singolo capannone. Il 95 per cento delle richieste è carta, ma la carta serve a prenotare la rete, il suolo e l’acqua prima che qualcuno decida se vuole darli. Il mercato opera la scelta che la politica non ha fatto, e quando la politica arriva trova il territorio già diviso in lotti. Anzi, peggio: non arriva affatto, o arriva per firmare. Chiamarlo sviluppo è un insulto all’intelligenza; è una speculazione immobiliare ed energetica con il timbro dello Stato.
Energia, acqua, suolo: l’impatto ambientale dei data center lo paghiamo noi
Sull’energia i numeri globali sono noti. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che i data center nel mondo raddoppieranno i consumi elettrici arrivando a circa 945 terawattora nel 2030, più dell’intero consumo del Giappone di oggi. In Italia il settore ha consumato 3,9 terawattora nel 2024, l’1,3 per cento del totale nazionale; lo scenario considerato realistico al 2030 porta fra 14 e 20 terawattora aggiuntivi, cioè fino al 7 per cento della domanda del Paese. Tutto questo mentre a luglio la rete ha toccato il record di consumi mensili per il caldo.
Il manifesto dei comitati mette i numeri italiani nella loro cornice. Le richieste di potenza, circa 90 gigawatt nel loro calcolo, superano l’intera potenza installata da fonti rinnovabili, che si aggira intorno ai 75. Anche solo i circa 30 progetti oggi in valutazione ambientale consumerebbero oltre 15 terawattora l’anno, il 6 o 7 per cento del fabbisogno nazionale, e con questo ritmo al 2035 i data center potrebbero assorbire fra il 10 e il 15 per cento dell’elettricità del Paese. Chi racconta che basteranno le rinnovabili dovrebbe spiegare da dove arriverà il resto, e perché a pagarlo in bolletta dovrebbero essere famiglie e imprese.
C’è poi la rete. Per alimentare i nuovi impianti Terna prevede, secondo il calcolo dei comitati, 26 nuove stazioni elettriche di alta tensione e grandi impianti di batterie di accumulo, autorizzati dai ministeri e spesso collocati in parchi regionali o a ridosso delle case. Il manifesto pone la domanda che nessun assessore ha voluto sentire: mentre milioni di cittadini subiscono blackout e sovraccarichi a ogni ondata di calore, perché gli investimenti sulla rete dovrebbero andare prima di tutto a nutrire i data center?
Sull’acqua l’impatto ambientale dei data center è più opaco, perché le aziende non pubblicano i consumi sito per sito. Un data center grande con raffreddamento evaporativo consuma fra 11 e 19 milioni di litri al giorno, il fabbisogno di una città da 30 a 50 mila abitanti. Nella contea di Loudoun, in Virginia, la capitale mondiale del settore, i data center hanno bevuto quasi 900 milioni di galloni nel 2023, in gran parte acqua potabile. In una Pianura padana che esce da anni di siccità e che vede la falda abbassarsi, non è un dettaglio.
Poi c’è il suolo. Secondo i dati riportati dal Manifesto, il 48 per cento delle aree destinate ai nuovi data center lombardi è oggi a uso agricolo. Capannoni ciechi da decine di migliaia di metri quadrati, recintati, sorvegliati, con generatori diesel di emergenza e impianti di raffreddamento che producono rumore giorno e notte. E pochissimo lavoro: in tutta Italia gli occupati diretti del settore sono circa 1.200. Un data center consuma come una città e impiega come un supermercato.
Il manifesto aggiunge due capitoli che nelle cronache non compaiono quasi mai. Il primo sono le isole di calore: nel caso di Siziano è la documentazione dello stesso proponente a prevedere un aumento delle temperature fino a circa due gradi nel raggio di 400 metri, per un impianto di dimensioni contenute. Il secondo sono i generatori di emergenza a gasolio, con le loro emissioni concentrate in territori come la Pianura padana che già sforano i limiti dell’Organizzazione mondiale della sanità, e i depositi di carburante che possono far rientrare gli impianti nella normativa Seveso sui rischi di incidente rilevante.
Il punto politico sta in una frase: ogni impianto viene valutato da solo, mai insieme agli altri. Nessuno calcola cosa succede al microclima, all’aria, al rumore e alla rete quando in pochi chilometri si concentrano dieci campus. «La ridondanza del singolo data center non è la stessa cosa della resilienza del territorio», scrivono i comitati. È una lezione di pianificazione che un assessorato regionale avrebbe dovuto dare, non ricevere.
L’Irlanda ha già visto il film: i server ingrassano, le famiglie pagano
Chi vuole sapere come finisce deve guardare a Dublino. In Irlanda i data center hanno assorbito il 22 per cento dell’elettricità nazionale nel 2024, più di tutte le abitazioni urbane del Paese messe insieme, con proiezioni al 31 per cento entro il 2034. Già nel 2021 il gestore di rete EirGrid aveva dovuto chiedere lo stop a nuove connessioni nell’area di Dublino, perché i data center si stavano mangiando metà della capacità disponibile.
Il conto lo hanno pagato le famiglie: l’aumento stimato in bolletta fra 2015 e 2023 è di circa 360 euro l’anno, e la crescita delle rinnovabili è servita a malapena a coprire la nuova domanda dei server invece di ridurre le emissioni. Il vento irlandese, in pratica, alimenta i cloud americani. È questo il modello che la Lombardia sta importando, con in più un problema d’acqua che l’Irlanda non ha.
Governo e Regione: complici, non arbitri
Governo e Regione non sono arbitri distratti di questa partita. Sono giocatori, e giocano per la squadra delle multinazionali. Con il decreto legge 21 del 20 febbraio 2026 il governo ha introdotto un procedimento unico di autorizzazione per i data center, che assorbe valutazione di impatto ambientale, autorizzazioni paesaggistiche e integrate in una sola decisione da chiudere in dieci mesi. Per gli investimenti sopra il miliardo scatta l’interesse strategico nazionale preminente. Tradotto: più il progetto è grande, meno spazio hanno i territori per discuterlo.
I comitati lo chiamano con il suo nome: «tendenza allo stato di eccezione». Un decreto d’urgenza, infilato in un provvedimento sulle bollette, accorpa valutazioni che la legge europea tiene separate proprio perché hanno funzioni diverse. Non esiste una legge organica nazionale sui data center, non esiste un piano, non esiste una stima pubblica di quanti ne servano. Esiste solo la procedura per costruirli più in fretta. È il paradigma che abbiamo già visto altrove: si dichiara un’opera strategica e da quel momento le regole ordinarie, e con esse i cittadini, diventano un intralcio.
E qui la contraddizione del governo Meloni è totale. Lo stesso esecutivo che ha fatto della sovranità nazionale la sua bandiera sta consegnando rete elettrica, falde e suolo agricolo a Microsoft, Amazon, Google e ai fondi che controllano gli altri operatori, con una corsia preferenziale che nessuna impresa agricola o artigiana italiana si è mai vista offrire.
Il manifesto ricorda anche il perché geopolitico: l’Italia è al centro dei corridoi digitali destinati a collegare l’Europa con Israele, i Paesi arabi e l’India. Non si sta costruendo un’infrastruttura per gli italiani, si sta affittando il territorio italiano a una filiera globale. I comitati parlano di un progetto che ha «tutti i crismi di un progetto coloniale». Difficile dar loro torto.
La Lombardia, prima Regione in Italia, ha approvato il 26 maggio la sua legge sui data center. Indirizza i nuovi impianti verso le aree dismesse, chiede il recupero del calore di scarto e prevede compensazioni per i comuni. Ma non vieta niente: chi vuole costruire su terreno agricolo paga oneri raddoppiati, chi vuole costruire in un’area verde li paga triplicati. Non è un argine, è un listino. Per aziende che investono decine di miliardi, qualche milione di oneri in più è una voce di bilancio, non un ostacolo.
La legge è passata con i soli voti del centrodestra. L’assessore Massimo Sertori l’ha presentata come un insieme di «regole certe, procedure omogenee» per dare un quadro stabile agli investimenti. È la frase che spiega tutto: la certezza è per chi investe, non per chi abita. Nessun limite complessivo di potenza, nessun tetto al consumo idrico, nessuna valutazione cumulativa obbligatoria, nessun potere vero ai comuni che dicono no. Una Regione che ha davanti centinaia di richieste e sceglie di regolare il prezzo invece della quantità ha già deciso da che parte stare.
Lo scrivevo già a giugno: il suolo è italiano, ma il dato è di chi? I server stanno in Brianza, la giurisdizione sta a Washington. Un governo che si riempie la bocca di patria e poi consegna le infrastrutture strategiche del Paese a Microsoft e Amazon non difende la nazione: ne gestisce la svendita.
Come si organizza la lotta contro i data center

La buona notizia è che questi progetti non sono invincibili. Negli Stati Uniti un monitoraggio indipendente ha contato 64 miliardi di dollari di data center bloccati o ritardati in meno di un anno dall’opposizione di 142 gruppi locali in 24 Stati, e in quel Paese, dove le Big Tech sono di casa, anche amministratori di destra e di sinistra hanno dovuto mettersi di traverso sotto la pressione dei cittadini. A Warrenton, in Virginia, tutti i consiglieri favorevoli al campus di Amazon sono stati battuti alle elezioni successive. Lo ricordiamo ai nostri partiti.
In Lombardia la strada è già tracciata. A settembre è nata la Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center, che ha già un calendario: banchetti informativi diffusi il 12 settembre, il convegno regionale del 26 settembre all’Arci di Milano, il presidio e la manifestazione regionale del 10 ottobre. E ha già ottenuto risultati: a Travagliato, nel Bresciano, il proponente di un maxi impianto da 120 megawatt ha ritirato il piano, mentre a Rozzano e Siziano le procedure di valutazione ambientale sono state riaperte alle osservazioni dei cittadini.
Il manifesto è stato sottoscritto da: Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio; Comitato per la tutela del territorio Certosino; Comitato per la tutela del territorio di Siziano; Orizzonte Opera, Comitato a difesa del territorio e dell’ambiente; Osservatorio Datacenter comitato Rhodense; Gruppo cittadino Salviamo Trezzano sul Naviglio; Comitato tutela ambiente apolitico apartitico; Comitato Data Center NO grazie di Bollate; Comune di Travagliato.
E ancora: Salviamo il paesaggio Cremonese, Casalasco e Cremasco; Comitato per lo sviluppo responsabile di Buscate; Comitato Bene Comune Abbiategrasso; Bene Comune Zibido San Giacomo; Osservatorio Data Center Sud Milano; Comitato Residenti Colleferro Roma; Comitato per la tutela dell’ambiente e del territorio Magentino; Progetto Civico di Borgarello; Comitato Casalerespira di Casalpusterlengo; Sentinelle del Territorio di Bornasco; Comitato di San Bovio per la Tutela dell’Ambiente di Peschiera Borromeo; Lista Civica Per Certosa; Corsico Solidale, Prima le Persone; Comitato Vittuone Sedriano per la tutela del territorio.
Tra le firme c’è un dettaglio che vale più di molti comunicati: il Comune di Travagliato. Un’istituzione che si schiera con i cittadini contro un progetto calato dall’alto dimostra che la scelta è possibile, e che chi amministra non è obbligato a fare da notaio alle multinazionali.
Da queste esperienze si ricava un metodo, che vale ovunque in Italia. Il primo passo è vedere il progetto prima che diventi un cantiere: le domande a Terna, le varianti urbanistiche, le procedure di valutazione ambientale sono atti pubblici, e l’accesso agli atti e il monitoraggio dell’albo pretorio e dei portali regionali permettono di sapere cosa si muove su un terreno mesi prima delle ruspe. Le multinazionali contano sul fatto che nessuno legga le carte.
Il secondo passo è usare ogni spazio di partecipazione che la legge ancora concede: le osservazioni nelle procedure di valutazione di impatto ambientale, la richiesta di consigli comunali aperti, le petizioni e i referendum consultivi comunali, le mozioni in Regione. Le osservazioni tecniche su consumi idrici, rumore, traffico e rischio incendio dei generatori sono quelle che riaprono le procedure, come a Rozzano. Dove le irregolarità sono concrete, restano i ricorsi al TAR.
Il terzo passo è costruire alleanze fuori dal perimetro dei soliti noti. Gli agricoltori che perdono terra e acqua, i consorzi di bonifica, i gestori idrici, i sindaci che si vedono piombare addosso un progetto deciso altrove, le famiglie che temono la bolletta irlandese. Negli Stati Uniti la lotta ai data center ha vinto quando ha smesso di essere una battaglia solo ecologista e si è trasformata in una questione di bollette, acqua e democrazia locale.
Il quarto passo è trasformare il no locale in rivendicazioni generali, perché un comitato che ferma un impianto lo sposta solo nel comune accanto. Il manifesto le ha già messe per iscritto: un piano nazionale pubblico che stabilisca la reale necessità del Paese, dove localizzare gli impianti, i limiti energetici e idrici e gli impatti cumulativi; una mappa pubblica e aggiornata di tutti i data center esistenti, autorizzati e in procedimento; il monitoraggio dopo l’entrata in esercizio, con i consumi reali resi pubblici; il diritto dei comuni di sedere ai tavoli ministeriali; e, sullo sfondo, la proprietà pubblica dei dati e delle infrastrutture.
Accanto a queste, le richieste più immediate sono chiare: una moratoria regionale sulle nuove autorizzazioni finché non esiste un piano pubblico che dica quanti data center servono, dove e per chi; il divieto di usare acqua potabile per il raffreddamento; l’obbligo di pubblicare i consumi reali sito per sito; l’utilizzo obbligatorio del calore di scarto; una tassa di rete che faccia pagare alle aziende, e non alle famiglie, il potenziamento delle linee; la cancellazione delle domande speculative dalla coda di Terna.
L’ultimo passo è il più politico: portare il tema nelle urne. Chi amministra un comune, una provincia, una Regione deve sapere che firmare una variante per un data center su terreno agricolo ha un costo elettorale. È l’unico linguaggio che una procedura accelerata non riesce a neutralizzare.
Una battaglia nazionale: non lasciamo soli i comitati
C’è un errore che il potere conta che facciamo: considerare i data center un problema di Siziano, di Rozzano o di Colleferro. Un problema di chi ha la sfortuna di abitare accanto a un terreno agricolo diventato lotto edificabile. È la strategia di sempre: frammentare, trattare ogni progetto come un caso locale, isolare chi protesta e poi dargli del nimby. Un comitato di paese contro una multinazionale e un ministero, da solo, può vincere una battaglia. Non vince la guerra.
Per questo serve una mobilitazione nazionale, e serve adesso. I comitati nati sui territori dove sono previsti i nuovi impianti non possono essere lasciati soli a leggere le carte, scrivere osservazioni e pagare gli avvocati. Il manifesto lo chiede esplicitamente, con un appello a «tutte le realtà di lotta, sindacali, di associazione, di volontariato» e ai «sindaci virtuosi». Chi abita a Roma, a Torino, a Bologna, a Padova o a Napoli deve sapere che questa battaglia è anche sua.
Perché siamo tutti coinvolti. La rete elettrica è una sola, e se i data center si prendono il 10 o il 15 per cento dei consumi il conto arriva in ogni bolletta d’Italia, come è arrivato in quelle irlandesi. Le nuove stazioni e le linee le paghiamo tutti attraverso le tariffe. Le emissioni e il calore non si fermano ai confini comunali. L’acqua della Pianura padana è quella che irriga i campi da cui arriva il cibo di mezzo Paese. E il suolo agricolo consumato oggi non tornerà mai più.
E poi c’è la domanda che nessuno vuole fare: per chi? Per i dati di chi? Questi impianti non nascono per curare meglio i pazienti di un ospedale pubblico o per digitalizzare l’anagrafe di un comune. Nascono per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale delle grandi piattaforme americane, per il commercio elettronico, per la pubblicità profilata e, lo scrive il manifesto, per finalità di difesa e militari. I dati che passeranno in quei capannoni sono i nostri, ma la giurisdizione che li governa è quella di Washington, e il profitto che producono finisce altrove.
Noi mettiamo il territorio, l’acqua, l’energia e i dati. Loro mettono i server e si tengono il valore. È lo schema estrattivo puramente biocapitalistico che ho descritto parlando di come guerra, sorveglianza e mercato si saldano in un unico sistema: infrastrutture private con dimensioni da Stato, che peggioreranno la vita di tutti per migliorare i bilanci di pochi. Per questo la risposta non può essere di un paese contro un capannone. Deve essere di un Paese intero contro un modello.
Il 10 ottobre a Milano è il primo appuntamento. Chi non è lombardo non ha scuse per considerarlo un fatto lombardo: servono comitati in ogni regione dove arrivano le richieste a Terna, serve che sindacati, associazioni ambientaliste, agricoltori, movimenti per la pace e università si siedano allo stesso tavolo, serve una piattaforma nazionale unica da portare in Parlamento. I territori hanno già fatto la loro parte. Adesso tocca a tutti gli altri.
Alla sinistra: una risposta chiara prima del 2027
Qui arriviamo al punto più scomodo, e lo diciamo senza giri di parole. In Consiglio regionale l’opposizione ha votato contro la legge lombarda: Simone Negri del Pd ha chiesto «norme cogenti e puntuali», Onorio Rosati di Avs l’ha definita «una legge senza coraggio» perché non obbliga a costruire solo sulle aree dismesse. Bene. Ma votare contro una legge del centrodestra non equivale ad avere una posizione. Equivale a non volersi intestare quella degli altri.
Il manifesto dei comitati è firmato da comitati, liste civiche e da un Comune. Non da un partito. Non è un caso: nei territori i cittadini hanno imparato che molti progetti passano per varianti approvate da giunte di ogni colore, e che il linguaggio dell’innovazione e degli investimenti esteri piace a destra quanto a una certa sinistra di governo. Per questo oggi non basta dire di essere contro il governo Meloni. Bisogna dire che cosa si farà al suo posto.
Nel 2027 si vota per il Parlamento, e chi chiede il voto a chi abita a Siziano, a Rozzano, a Trezzano, a Bollate, a Colleferro deve rispondere prima, non dopo. Le domande sono semplici.
Siete favorevoli a una moratoria sulle nuove autorizzazioni finché non esiste un piano nazionale pubblico dei data center? Abrogherete o modificherete l’autorizzazione unica introdotta con il decreto 21, restituendo alle valutazioni ambientali la loro autonomia e ai comuni un potere reale? Vieterete i nuovi impianti su suolo agricolo e l’uso di acqua potabile per il raffreddamento?
Farete pagare agli operatori, e non alle bollette delle famiglie, il potenziamento della rete e le nuove stazioni elettriche? Imporrete la pubblicazione dei consumi reali di energia e acqua, impianto per impianto? E sulla proprietà pubblica dei dati e delle infrastrutture strategiche, che i comitati mettono nero su bianco, avete una posizione o preferite non averne?
Nei comuni che governate, fermerete le varianti per i data center greenfield o le firmerete in nome dello sviluppo? È la domanda che conta di più, perché è lì che si vede la differenza tra chi fa opposizione e chi fa un’alternativa. Kratologos pubblicherà le risposte che arriveranno, e anche i silenzi. Un silenzio, su questo tema, è già una risposta.
Non siamo contro la tecnologia, siamo contro chi la usa per espropriarci
Ai difensori d’ufficio delle Big Tech, che ci accuseranno di essere contro il progresso, rispondiamo in anticipo: non siamo contro la tecnologia, siamo contro chi la usa per espropriarci. Siamo per infrastrutture digitali pubbliche, pianificate, al servizio di sanità, scuola, ricerca e pubblica amministrazione, sotto controllo democratico e giurisdizione italiana ed europea. Siamo contro campus privati decisi dalle code di Terna e dai fondi immobiliari, che bevono le nostre falde e mangiano la nostra campagna per far girare l’intelligenza artificiale altrui.
È la stessa logica che salda guerra, sorveglianza e mercato: infrastrutture private di dimensioni statali, sottratte a qualsiasi controllo democratico, che pochi soggetti possono accendere e spegnere. Accettarle senza condizioni significa accettare che il potere su energia, acqua e informazione passi definitivamente da chi abita un territorio a chi lo affitta.
L’impegno di Kratologos: saremo dentro questa battaglia
Scriverne non basta, e non ci basta. Contro i data center che si vogliono costruire in Italia, Kratologos sarà impegnato nella battaglia, con gli strumenti che ha: l’analisi, i documenti, la memoria. Non come osservatore esterno che commenta, ma come parte di un fronte che deve crescere.
Concretamente, seguiremo i progetti uno per uno, dalle domande a Terna alle varianti urbanistiche, dalle valutazioni ambientali ai tavoli ministeriali, e renderemo leggibile quello che le aziende e le istituzioni preferiscono lasciare sepolto negli allegati tecnici. Daremo spazio ai comitati, ai loro documenti e alle loro osservazioni, perché la voce dei territori arrivi anche dove i giornali mainstream non guardano. Ricostruiremo chi c’è dietro ogni progetto, quali fondi, quali multinazionali, quali intrecci con la politica locale e nazionale.
E terremo il conto. Pubblicheremo le risposte dei partiti alle domande di questo articolo, e i loro silenzi. Registreremo chi vota cosa, in Parlamento, in Regione e nei consigli comunali, perché nel 2027 nessuno possa dire di non sapere. Ai comitati che vogliono segnalare un progetto, condividere un documento o raccontare la propria lotta, le pagine di questo blog sono aperte.
«Il progresso non è un edificio. È una direzione», scrivono i comitati. I comitati che il 10 ottobre scendono in piazza a Milano non sono nemici del progresso. Sono gli ultimi a difendere l’idea che l’acqua, il suolo e l’energia di un Paese appartengano a chi ci vive, e non a chi ha i soldi per prenotarli.
Il governo ha scelto le multinazionali, la Regione ha scelto il listino. Adesso tocca alla sinistra scegliere se stare con i territori o limitarsi a votare contro, e tocca a ciascuno di noi scegliere se lasciare soli i comitati o mettersi al loro fianco. Questa battaglia non è di Siziano o di Colleferro: è di chiunque paghi una bolletta, beva acqua di falda e produca dati che qualcun altro trasforma in profitto. Nel 2027 sapremo chi ha risposto, e voteremo di conseguenza. Fino ad allora, Kratologos starà in questa battaglia, dalla parte dei territori.
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Fonte: https://kratologos.it/impatto-ambientale-data-center-italia-lotta-comitati/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 28 Settembre 2026
