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Più sorveglianza, meno diritti: la nuova schiavitù

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Nuova schiavitù: braccianti bruciati vivi ad Amendolara, migliaia in corteo

Più sorveglianza, meno diritti: la nuova schiavitù e lo Stato che guarda altrove

Quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara, migliaia in corteo. Il governo promette diecimila ispezioni e i droni, ma rifiuta il salario minimo. Contro la nuova schiavitù lo Stato schiera la sorveglianza, non la dignità.

Si chiama schiavitù, anche se preferiamo non dirlo. Quattro uomini sono stati bruciati vivi in un minivan ad Amendolara perché chiedevano di essere pagati. Cinque giorni dopo, migliaia di persone hanno sfilato per loro. La risposta dello Stato, per bocca della ministra del Lavoro Marina Calderone, è arrivata da Reggio Calabria: diecimila ispezioni, anche con i droni. Sul salario minimo, invece, «non serve». Contro la nuova schiavitù lo Stato schiera più occhi nel cielo, non più dignità a terra.

Quattro morti per una paga

Il 1° giugno, in una stazione di servizio nel Cosentino, Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad — tra i diciannove e i ventinove anni — sono stati arsi vivi dentro un minivan. Le telecamere del benzinaio hanno ripreso le portiere bloccate dall’esterno e la benzina versata dentro. Avevano chiesto di essere pagati e avevano rifiutato di versare il pizzo sul trasporto verso i campi. In meno di ventiquattro ore sono stati fermati due uomini, anch’essi braccianti, grazie alla denuncia di un amico di uno degli accusati: un gesto isolato in un contesto che il procuratore Domenico D’Alessio ha definito di «cittadini che non collaborano». Sabato 6 giugno migliaia di persone hanno attraversato Amendolara dietro le bandiere della Flai-Cgil, con Maurizio Landini, Elly Schlein e Nicola Fratoianni. La Cgil ha denunciato lo «strapotere di caporali e cosche» — la saldatura tra sfruttamento e ’ndrangheta — e Schlein ha chiesto una procura nazionale per le agromafie. Su un cartello, il nome di una delle vittime: «È morto Amin Khogyani».

Caporalato o nuova schiavitù?

Lo chiamiamo caporalato. È la parola comoda, perché sposta la colpa sul caporale, figura individuale, criminale, spesso a sua volta migrante e marginale e lascia intatti i beneficiari veri: la grande distribuzione che compra il pomodoro a 99 centesimi, il consumatore, la legge che produce l’irregolarità. Ma ciò che lega quattro uomini chiusi in un minivan e dati alle fiamme non è un reato isolato: è un rapporto. Lavoro coatto, corpi ricattabili, impossibilità di sottrarsi, profitto estratto dalla sofferenza altrui. La parola esatta è schiavitù, ed è una parola che una democrazia ricca evita perché la costringe a guardarsi allo specchio: ammettere che la schiavitù esiste ancora significa ammettere che il racconto su cui si fonda la propria superiorità morale è falso.

Droni contro dignità

baraccopoli dove sono costretti a vivere chi lavora nei campi

La risposta delle istituzioni è arrivata da un vertice in Prefettura a Reggio Calabria. La ministra Calderone ha annunciato una campagna straordinaria di ispezioni nel comparto agricolo, da metà giugno per tutta l’estate, e nell’intervista al Corriere della Sera ha promesso diecimila controlli «usando anche i droni per scovare gli sfruttatori». Sul salario, però, la linea resta quella del governo: il «salario giusto» della contrattazione, non un minimo fissato per legge. Il salario minimo, ha detto, non serve. È la fotografia della non risposta: contro la morte per sfruttamento si schiera più tecnologia di controllo, mentre lo strumento che toglierebbe ossigeno al sistema resta tabù. Si sorveglia di più, si cambia di meno. Eppure le norme già esistono: la legge 199 contro il caporalato è del 2016 ed è considerata all’avanguardia in Europa, ma è rimasta sostanzialmente inapplicata; la Calabria, dove è avvenuta la strage, non ha ancora una legge regionale, ferma in consiliatura da oltre un anno. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della Cgil, in Italia sono circa 230.000 le persone sfruttate nei campi, un quarto di tutti i braccianti; l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha contato nel 2025 quasi 900 vittime, per un giro d’affari stimato in 24,5 miliardi di euro l’anno.

Le ispezioni partiranno a metà giugno, a raccolta già iniziata. Come sempre, dopo i morti. Quattro uomini erano entrati in Italia regolarmente, con il decreto flussi, ed erano stati uccisi per aver chiesto la paga. La risposta dello Stato sono i droni. La domanda che il corteo di Amendolara lascia aperta è semplice: a queste persone servono più occhi puntati addosso, o un pavimento di dignità sotto i piedi? Finché la risposta saranno i droni e non il salario, la parola giusta resterà quella che continuiamo a non voler pronunciare, schiavitù

Il prezzo della dignità, il costo della sorveglianza

La scelta tra droni e salario non è tecnica. È politica, ed è una scelta di classe. Il salario minimo costa a chi compra il lavoro a poco. La sorveglianza costa allo Stato, cioè a tutti, e non tocca il profitto di nessuno. Ecco perché è la risposta preferita.

Un drone sopra un campo non libera nessuno. Registra. Fotografa la nuova schiavitù dall’alto e la lascia intatta a terra. La telecamera è compatibile con lo sfruttamento, il salario no. Il primo strumento sorveglia il sintomo, il secondo aggredisce la causa.

C’è una logica in questo. Rendere visibile il problema serve a dimostrare che si sta facendo qualcosa. Risolverlo costringerebbe a ridistribuire potere e denaro. Lo Stato che sceglie l’occhio e rifiuta il pavimento di diritti non è uno Stato distratto. È uno Stato che ha deciso da che parte stare.

E la parte non è quella dei quattro uomini bruciati in un minivan.

7 Giugno 2026 Romano Dellamore kratologos

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Fonte: https://kratologos.it/nuova-schiavitu-droni-dignita/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 8 Giugno 2026

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