Nota di riflessione 1 al saggio «Dallo Stato-piano allo Stato-piattaforma. Intelligente per chi, e contro chi?» e all’articolo «Stato-piattaforma: come l’intelligenza artificiale sta cambiando la forma del potere»

Queste note accompagnano l’articolo sullo Stato-piattaforma e l’intelligenza artificiale e il saggio di approfondimento che ne è nato, e servono a ricostruire la storia di una parola e a metterla alla prova. Partono da una scoperta che non potevo ignorare, la parola che ho usato per nominare la fusione fra apparati pubblici e piattaforme della difesa circola già da quindici anni, e chi la usa le ha dato un significato quasi opposto. Chi l’ha inventata, chi l’ha discussa, che cosa dicono di sé i suoi costruttori e che cosa succede quando la si guarda all’opera: è questo il percorso. Al centro della discussione c’è il potere infrastrutturale, la categoria con cui gli studiosi più attenti spiegano la convergenza fra Stati e piattaforme. Ed è proprio questa categoria, per come è costruita, a impedire di vedere la cosa più importante, che la stessa infrastruttura con cui lo Stato ti riconosce è quella con cui ti sorveglia, ti seleziona e, quando serve, ti colpisce.
Una parola nata dalla parte dei governi
Lo Stato-piattaforma è nato come slogan di modernizzazione. Negli Stati Uniti Tim O’Reilly lo ha lanciato nel 2011 con la formula del governo come piattaforma: lo Stato che smette di erogare servizi uno per uno e fornisce un’infrastruttura aperta su cui altri costruiscono, come un sistema operativo con le sue applicazioni. In Francia la formula è diventata quasi dottrina con Nicolas Colin e Henri Verdier, e Verdier, da direttore del digitale dello Stato francese, la presentava come una strategia tecnica e insieme una via per recuperare sovranità contro le grandi piattaforme. In Italia ne sono figli SPID, PagoPA e l’app IO: l’identità, il pagamento e la notifica, le tre funzioni che fanno di un’amministrazione un ecosistema. Anche quando i giuristi francesi l’hanno presa sul serio, come Jacques Chevallier nel 2018 o Pauline Türk nel 2020, l’État plateforme è rimasto una questione di riforma amministrativa, uno Stato che smette di erogare servizi e si limita a coordinare chi li eroga, pubblico o privato che sia. Nessuno, in questa stagione, si chiedeva chi possedesse la piattaforma.
Lo Stato in ritirata e il capitale che cambia pelle
Mentre i riformatori parlavano di efficienza, un’altra corrente di studi raccontava una storia opposta: le piattaforme non stavano modernizzando lo Stato, lo stavano sostituendo. Manuel Castells aveva già descritto all’inizio del secolo uno Stato-rete, nodo flessibile costretto a negoziare la propria autorità con poteri che non controllava. Vili Lehdonvirta, in Cloud Empires, ha portato l’argomento alle estreme conseguenze, descrivendo i giganti della tecnologia come Stati virtuali, con amministratori delegati più potenti di molti capi di governo. C’era del vero, perché funzioni che erano sovrane, identificare, certificare, mettere in contatto, sono davvero passate alle imprese. Ma la lettura dimenticava che quelle imprese erano cresciute con il consenso dei loro Stati e spesso al loro servizio, e che il rapporto fra la Silicon Valley e il Pentagono non è mai stato quello fra un sovrano e un usurpatore.
Altri ancora hanno spostato lo sguardo dallo Stato al capitale. Nick Srnicek ha descritto il capitalismo delle piattaforme come un’economia fondata sull’estrazione dei dati, Shoshana Zuboff ne ha fatto un capitalismo della sorveglianza che vende previsioni sul comportamento umano, Yanis Varoufakis è arrivato a chiamarlo tecnofeudalesimo, sostenendo che la rendita delle piattaforme ha preso il posto del profitto. Evgeny Morozov, sulla New Left Review, gli ha opposto un’obiezione che vale anche per noi: chiamarlo feudalesimo significa presentarlo come una regressione, quasi un incidente della storia, quando è il capitalismo nella sua forma più avanzata. Lo stesso si può dire dello Stato-piattaforma, che non è un’anomalia da correggere ma la forma normale dello Stato in questa fase. Il limite comune di queste analisi, comunque preziose, è che lo Stato vi compare come sfondo o come vassallo, e la guerra quasi non c’è.Il tentativo più serio di dare a questa parola uno statuto teorico è il saggio di due studiosi italiani, Gianmarco Cristofari e Paolo Gerbaudo, presentato nel 2025 a una conferenza internazionale sul governo digitale. Notano che di Stato-piattaforma si parla molto e si definisce poco, e propongono di trattarlo come una forma Stato storicamente determinata, sul modello di espressioni come Stato sociale o Stato carcerario. La loro tesi va contro la vulgata dello Stato indebolito dalle Big Tech, quella di Castells e di Lehdonvirta. Per gli Stati, scrivono, la convergenza con le piattaforme «non è soltanto un matrimonio di convenienza», ma un’occasione per recuperare la capacità di governo che sembravano aver perduto, tanto che «lo Stato-piattaforma incarna una riaffermazione dell’autorità del potere di governo per mezzo delle piattaforme digitali» (qui e oltre le citazioni del saggio sono in traduzione mia). Su questo punto hanno ragione, ed è la stessa conclusione a cui arriva il mio saggio. Le strade però si separano subito dopo.
Il potere infrastrutturale e quello che lascia fuori
La chiave del loro ragionamento è un concetto del sociologo Michael Mann. Il potere infrastrutturale è la capacità istituzionale di uno Stato centrale di penetrare il proprio territorio e di attuare le proprie decisioni sul piano logistico. L’esempio più puro, per Mann, è l’imposta sul reddito, «per cui i nostri stipendi vengono accertati e tassati alla fonte ogni mese senza che possiamo intervenire nel processo». Cristofari e Gerbaudo definiscono la piattaforma «una forma cibernetica di governo che combina regole giuridiche (i termini di servizio) con software eseguibile», e mostrano che esercita lo stesso potere dello Stato: identificano gli utenti con l’accesso unico, prelevano il trenta per cento su ogni transazione degli app store, decidono chi è dentro e chi è fuori dal loro territorio digitale. Stato e piattaforma, in questa lettura, sono due macchine che si somigliano perché fanno la stessa cosa, rendere leggibile una popolazione.
Il problema è da dove viene quel concetto. Mann costruisce il potere infrastrutturale in opposizione al potere dispotico, la capacità di chi governa di agire senza negoziare con la società, fino alla coercizione aperta. Gli autori lo dichiarano: il primo è una nozione di tradizione weberiana, il secondo appartiene alla tradizione marxista, e resta fuori dal loro campo. Una volta scelta questa lente, il controllo e la repressione non vengono esclusi per distrazione, vengono esclusi per costruzione. Non è un caso che i loro esempi siano SPID, il sistema francese France-Connect e la rete estone X-Road. La sorveglianza compare una sola volta, nell’introduzione, dove gli autori ammettono che le piattaforme hanno acquisito il loro potere «sotto l’egida dei governi del loro Paese di costituzione, e spesso servendo implicitamente come strumento di proiezione statale», con il caso esemplare dei legami fra Silicon Valley e apparato di difesa americano. Il tema viene annunciato e poi lasciato cadere.
Dal lavoro astratto al cittadino astratto
Per vedere quello che la categoria di Mann nasconde conviene tornare a Marx. Nel primo capitolo del Capitale il valore nasce da un’astrazione: perché due merci si possano scambiare, il lavoro concreto del sarto e quello del tessitore devono essere ridotti a lavoro umano indifferenziato, misurato in tempo socialmente necessario. Non è un’operazione mentale dell’economista, avviene davvero, ogni giorno, nello scambio, ed è per questo che Alfred Sohn-Rethel l’ha chiamata astrazione reale. La fabbrica taylorista e fordista ha portato quell’astrazione dentro il processo produttivo: il gesto scomposto, cronometrato, reso intercambiabile, l’operaio ridotto a funzione della linea. Gli operaisti lo avevano capito prima di altri: l’operaio massa era il lavoro astratto in carne e ossa, e proprio perché ammassato e reso uguale agli altri poteva rifiutarlo collettivamente.
Gianfranco La Grassa, in un libro del 1980 dal titolo che dice tutto, Il valore come astrazione del lavoro, lo scriveva senza ambiguità: «Il lavoro astratto non è una generalizzazione operata dal pensiero, e nemmeno un aspetto naturale, eterno, del lavoro umano; è, al contrario, un processo “storicamente” specifico da cui è investito il lavoro nella società capitalistica» (p. 20). E ne ricavava una regola di metodo: l’analisi dei concetti di lavoro concreto e astratto, «come di ogni altro concetto marxiano», va fatta «con riferimento esclusivo al sistema dei rapporti sociali di produzione del capitale» (p. 13). È la conseguenza più scomoda per chi recita Marx come un catechismo: se le categorie nascono da rapporti sociali determinati, quando quei rapporti cambiano le categorie vanno aggiornate, comprese quelle di Marx. In quel libro compaiono già i «ruoli ricoperti dagli agenti del capitale» (p. 26), e i lavori degli anni Duemila ne hanno fatto il centro dell’analisi, spostandolo dalla proprietà dei mezzi di produzione al conflitto fra agenti strategici, gruppi dominanti che intrecciano economia e apparati politici e si contendono la supremazia, fino a proporre una teoria del conflitto oltre Marx e Lenin. Il metodo è quello che serve: tenere il modo di ragionare di Marx, cambiare gli strumenti quando la realtà li ha superati.
Applicato allo Stato-piattaforma, questo metodo mostra che l’astrazione non è scomparsa, si è spostata dal lavoratore al governato. Cristofari e Gerbaudo lo scrivono quasi senza accorgersene: nella piattaforma «l’utente non è un’entità giuridica, ma una posizione all’interno di un sistema». Il fordismo astraeva la persona in tempo di lavoro misurabile; lo Stato-piattaforma la astrae in dati incrociabili. Il cittadino titolare di diritti diventa un profilo, e su un profilo si decide senza negoziare: un sussidio, un permesso di soggiorno, un nome in una lista. A compiere l’astrazione sono gli agenti strategici di La Grassa, Palantir e il Pentagono, Leonardo e i fondi sovrani del Golfo, imprese e apparati che non si distinguono più. Non serve stabilire se i dati producano valore nel senso di Marx: il parallelo sta nella forma del comando. Con una differenza politica decisiva, perché la catena di montaggio rendeva l’astrazione visibile e collettiva, quindi contestabile, mentre la piattaforma la rende invisibile e individuale. Nessuno vede la linea su cui è stato messo. La Grassa lo aveva visto già dentro la fabbrica: con la crescente subordinazione del lavoro, scriveva, «il dominio capitalistico diviene via via più sfuggente, più impersonale, quasi si trattasse di una necessità tecnica neutrale» (p. 24). La piattaforma porta quell’impersonalità fuori dalla fabbrica, nel rapporto fra lo Stato e i governati. Aggiornare Weber attraverso Mann fa perdere di vista il comando; aggiornare Marx, come chiedeva La Grassa, permette di tenere insieme infrastruttura e conflitto.
Quando l’infrastruttura serve il comando
Nella tipologia di Mann le democrazie liberali combinano molto potere infrastrutturale con poco potere dispotico: lo Stato arriva ovunque, ma deve negoziare ogni passo. Lo Stato-piattaforma rompe questo equilibrio, perché il potere infrastrutturale non bilancia più quello dispotico ma gli fornisce una precisione che non aveva mai avuto. Antonio Negri lo aveva intuito mezzo secolo fa, nelle lezioni su Lenin dei primi anni Settanta raccolte in La fabbrica della strategia. Lo Stato capitalistico, scriveva, sviluppa un’integrazione sempre più alta della classe operaia, la sua funzione diventa sempre più organizzativa, e «quanto più procede l’integrazione sociale, tanto più il dispotismo passa attraverso i meccanismi normali dello sviluppo sociale» (pp. 141-142). La violenza non scompare, resta un ingrediente necessario all’esistenza stessa dello Stato: «quella che muta è la forma nella quale viene sviluppandosi la violenza statale» (p. 142). E i distaccamenti speciali di cui parlava Lenin non erano più soltanto uomini armati, ma corpi che cominciavano a costituirsi «un po’ in tutte le branche del potere statale» (p. 140). Oggi, in quell’elenco, metteremmo i fornitori di software. La tecnica che rende leggibile un contribuente rende leggibile un manifestante, un migrante, un bersaglio. I casi di Gaza e della sanità inglese, che il saggio ha già raccontato, lo mostrano ai due estremi, e la stessa Palantir ha preso in appalto anche la statistica pubblica degli Stati, dalla guerra ai campi coltivati. Il potere infrastrutturale e il potere dispotico non stanno in due edifici diversi: passano per lo stesso server. È questa saldatura che chiamo Stato-piattaforma, e che una teoria fondata sulla loro separazione non può vedere.
La prova tedesca: si comincia dagli ultimi
Che cosa significhi questa saldatura nella pratica lo mostra la Germania di Friedrich Merz, dove il Bundestag discute una legge per usare l’intelligenza artificiale nelle procedure di asilo, soggiorno e rimpatrio. Come ha raccontato Marco Bascetta sul manifesto del 15 ottobre 2026, decine di milioni di dati personali dei cittadini stranieri servirebbero ad addestrare un sistema che incrocia le dichiarazioni dei richiedenti con la rete e con le pratiche già decise, raggruppando per categorie storie che il diritto d’asilo impone di ascoltare una per una. Il richiedente diventa esattamente la posizione in un sistema di cui parlano Cristofari e Gerbaudo, e la decisione è già scritta nei dati con cui la macchina è stata addestrata, da un governo che ha dichiarato di voler restringere l’asilo e accelerare le espulsioni. Il funzionario in carne e ossa che firma alla fine è una garanzia formale, e serve soprattutto ad avere qualcuno a cui attribuire la decisione.
Non è un caso che si cominci da lì. Lo Stato-piattaforma si collauda sempre su chi sta più in basso: chi non vota, non ha avvocati, non ha voce, chi è sospettato per il solo fatto di essere arrivato. La deputata della Linke Clara Bünger lo ha detto in Parlamento: si sperimentano limiti ai diritti fondamentali su chi ha meno possibilità di opporsi. Il richiedente asilo e il lavoratore dei dati pagato a cottimo stanno ai due capi della stessa catena, uno addestra la macchina e l’altro la subisce, e lo sfruttamento e il controllo scelgono sempre gli stessi bersagli. Ma la macchina, una volta collaudata, risale: Bascetta lo dice senza giri di parole, è un esperimento di controllo sociale pronto per altri soggetti poco protetti, e in Germania diverse polizie regionali usano già il software di Palantir per incrociare le proprie banche dati, nonostante la Corte costituzionale ne abbia dichiarato in parte incostituzionali le basi giuridiche nel 2023. Il punto d’arrivo Bascetta l’ha descritto meglio di chiunque: una società in cui «l’assoluta trasparenza dei governati corrisponda all’assoluta opacità dei governanti». È forse la definizione più esatta dello Stato-piattaforma che si sia scritta finora.
Il lavoro che lo Stato-piattaforma scarica sui governati
C’è un passaggio, nelle conclusioni di Cristofari e Gerbaudo, che gli autori leggono come efficienza e che merita di essere letto al contrario. Al centro della centralizzazione digitale dello Stato, scrivono, ci sono l’automazione e la redistribuzione del lavoro amministrativo: gli algoritmi riducono il lavoro dei dipendenti pubblici, mentre «le piattaforme trasferiscono i compiti amministrativi ai cittadini stessi, che si tratti di pagare le tasse, chiedere permessi o accedere al welfare». Quel trasferimento ha un nome preciso: è lavoro gratuito, svolto dai governati al posto di un impiegato che non verrà più assunto.
È la versione domestica della catena che il saggio descrive a Nairobi e a Caracas. In fondo alla filiera dell’intelligenza artificiale c’è un lavoratore pagato a centesimi per compito; in fondo allo Stato-piattaforma c’è un cittadino che lavora gratis per ottenere ciò che gli spetta, e che resta escluso se non ha le credenziali, il telefono o la pazienza. Chi non riesce a fare da solo l’impiegato di sé stesso diventa un caso da gestire, esattamente come il rider che non rispetta i parametri dell’algoritmo. L’efficienza celebrata dalla letteratura sulla centralizzazione digitale è, vista dal basso, una nuova divisione del lavoro, e come ogni divisione del lavoro decide chi fatica e chi comanda.
Come lo Stato-piattaforma racconta sé stesso
Lo Stato-piano aveva Keynes, lo Stato-crisi aveva il neoliberismo, per riprendere le categorie con cui Antonio Negri, negli anni Settanta, leggeva il passaggio dall’una all’altra. Ogni forma Stato produce l’ideologia che la giustifica, e quella dello Stato-piattaforma ha una particolarità: la scrivono in prima persona i proprietari dell’infrastruttura, senza preoccuparsi di nasconderla. Il saggio ha già ricordato la frase di Peter Thiel sull’incompatibilità fra libertà e democrazia. Sedici anni dopo quella premessa è diventata un manifesto industriale: in The Technological Republic, uscito nel febbraio 2025, Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, sostiene che la tecnologia della Silicon Valley è figlia dello Stato di sicurezza nazionale e che gli ingegneri devono tornare a servirlo, lasciando le app di consumo per il primato militare americano, in un’unione dichiarata fra Stato e industria del software. Se si cerca una descrizione dello Stato-piattaforma fatta dall’interno, è questa.
Resta da capire come si governi uno Stato così, e la risposta circola da anni negli scritti di Curtis Yarvin, che propone di gestire lo Stato come un’azienda guidata da un amministratore delegato con pieni poteri. Sarebbe una curiosità da forum se J.D. Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, non lo avesse indicato come riferimento. Il passaggio dalle idee alla pratica è stato il Department of Government Efficiency di Elon Musk, che ha portato personale delle aziende tecnologiche dentro le amministrazioni federali e ha messo le mani sui loro sistemi informativi. Accanto a questa linea ne corre un’altra, in apparenza opposta: Balaji Srinivasan, in The Network State, immagina comunità nate online che comprano territorio e chiedono riconoscimento diplomatico, e le città private finanziate dallo stesso Thiel vanno nella stessa direzione. Karp vuole uno Stato forte al servizio della difesa, Srinivasan uno Stato superato. La tensione fra l’anima statalista e quella secessionista attraversa l’intera ideologia, ed è forse la sua contraddizione più profonda: lo Stato-piattaforma ha bisogno dello Stato per i contratti, i dati e la legittimità, e insieme coltiva il sogno di farne a meno.
Una forma con più varianti, difficile da smontare
Il modello raccontato fin qui è quello americano, dove le piattaforme crescono come imprese private e lo Stato le adotta, le finanzia e se ne serve. Ma la stessa fusione esiste anche dove il rapporto di forza è rovesciato. In Cina è il partito-Stato a comandare le piattaforme: lo ha mostrato bloccando nel 2020 la quotazione di Ant Group e poi entrando con quote speciali in società controllate da ByteDance e Weibo. Si potrebbe concludere che sia un’altra cosa. Credo invece che sia la stessa forma con l’egemonia invertita, e che il confronto chiarisca il punto: ciò che definisce lo Stato-piattaforma non è chi comanda dentro la fusione, ma la fusione stessa, è l’uso dell’infrastruttura per rendere una popolazione leggibile e governabile. Accanto alle due varianti dei centri c’è quella della periferia, di cui il saggio ha parlato a proposito dell’Italia, che ha la forma senza averne la proprietà.
C’è poi una caratteristica che distingue lo Stato-piattaforma da tutte le forme che l’hanno preceduto: è molto più difficile da smontare. Lo Stato-piano fu chiuso dalla politica, bastarono governi, riforme e qualche sconfitta sindacale. Lo Stato-piattaforma è fatto di infrastruttura, contratti pluriennali, dati già raccolti, sistemi da cui dipendono servizi essenziali, competenze che lo Stato ha smesso di avere in casa. Il DOGE è stato formalmente chiuso il 4 luglio 2026, ma i dati che ha toccato restano dove sono. Un governo nuovo può cambiare le parole d’ordine, difficilmente può spegnere il software su cui funziona la propria amministrazione. Questa vischiosità è la vera forza della nuova forma Stato, e spiega perché la risposta non possa essere soltanto elettorale.
Cristofari e Gerbaudo chiudono il loro saggio con un titolo, Platforming et impera, e hanno scelto meglio di quanto il loro testo lasci intendere. Lo Stato-piattaforma recupera davvero capacità di governo, ma la domanda che la letteratura non pone è la sola che conta: capacità di fare che cosa, e contro chi. Finché la teoria dello Stato digitale continuerà a studiare SPID e a lasciare Lavender alle pagine di cronaca, descriverà con precisione l’ingresso del palazzo e ignorerà le celle nel seminterrato. Il compito di chi analizza il potere è scendere quelle scale. E una volta scesi, resta la domanda che la nostra tradizione ha posto per prima: che fare, quando il soggetto da organizzare è stato disperso per costruzione. Sarà il tema delle prossime note.
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Riferimenti
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Zuboff, Shoshana, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, New York 2019.
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Fonte: https://kratologos.it/potere-infrastrutturale-stato-piattaforma/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 16 Ottobre 2026
