
2010, tutrice della nipote di Mubarak. 2026, la grazia.
Cronaca e analisi di una clemenza presidenziale diventata caso politico. Perché lo scandalo è più comodo dei fatti, il complotto più seducente delle prove, e il problema vero più scomodo di entrambi.
Grazia Nicole Minetti,Ho evitato a lungo di scrivere del caso, perché è il tipo di vicenda che divide il pubblico in due tifoserie prima ancora di essere capita: da una parte chi grida allo scandalo della casta, dall’altra chi liquida tutto come fango dell’opposizione. Provo a fare l’esercizio contrario: partire dai fatti accertati e arrivare a ciò che la vicenda dice davvero sul potere e sulla clemenza in Italia. Che non è quello che gridano né gli uni né gli altri.
1. Grazia Nicole Minetti, I fatti prima delle opinioni
Il 18 febbraio 2026 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato la grazia a Nicole Minetti, ex consigliera regionale della Lombardia, figura nota dell’era Berlusconi. Il provvedimento ha cancellato una pena di 3 anni e 11 mesi di reclusione, somma di due condanne definitive: favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby bis e peculato sui rimborsi da consigliera. Minetti non era mai entrata in carcere: aveva ottenuto di scontare la pena in affidamento ai servizi sociali. La motivazione della grazia era umanitaria, un figlio adottato gravemente malato, da portare in cura negli Stati Uniti, e l’affidamento che le impediva di espatriare, e si reggeva sui pareri favorevoli della procura competente e del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Il decreto è rimasto non pubblico fino all’11 aprile, quando lo hanno rivelato la trasmissione Mi Manda Rai Tre e il Fatto Quotidiano. Il Fatto ha poi pubblicato decine di articoli che mettevano in dubbio i presupposti: l’autenticità dell’adozione e la reale necessità delle cure all’estero. Il 27 aprile Mattarella ha scritto a Nordio chiedendo accertamenti. Il 3 giugno la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha confermato il parere positivo, scrivendo che i fatti riportati dalla stampa non corrispondevano al vero; il 4 giugno il Quirinale ha chiuso il caso, escludendo la revoca. Nel frattempo Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno annunciato richieste di risarcimento milionarie contro il Fatto Quotidiano, Report ed È sempre Cartabianca. Questi sono i fatti. Tutto il resto è interpretazione, compresa la mia.

2. La bugia che il Parlamento votò
Conviene fermarsi sul titolo di questo articolo, perché la «nipote di Mubarak» non fu soltanto la frase con cui Berlusconi, al telefono con la questura, ottenne che la minorenne fosse affidata a Minetti. Fu qualcosa di più grave. Il 5 aprile 2011 la Camera dei deputati votò (314 sì contro 302 no) per sollevare davanti alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, sostenendo che Berlusconi, telefonando in questura, aveva agito nell’esercizio delle sue funzioni di premier perché credeva che Ruby fosse la nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Quel giorno Pier Luigi Bersani lo sintetizzò così: quella maggioranza stava di fatto decidendo che Ruby era la nipote di Mubarak. Una frase inverosimile trasformata in atto parlamentare. Il Senato approvò lo stesso conflitto a settembre; la Corte costituzionale lo respinse nel febbraio 2012. Ma intanto un ramo del Parlamento aveva votato l’assurdo per proteggere il proprio capo.
Il dettaglio che chiude il cerchio è questo: tra i 314 che alzarono la mano quel 5 aprile c’erano Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, oggi tra le figure al vertice delle istituzioni dello Stato. Il filo che lega le due date del titolo, allora, non è la parabola di una donna: è la continuità di un blocco di potere. La stessa cultura politica che nel 2011 votò una bugia per salvare Berlusconi è, nelle sue figure di riferimento, quella che governa l’Italia mentre nel 2026 si discute della grazia alla donna che quella notte andò a prendere Ruby in questura. Non serve un complotto per vedere il filo: bastano le date.
3. La grazia non è un diritto: è quasi un’eccezione
Prima domanda, perché è quella che azzera molte polemiche: Minetti aveva diritto alla grazia? No, e non ce l’ha nessuno. La grazia è un potere discrezionale ed eccezionale del Capo dello Stato, previsto dall’articolo 87 della Costituzione, usato con estrema parsimonia. I numeri lo dicono meglio di ogni commento: nel secondo mandato di Mattarella sono state esaminate 1.705 domande e ne sono state accolte circa 36; lungo l’intera presidenza, dal 2015, le grazie concesse sono 71 a fronte di oltre quattromila richieste rigettate o archiviate. Viene accolto, in pratica, circa il due per cento delle istanze.
Esiste però una prassi che il Quirinale ha rivendicato apertamente: da oltre undici anni, quando la domanda arriva con il parere favorevole degli organi giudiziari, il Presidente la concede abitualmente. Tradotto: non è un diritto, ma quel parere favorevole è di fatto la chiave che apre la porta. Tenete a mente questo passaggio, perché è qui che si annida la disuguaglianza vera.
4. Chi può chiedere clemenza
La domanda che conta non è se Minetti meritasse la grazia. È un’altra: una persona qualsiasi, con lo stesso figlio malato e la stessa identica situazione, avrebbe avuto lo stesso trattamento? Sul piano del merito, forse sì: Mattarella concede grazie umanitarie anche a perfetti sconosciuti, e la configurazione (affidamento che vieta l’espatrio, bambino da curare all’estero) era specifica e umanamente forte. Ma «a parità di fatti» è un’astrazione che nella realtà non esiste, perché la disuguaglianza è a monte, nell’accesso.
La grazia la ottiene chi sa che esiste, chi può pagare avvocati capaci di costruire un dossier umanitario impeccabile, documentazione medica, perizie, l’argomento giuridico sull’incompatibilità con l’affidamento, abbastanza solido da strappare quel parere favorevole che abbiamo visto essere decisivo. Minetti aveva un collegio di legali di primo piano. La donna qualunque con un figlio altrettanto malato, nella stessa situazione, spesso non sa nemmeno di poter chiedere la grazia: la sua domanda, quando c’è, muore nell’istruttoria, archiviata perché generica o mal formulata. Quel filtro non pesa allo stesso modo sul ricco e sul povero. La risposta, allora, è no: non avrebbe avuto lo stesso trattamento, perché non sarebbe nemmeno arrivata al tavolo dove si decide.
A questo si aggiunge un secondo privilegio, meno visibile: l’opacità. Il decreto è rimasto segreto per quasi due mesi. Il Quirinale ha spiegato, legittimamente, di averlo fatto per tutelare la privacy del minore malato, e la non pubblicità è la prassi per i casi con dati sensibili: trenta grazie su quarantadue non hanno avuto comunicato. Ma l’effetto pratico è che una clemenza potenzialmente contestabile è stata sottratta alla vista, e sarebbe rimasta invisibile se la stampa non l’avesse tirata fuori. Il privilegio, qui, è doppio: nell’accesso e nel silenzio.
5. Il sospetto, e la mano che non si vede
Da qui parte la lettura più seducente: la grazia come «polpetta avvelenata», un’operazione per colpire Mattarella, l’ultimo vero contrappeso istituzionale al governo. La logica del sasso e della mano nascosta (non attaccare il Presidente frontalmente, ma far sì che a gridare sia la fazione avversa, mentre il mandante resta pulito) è un meccanismo politico reale, non un’ingenuità. Il problema è applicarlo a questo caso.
Perché qui le linee corrono al contrario. La vicenda è uscita dal Fatto Quotidiano, giornale di area anti-establishment, non dalla destra. Il parere favorevole è passato dal ministro Nordio, cioè dal governo stesso. Gli attacchi politici sono arrivati dalle opposizioni, e hanno preso di mira Nordio, non il Colle; il centrodestra, al contrario, ha difeso sia la grazia sia il Presidente. Se fosse stata una trappola contro Mattarella, sarebbe stata innescata dal ministro della maggioranza e gridata dall’opposizione: una macchina assurdamente contorta per un risultato che cause molto più banali (l’agenda editoriale del Fatto, l’ordinario tornaconto partigiano) spiegano già per intero.
E c’è il difetto logico che rende la teoria inservibile: se la destra attacca il Colle, è la prova che lo vuole abbattere; se lo difende, è la prova che nasconde la mano; se grida la sinistra, è la prova che la destra l’ha manovrata. Nessun fatto può smentirla. Una tesi che nessuna prova può scalfire ha smesso di essere una tesi empirica. Va distinta una verità strutturale (che una parte della destra ha interesse a un Quirinale più debole, e che gli attriti col Colle sono reali e documentati) da un’affermazione non sorretta da nulla: che quella parte abbia orchestrato questo caso. La prima è analisi; la seconda è il momento in cui chi studia il potere si fa catturare dalle proprie ipotesi.
6. Il problema vero, più banale e più grave
Mentre si discute del complotto che non si dimostra, i problemi reali (più noiosi e più seri) restano sul tavolo, e nessuna delle due tifoserie li guarda. Sono tre. Il primo: l’istruttoria a monte, quella del ministero, è apparsa così leggera da costringere il Quirinale a un supplemento di verifica senza precedenti. Il buco l’ha aperto via Arenula, non il Colle; e la richiesta di accertamento, lungi dall’essere un autogol, era l’unica mossa coerente, perché il Presidente non accerta i fatti, li riceve da altri.
Il secondo: quel riscontro l’ha svolto la stessa magistratura che aveva dato il primo parere. È il limite che Marco Travaglio ha riassunto dicendo che «hanno chiesto all’oste se il vino è buono». Non significa che la grazia fosse irregolare; significa che il controllo terzo, quello davvero indipendente, qui non c’è stato. Il terzo, e il più grave: le richieste di risarcimento annunciate da Cipriani, fino a 250 milioni di euro, contro il Fatto, Report ed È sempre Cartabianca. Una cifra del genere contro testate che hanno indagato su una questione di interesse pubblico ha un evidente effetto intimidatorio, a prescindere da chi abbia ragione nel merito. È il cane da guardia trascinato in tribunale per aver abbaiato.
Conclusione: lo specchio
Il caso Minetti, alla fine, è interessante non come scandalo ma come specchio. Ci dice che la clemenza dello Stato, come molta giustizia, è più facile da ottenere per chi ha gli avvocati giusti; che l’opacità protegge l’atto; e che il nostro riflesso (scandalo o insabbiamento, complotto o nulla) è esso stesso il modo in cui il potere sfugge al controllo. Perché finché litighiamo sulla mano nascosta che non si vede, le asimmetrie banali e reali passano inosservate: chi può permettersi di chiedere clemenza e chi no, l’atto sottratto allo sguardo pubblico, il giornale che fa domande e si ritrova una causa milionaria addosso.
La domanda giusta non è «chi ha tramato contro Mattarella». È: perché la misericordia dello Stato si ottiene meglio con i legali di primo piano, e perché chi indaga rischia un risarcimento da 250 milioni. Il resto, da una parte e dall’altra, è tifo. E il tifo è la cosa che il potere ama di più, perché mentre la curva canta, nessuno legge le carte.
8 Giugno 2026 Romano Dellamore Kratologos
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Fonte: https://kratologos.it/grazia-nicole-minetti-ruby-mattarella/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 8 Giugno 2026