
Tungsteno Kazakistan e prole Trump-Lutnick
Un’inchiesta del New York Times pubblicata il 28 giugno 2026 mette nero su bianco quello che molti sospettavano: l’accordo Trump-Kazakistan sui minerali critici, presentato come una mossa di sicurezza nazionale, si è trasformato in un affare da cui traggono profitto le famiglie del presidente e del suo segretario al Commercio. Al centro c’è il tungsteno, e attorno ad esso un intreccio di Stato e interessi privati che continua il discorso già aperto nel nostro articolo Potere e profitto.
Il tungsteno, metallo della guerra e della dipendenza
Il tungsteno non è un minerale qualunque. È il metallo più duro e con il punto di fusione più alto in natura: serve per le munizioni perforanti, gli utensili da taglio, i missili, l’elettronica e l’industria pesante. È classificato come minerale critico proprio perché senza di esso non si producono armi né tecnologia avanzata.
Oggi la sua filiera mondiale è dominata dalla Cina, che ne controlla l’estrazione e la lavorazione. Per Washington dipendere da Pechino su un materiale strategico è una vulnerabilità, e da qui nasce la corsa a nuove fonti. Il giacimento kazako è descritto dal New York Times come uno dei più grandi non ancora sfruttati al mondo.
L’accordo Trump-Kazakistan e la telefonata
Secondo l’inchiesta, l’accesso a quelle riserve è stato garantito a una società poco conosciuta, Kaz Resources, sostenuta da capitali americani. A spingere l’intesa sarebbe intervenuto direttamente Donald Trump, in una telefonata con il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev, affiancato dal segretario al Commercio Howard Lutnick.
Il progetto ha ricevuto manifestazioni preliminari di interesse per fino a 1,6 miliardi di dollari di finanziamento da agenzie federali statunitensi, fondi ancora soggetti ad approvazioni successive. In altre parole: lo Stato americano si prepara a mettere capitale pubblico in un’operazione negoziata ai massimi livelli del governo.
La famiglia che incassa
Qui l’accordo Trump-Kazakistan smette di essere geopolitica e diventa affare privato. A ridosso dei negoziati, investitori legati a Dominari Securities , società finanziaria partecipata dai figli del presidente, Donald Trump Jr. ed Eric Trump , hanno acquisito una quota, circa il 20%, in un’entità collegata al progetto minerario.

Non finisce qui. Cantor Fitzgerald, la banca d’affari un tempo guidata da Lutnick e oggi controllata dai suoi figli Brandon e Kyle, avrebbe aiutato uno dei principali investitori dell’operazione a raccogliere 210 milioni di dollari di nuovo capitale, generando potenzialmente milioni in commissioni.
Il dettaglio più eloquente è la cronologia: l’accordo con il Kazakistan sarebbe stato firmato il 6 novembre, sei giorni dopo l’investimento che coinvolgeva i figli e i loro partner, operazione non resa pubblica all’epoca. Padri che negoziano per conto dello Stato, figli che fanno affari con le controparti di quegli stessi negoziati.
Non un caso isolato: 14 società, 8,9 miliardi
Il New York Times sostiene che il caso kazako non è un’eccezione ma un sistema. L’inchiesta avrebbe individuato 14 società minerarie con legami finanziari alla famiglia Trump o a Cantor Fitzgerald, tutte impegnate contemporaneamente a chiedere permessi federali o assistenza finanziaria all’amministrazione.
Il valore complessivo dei finanziamenti pubblici già approvati o in valutazione per queste imprese supererebbe gli 8,9 miliardi di dollari. Lo schema si ripete in altri settori: le iniziative cripto dei figli, l’investimento di Donald Trump Jr. in Vulcan Elements , startup mineraria che ha poi ottenuto quasi 700 milioni di finanziamento federale e un contratto del Pentagono a una società di droni legata alla famiglia.
La cornice: una cleptocrazia con la bandiera
È la stessa dinamica analizzata in Potere e profitto: la sovrapposizione sistematica tra carica pubblica e patrimonio privato, fino a rendere indistinguibile l’interesse nazionale da quello della famiglia regnante. La novità è il salto di scala. Non si parla più di alberghi o di marchi, ma di minerali strategici, finanziamenti federali da miliardi e politica estera.
Il meccanismo è quello classico dell’imperialismo contemporaneo: la “sicurezza nazionale” e la “diversificazione delle forniture” diventano la cornice nobile dentro cui far passare l’accaparramento di risorse di un altro Paese. Solo che il profitto, invece di distribuirsi a un’astratta classe capitalista, si concentra nelle mani di chi firma gli accordi e dei suoi figli.
Le difese e le critiche
La Casa Bianca respinge ogni accusa di irregolarità. Il portavoce Kush Desai ha dichiarato che l’unico interesse a guidare le decisioni dell’amministrazione è quello del popolo americano, e che mettere in sicurezza le forniture di minerali critici resta una priorità di sicurezza nazionale.
Sul fronte opposto, alcuni esponenti democratici chiedono maggiore controllo. La deputata Maxine Dexter ha sostenuto che il Congresso deve garantire che i fondi dei contribuenti servano l’interesse pubblico e non l’arricchimento delle famiglie legate ai vertici del governo.
Un accordo sui minerali critici è, in apparenza, una questione di Stato. Ma quando chi negozia per la nazione e chi incassa dall’altra parte del tavolo sono padri e figli della stessa famiglia, la linea tra politica estera e affari privati semplicemente scompare. Il tungsteno kazako racconta, ancora una volta, come la Casa Bianca sia diventata il consiglio di amministrazione di una holding di famiglia.
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Fonte: https://kratologos.it/accordo-trump-kazakistan-tungsteno/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 30 Giugno 2026