Note di riflessione 2 e 2 bis al saggio «Dallo Stato-piano allo Stato-piattaforma. Intelligente per chi, e contro chi?» e alla «Nota di riflessione 1»

Note di riflessione 2. Autonomia e organizzazione
La prima nota si chiudeva con una domanda: che fare, quando chi dovrebbe organizzarsi è stato disperso per costruzione. Questa nota prova a rispondere, e prova a farlo come faceva Lenin nel 1902, con una linea e non con un elenco di buone intenzioni. Che fare oggi contro lo Stato-piattaforma non è una domanda sulla tecnologia. L’articolo sul controllo algoritmico ha già detto dove si combatte: sul disegno delle categorie, prima ancora che sull’uso delle macchine. Qui la domanda è un’altra, chi combatte e come si tiene insieme. La risposta è netta, e sta in due parole: autonomia e organizzazione. Autonomia, perché le lotte non possono appoggiarsi a tribunali, sindacati confederali e associazioni di categoria che dello Stato-piattaforma sono ormai parte. Organizzazione, perché l’autonomia lasciata a sé stessa resta un’isola, la diserzione è la dispersione resa volontaria, e le isole si spengono con una firma.
Una fabbrica che non fa scuola
Nelle lezioni su Lenin tenute a Padova nei primi anni Settanta e raccolte nel 1977 in La fabbrica della strategia, Antonio Negri partiva da un’osservazione che oggi suona come una diagnosi. Per Lenin, scriveva, il modello di organizzazione è la fabbrica, e «il partito è fabbrica, è impresa di sovversione» (p. 30). La grande fabbrica era la forma più alta della cooperazione capitalistica, quella che aveva raggruppato e disciplinato il proletariato e, senza volerlo, gli aveva insegnato a organizzarsi. Era una scuola. Il partito ripeteva la composizione della classe del suo tempo, e la forza dell’organizzazione veniva dal luogo stesso dello sfruttamento.
Lo Stato-piattaforma è una fabbrica che non fa scuola. Raggruppa nei dati e separa nei corpi, coordina milioni di persone senza mai metterle una accanto all’altra. Il lavoratore che etichetta immagini di notte, il rider guidato da un’applicazione, il richiedente asilo valutato da un sistema addestrato sulle pratiche già respinte, il cittadino che svolge da solo il lavoro amministrativo: nessuno vede gli altri, nessuno condivide un cancello davanti al quale fermarsi. Negri stesso indicava il metodo per non trasformare Lenin in un catechismo: non imparare da lui «frasi o modelli astratti», ma chiedersi «come è composta oggi questa classe» (p. 31). La risposta, oggi, è che è composta per dispersione.
Qui la distanza dal 1973 va misurata, non nascosta. Nell’ultima lezione Negri scriveva che l’autonomia operaia non temeva la dispersione della propria forza, perché quel tessuto molecolare viveva rapporti di forza irriducibili (p. 222). Allora la dispersione era una scelta e veniva presentata come una forza. Oggi è prodotta dall’infrastruttura, è il primo atto di comando dello Stato-piattaforma, e chi la rivendica rischia di lavorare per l’avversario.
È il punto in cui bisogna fare i conti con Franco Berardi. Nei suoi interventi più recenti, da Disertate in poi, Bifo sostiene che nessuna forza sociale sia più in grado di opporsi al presente, che la mente umana non possa resistere alla cattura dell’automa, e che l’unica scelta sensata sia disertare: sottrarsi al lavoro, alla storia, all’attesa di un futuro, e coltivare isole di autonomia. È una posizione seria, figlia di un pessimismo che i fatti spesso giustificano. Ma davanti allo Stato-piattaforma la diserzione individuale coincide con ciò che il potere desidera, perché è la dispersione resa volontaria. E le isole di autonomia, come vedremo, si spengono con una firma quando restano isole.
Una macchina da cui non c’è niente da riprendersi
La vecchia parola d’ordine «riprendiamoci le macchine» presupponeva che dentro la macchina ci fosse il sapere di chi l’aveva fatta funzionare. Il tornio automatico congelava il gesto del tornitore, e quel gesto poteva essere rivendicato. Nell’articolo sul controllo algoritmico avevo ripreso un’osservazione di Franco Piperno: la macchina automatica di oggi discende dai teoremi di Turing, è una macchina di carta nata da un problema di logica, e dentro non c’è nessun gesto operaio da riprendersi. La storia del controllo numerico, raccontata dallo storico americano David Noble, mostra che fu una scelta politica: negli anni Cinquanta l’industria preferì programmare le macchine in ufficio invece di registrare i movimenti dei macchinisti, perché così il sapere passava dal reparto alla direzione.
La conseguenza per noi è precisa. La ricomposizione non può avere come obiettivo il possesso della macchina, ma il suo disegno e le sue dipendenze. Noble ricordava anche un caso in cui la lotta sul disegno era stata vinta: in Norvegia, grazie a leggi a tutela dei lavoratori, gli operai venivano formati anche come programmatori e mantenevano il controllo del processo. Non è nostalgia, è l’indicazione che il terreno del disegno è contendibile, quando chi lavora è organizzato e ha la forza di imporlo.
Blocchiamo tutto: il rifiuto che si conta
La forma di lotta che la nostra tradizione chiamava sabotaggio, e che preferisco chiamare con il suo nome più esatto, rifiuto, ha già mostrato che cosa può fare, e lo ha mostrato qui. Nel settembre 2025, mentre la Global Sumud Flotilla navigava verso Gaza, i portuali del Collettivo autonomo lavoratori portuali di Genova lanciarono una parola d’ordine semplice: se toccano la Flotilla, blocchiamo tutto. Il 22 settembre l’Italia si fermò in uno sciopero generale. Quando la marina israeliana abbordò le barche, le piazze si riempirono in decine di città e il 3 ottobre ci fu un secondo sciopero generale. Nei porti il blocco continuò un container alla volta, con una frase che riassume la linea meglio di qualsiasi programma: nemmeno un chiodo per il sionismo.
Quelle settimane insegnano più di molti trattati. La Flotilla non era un’organizzazione di massa, erano alcune decine di barche. Ma ha dato a frammenti che non si conoscevano un obiettivo comune e visibile, e i frammenti si sono contati. Portuali, studenti, lavoratori della logistica, insegnanti, precari si sono riconosciuti nello stesso gesto senza che nessun apparato li convocasse. Formalmente gli scioperi furono proclamati da sigle sindacali, prima quelle di base e poi anche la CGIL, perché la legge italiana non riconosce altro modo di scioperare. Ma la sigla fu lo scudo formale, non il motore: la forza venne dai porti e dalle piazze, e la CGIL arrivò quando la decisione era già stata presa altrove.
Il confronto con ciò che succede quando il rifiuto resta isolato è istruttivo. Nel 2018 la protesta di migliaia di dipendenti di Google costrinse l’azienda a non rinnovare il contratto Maven con il Pentagono, perché il rifiuto nasceva da chi il lavoro lo faceva e lo faceva in massa. Nell’aprile 2024 la stessa Google licenziò ventotto lavoratori che avevano occupato gli uffici contro il contratto Nimbus con il governo israeliano, perché erano pochi e soli. La differenza non è morale, è organizzativa. Il rifiuto vince quando si conta, perde quando è il gesto coraggioso di pochi. È la lezione che la fabbrica insegnava da sola, e che oggi va costruita apposta.
L’università che rifiuta
Lo Stato-piattaforma ha bisogno di ingegneri, fisici, informatici, dottorandi. Il lavoro qualificato che lo progetta passa in gran parte dalle università, e l’università è per questo uno dei luoghi in cui il rifiuto pesa di più. Nel marzo 2024 il senato accademico di Torino votò di non partecipare al bando del ministero degli Esteri per la cooperazione scientifica con Israele, che comprendeva tecnologie a doppio uso, e la protesta si estese a molti altri atenei. Ma il caso che conosciamo meglio è vicino a noi. A Padova il CoRDA, il coordinamento di ricercatrici, ricercatori, dottorandi e assegnisti precari, è nato nel maggio 2024 con un appello per il cessate il fuoco firmato da 1.400 lavoratori dell’ateneo. Nell’ottobre 2025, nelle stesse settimane della Flotilla, ha superato le tremila firme per chiudere gli accordi con Israele, e nel gennaio 2026 ha pubblicato un report che documenta le collaborazioni dell’ateneo con la filiera militare.
Il CoRDA è autonomia nel senso pieno. Non è un organo dell’ateneo e non è una sigla: sono i precari della ricerca, cioè proprio quel lavoro qualificato da cui dipendono i progetti militari, che si organizzano da sé. E fanno la cosa più leniniana che si possa fare, l’inchiesta: mettono in fila contratti, spin-off, consorzi, finanziamenti, e rendono visibile ciò che le mozioni di condanna degli organi accademici lasciavano nell’ombra. Il rifiuto di lavorare a certi progetti, quando diventa collettivo e documentato, sottrae allo Stato-piattaforma la cosa che non può comprare altrove: le teste.
La lezione di Autistici
Alla fine di agosto 2026 il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offriva posta cifrata, siti e mailing list ai movimenti, un’organizzazione terroristica globale. Nello stesso provvedimento sono finiti Palestine Action e il partito palestinese Masar Badil. Al collettivo non viene contestato nessun reato specifico: gli si imputa di fornire infrastruttura digitale a militanti di sinistra. Il registro dei domini .org ha sospeso il dominio, una banca italiana, Banca Etica, ha bloccato il conto applicando una lista americana, e pochi giorni dopo il collettivo ha annunciato la chiusura di circa sedicimila caselle di posta, millecinquecento siti e migliaia di blog.
Non era la prima volta. Nel 2004, per un’indagine della procura di Bologna, la polizia aveva fatto copiare dal fornitore Aruba l’intero server del collettivo, chiavi di cifratura comprese, e Autistici lo aveva scoperto solo un anno dopo leggendo gli atti di un processo. Vent’anni dopo, lo Stato-piattaforma non ha avuto bisogno nemmeno di un giudice: gli è bastato colpire i passaggi obbligati da cui l’autonomia dipendeva, il dominio, la banca, il fornitore. È la versione rovesciata di ciò che la prima nota chiamava vischiosità. Lo Stato-piattaforma non si riesce a lasciare, ma chi prova a costruirne un’alternativa si può spegnere in un pomeriggio.
La lezione non è tecnica, è politica. Un’infrastruttura autonoma che poggia su un solo nodo, una sola banca, un solo dominio, è un’isola, e le isole si isolano. Le forme per non cadere nella trappola sono quelle di qualsiasi organizzazione che voglia durare: pluralità invece di centro unico, reti federate di collettivi diversi in giurisdizioni diverse, dati raccolti nella misura minima indispensabile, cifratura come pratica quotidiana di massa e non come competenza di pochi, e soprattutto solidarietà fra chi costruisce queste infrastrutture e chi le usa, perché nessuna di esse sopravvive se viene difesa solo dai suoi tecnici. C’è anche un avvertimento sulle parole. Fra le motivazioni della designazione il Dipartimento di Stato cita sabotaggi a linee ferroviarie ed energetiche in Europa che con il collettivo non hanno niente a che fare. Il lessico del sabotaggio viene usato apposta per trasformare in terrorismo chi fornisce una casella di posta, e chi lotta contro lo Stato-piattaforma non ha nessun interesse a regalargli quell’argomento.
Autonomia e organizzazione
Il saggio da cui sono nate queste note elencava le crepe che già esistono: i comitati contro i data center, i portuali che fermano le armi, i lavoratori dei dati di Nairobi che si sono organizzati da soli. Restano il punto di partenza. Ma lasciate a sé stesse sono l’equivalente esatto di ciò che Lenin chiamava economismo: la convinzione che le lotte locali, sommandosi, diventino politica da sole. Nel Che fare? la risposta era un giornale per tutta la Russia, che riprendeva una formula scritta l’anno prima: il giornale non è solo un propagandista e un agitatore collettivo, ma anche «un organizzatore collettivo». Serviva a collegare comitati che non si conoscevano, a far circolare esperienze, a dare a ogni lotta locale la visione dell’insieme.
Oggi la lezione di Lenin si può dire in due parole, autonomia e organizzazione, e nessuna delle due regge senza l’altra. L’autonomia dice da dove viene la forza: dai porti di Genova, dai precari della ricerca di Padova, dai comitati che difendono l’acqua e la terra. Non viene dai tribunali, dai sindacati confederali, dalle associazioni di categoria, che dello Stato-piattaforma sono diventati ingranaggi e che al massimo ne contrattano le condizioni. Chi affida la propria lotta a quegli apparati la consegna all’avversario. L’organizzazione dice invece come quella forza dura e si conta, e qui sta la differenza con la diserzione. Il collegamento non può essere un centro unico, perché un centro unico è proprio ciò che lo Stato-piattaforma sa individuare e colpire, come ha fatto con Autistici. Deve essere una rete di nodi autonomi che si riconoscono in obiettivi comuni, e che si tengono insieme con un’inchiesta condivisa, capace di far sapere al comitato lombardo, al portuale genovese, al ricercatore padovano e all’annotatore di Nairobi che contestano lo stesso confine, e con infrastrutture di comunicazione proprie e plurali, costruite sapendo che verranno attaccate. La Flotilla ha mostrato che le due cose possono stare insieme: un obiettivo comune, nessun apparato a convocare, e un paese fermo. Negri lo diceva a modo suo: anche l’organizzazione deve modificarsi adeguandosi ai nuovi contenuti della composizione di classe (p. 219).
Rompere l’ingranaggio dove dipende dagli altri
Lenin, in Stato e rivoluzione, riprendeva da Marx l’idea che la macchina dello Stato non si possa prendere in mano così com’è, ma vada spezzata. Lo Stato-piattaforma non si spezza con un colpo, perché da quella macchina dipendono anche i servizi essenziali di chi la combatte. Si può però fare con lui quello che lui ha fatto con Autistici: colpirlo nei passaggi obbligati. Anche lo Stato-piattaforma ha i suoi, e sono tutti fuori dal suo controllo diretto. Ha bisogno di contratti pubblici e di legittimità, che passano da amministrazioni, consigli comunali, parlamenti. Ha bisogno di acqua, energia, terra e permessi per i suoi data center. Ha bisogno ogni giorno di lavoro vivo, quello nascosto dei lavoratori dei dati e quello qualificato degli ingegneri che lo progettano. E porta dentro una contraddizione, fra l’anima che vuole uno Stato forte al servizio della difesa e quella che sogna di farne a meno.
Ognuna di queste dipendenze è un terreno di lotta concreto. Un porto che non carica, un laboratorio in cui i ricercatori rifiutano un progetto militare, un comitato che impedisce un data center, annotatori che si organizzano da soli e smettono di lavorare per pochi centesimi, una mobilitazione contro l’esclusione dei sistemi militari dall’AI Act e contro le quote pubbliche in Leonardo: nessuno di questi gesti, da solo, rompe l’ingranaggio. Messi insieme e collegati, sottraggono pezzo per pezzo ciò di cui la macchina ha bisogno per funzionare.
Verso la fine delle sue lezioni Negri scriveva che il nuovo che fare oggi lo scrivono le masse (p. 221). È vero, e nessuna nota può scriverlo al loro posto. Ma Lenin sapeva anche che le pagine scritte in cento luoghi diversi restano fogli sparsi se nessuno le tiene insieme. La lezione di Lenin, oggi, è semplice da dire e difficile da praticare: autonomia e organizzazione. Non disertare e non delegare, ma collegare chi addestra la macchina, chi la subisce e chi vive dove la macchina consuma acqua e terra, su obiettivi che colpiscono le dipendenze dello Stato-piattaforma e non le sue vetrine. Un blog non è un’avanguardia e non pretende di esserlo, ma può fare la sua piccola parte del lavoro che Lenin chiedeva al giornale: mettere i frammenti uno accanto all’altro, finché chi li vive si accorge che appartengono allo stesso edificio.
Note di riflessione 2 bis. L’Europa dei giovani contro il bilancio di guerra
La seconda nota si chiudeva su un compito: mettere i frammenti uno accanto all’altro, finché chi li vive si accorge che appartengono allo stesso edificio. In pochi giorni il compito ha cambiato scala. Quello che in Italia è cominciato nelle scuole sta succedendo, con forme diverse e la stessa sostanza, in Spagna e in Francia. Questa nota in coda alla seconda non aggiunge una teoria, prova a leggere ciò che sta accadendo con gli strumenti che abbiamo costruito, perché è raro che la realtà metta alla prova una linea così presto.
Tre paesi, la stessa contabilità
In Spagna la scintilla è stata un’anziana di ottantasette anni sfrattata dalla casa in cui viveva da settant’anni, dopo che un fondo d’investimento aveva comprato l’immobile e triplicato l’affitto. Il 3 ottobre il Parlamento ha bocciato i decreti del governo contro gli sfratti e la speculazione, con i voti della destra e degli indipendentisti catalani, e decine di migliaia di giovani sono scesi in piazza dietro il sindacato degli inquilini, in un paese dove in dieci anni gli affitti sono quasi raddoppiati. In Francia il movimento degli studenti ha trascinato con sé sindacati e gilet gialli: il 17 ottobre erano mezzo milione secondo il governo, ottocentomila secondo la CGT, in oltre millesettecento piazze, contro una finanziaria che chiede decine di miliardi di risparmi alla spesa pubblica. In Italia il No Meloni Day degli studenti e la manifestazione della Via Maestra hanno riempito le piazze per due giorni di fila, e lo sciopero del 30 ottobre lega già le scuole ai porti.
Le rivendicazioni sono quasi le stesse ovunque: una casa che si possa pagare, una scuola che non cada a pezzi, salari che arrivino alla fine del mese. Ma è nei bilanci che si vede perché esplodono adesso. Il governo francese di Sébastien Lecornu ha presentato per il 2027 una manovra costruita su cinquantaquattro miliardi di risparmi, in cui l’aumento più alto, oltre sei miliardi, va alle forze armate. Il governo italiano ha mandato a Bruxelles un documento di bilancio che assegna alla difesa quattro miliardi e mezzo e alla sanità meno della metà. Tutti e due rispondono allo stesso impegno, preso dai paesi della NATO all’Aia nel giugno 2025, di portare la spesa militare al cinque per cento del prodotto interno entro il 2035. Non è una scelta fra tante: è la nuova regola di bilancio dell’Europa, e la stanno pagando quelli che hanno vent’anni.
La Spagna è il caso che conferma la regola per contrasto. Pedro Sánchez è stato l’unico capo di governo a rifiutare il cinque per cento, impegnandosi a non superare il due virgola uno. Eppure, la casa resta irraggiungibile, perché a bloccare la legge sugli affitti non è stata la spesa militare ma la proprietà, i fondi immobiliari e i partiti che li rappresentano. Il riarmo non è l’unica causa della rabbia, è l’acceleratore: là dove si aggiunge alla rendita, come in Francia e in Italia, la miscela esplode.
La risposta è sempre la stessa: polizia e leggi d’ordine
Di fronte a piazze che chiedono welfare, i governi rispondono con l’ordine pubblico, e lo fanno con un lessico che si ripete da un paese all’altro. In Francia il ministro dell’Interno aveva sospeso le granate antisommossa dopo che un quindicenne aveva perso una mano a Lens il 5 ottobre; le ha rimesse in servizio il giorno prima della manifestazione, e il 17 un ragazzo di diciassette anni ha perso la mano destra a Saint-Étienne. Gli arresti hanno superato i quattrocento. Il presidente Macron ha parlato di «seminatori del caos» che vogliono abbattere le istituzioni, il primo ministro ha rilanciato una legge per far pagare i danni a «chi rompe». In Italia il ministro dell’Istruzione ha parlato di «teppismo politico», tre minorenni sono stati arrestati a Torino, a Milano i fermati sono stati una cinquantina, quasi metà minorenni.
È un meccanismo antico, e funziona sempre allo stesso modo. Si isola la frazione violenta, la si mette al centro della scena, e il contenuto politico della protesta sparisce dietro le vetrine rotte. È la stessa operazione che in Cisgiordania trasforma le vittime in «attivisti di sinistra» e chi documenta in provocatore. Il potere non discute le rivendicazioni, discute l’ordine pubblico, perché sul primo terreno perderebbe e sul secondo vince sempre.
Marco Bascetta, sul manifesto, ha chiamato questo copione uno «stucchevole sceneggiato». Il governo loda il diritto di manifestare in astratto e lo condanna ogni volta che viene esercitato; l’opposizione risponde, a orecchie basse, che la violenza è sempre esecrabile ma distoglie dalle ragioni dei manifestanti. Nessuno dei due ricorda la distinzione che conta davvero, quella fra lotta e mendicità. Un movimento non è una processione di postulanti che chiede garbatamente qualcosa a chi governa: per avere forza deve sottrarre qualcosa al normale funzionamento del paese, con scioperi, occupazioni, blocchi delle merci, boicottaggi. Ed è contro queste forme, quelle che interrompono e non quelle che chiedono, che i governi hanno affilato gli strumenti repressivi più mirati. In Italia il decreto sicurezza del 2025 ha fatto del blocco stradale con il proprio corpo un reato. Gli autotrasportatori e gli agricoltori che in questi giorni hanno fermato la Calabria e la Sicilia sono stati lasciati in pace; la domanda di Bascetta, che cosa succederà al primo blocco stradale degli studenti, è la domanda di questo autunno.
Una generazione senza centro, e il rischio di avere troppi padroni
Ciò che colpisce, in tutti e tre i paesi, è la forma. Il No Meloni Day non aveva una sigla capofila, solo una data. Il movimento spagnolo si raccoglie intorno a un sindacato degli inquilini che fino a pochi anni fa non esisteva. In Francia gli studenti hanno chiamato i sindacati, non il contrario. E ovunque, dalla kefiah annodata in testa a un ragazzo con il gilet giallo sui boulevard di Parigi agli striscioni sulla Palestina nei cortei italiani, c’è un filo che tiene insieme rivendicazioni diverse: la sensazione che lo stesso potere che taglia la scuola armi chi bombarda Gaza. «Tutti uniti contro i miliardari», diceva uno striscione a Parigi. È la composizione per dispersione di cui parlava la seconda nota, che si ricompone da sola quando trova un nemico comune.
Ma la forma senza centro ha due pericoli, e li abbiamo visti tutti e due in questi giorni. Il primo è la cattura. In Spagna la protesta rischia di essere assorbita in una campagna elettorale anticipata, in Italia i movimenti giovanili dei partiti hanno firmato l’adesione il giorno stesso, per appuntarsi la piazza sul petto. Il secondo è l’isolamento: lasciare che una generazione scenda in strada da sola, con i suoi diciassettenni mutilati e i suoi minorenni in questura, mentre gli adulti guardano. Gli insegnanti e i genitori che a Torino si sono messi fra i ragazzi e gli idranti, e l’infermiera e la maestra che a Parigi hanno indossato il gilet accanto ai liceali, indicano l’unica risposta possibile a entrambi i pericoli: allargare, non delegare.
Autonomia e organizzazione, su scala europea
Se la lezione di Lenin oggi è autonomia e organizzazione, questi giorni dicono che l’organizzazione non può più fermarsi ai confini nazionali, perché non ci si fermano nemmeno i bilanci. La regola del cinque per cento è stata scritta all’Aia e si applica a Roma come a Parigi. I fondi che comprano le case di Madrid sono gli stessi che comprano quelle di Milano. Le granate francesi e gli idranti italiani rispondono alla stessa paura. Una generazione che si muove contemporaneamente in tre paesi senza essersi parlati ha già fatto metà del lavoro; l’altra metà è parlarsi.
C’è un embrione di questo, ed è il più concreto che abbiamo. Lo sciopero del 30 ottobre sarà internazionale nei porti, costruito con i lavoratori di diversi paesi europei sotto il titolo scuole e porti ancora uniti. È lì che si vedrà se le piazze di ottobre restano tre rivolte nazionali, che i governi possono spegnere una per una con la polizia e con le elezioni, o diventano un movimento europeo contro il bilancio di guerra. Nessuno può decidere al posto loro. Madrid accanto a Parigi e a Milano, la lotta è la stessa.
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Riferimenti
Note di riflessione 2
Berardi, Franco, Disertate, 2023.
Lenin, Vladimir Il’ič, Da che cosa cominciare?, in «Iskra», 4, 1901.
Lenin, Vladimir Il’ič, Stato e rivoluzione, 1917.
Negri, Antonio, La fabbrica della strategia. 33 lezioni su Lenin, Cleup, Padova, e Collettivo editoriale Librirossi, Milano, 1977.
Noble, David F., Forces of Production. A Social History of Industrial Automation, Knopf, New York 1984.
Noble, David F., Social Choice in Machine Design.
Berardi, Franco, intervista a «Typesetter», settembre 2025.
The Record, Autistici/Inventati shuts down after US terrorist designation, settembre 2026.
Reason, Rubio uses terrorism law to ban secure email service, 27 agosto 2026.
Statewatch, Italy: police obtain wholesale access to encrypted e-mails, luglio 2005.
Bloomberg, Google staff AI revolt puts Pentagon cloud deals in jeopardy, 4 giugno 2018.
NPR, Google fires 28 workers who protested selling technology to Israel, 18 aprile 2024.
Open, Global Sumud Flotilla, gli scioperi e le mobilitazioni nelle città, 1 ottobre 2025.
CoRDA, L’Accademia di fronte al genocidio, report, Padova, gennaio 2026.
Note di riflessione 2 bis
Domani, La polveriera francese, le piazze esplodono contro il carovita, ottobre 2026.
ICI, Mobilisation du 17 octobre: 550.000 manifestants selon le gouvernement, 17 ottobre 2026.
Filippo Ortona, Studenti, gilet gialli e sindacati. Tutta la Francia è in rivolta, «il manifesto», 18 ottobre 2026.
Marco Bascetta, Il cambiamento non chiede permesso, «il manifesto», 18 ottobre 2026.
Renseignement Économique, Budget 2027: 6,4 milliards pour les Armées, 30 agosto 2026.
elDiario.es, Pedro Sánchez se compromete a gastar el 2,1% del PIB en defensa.
Il Fatto Quotidiano, No Meloni Day: 400mila studenti in piazza da Nord a Sud, 16 ottobre 2026.
L’Indipendente, Italia, scontri e fermi alle manifestazioni contro il carovita, 17 ottobre 2026.
«Corriere della Sera», Assalti, incendi e saccheggi: Francia ostaggio dei «casseur» e Sassaiole, bombe carta, scontri: un giorno di battaglia a Milano, 18 ottobre 2026.
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Fonte: https://kratologos.it/che-fare-oggi-stato-piattaforma/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 19 Ottobre 2026
