
Nel primo articolo di questa battaglia abbiamo raccontato l’impatto ambientale dei data center e perché stiamo con i comitati. Avevamo promesso di seguire i progetti uno per uno e di ricostruire chi c’è dietro. Questo è il primo passo sui data center in Lombardia: una mappa, parziale e costruita solo su documenti pubblici, delle società che hanno chiesto alla rete elettrica, al ministero dell’Ambiente e alla Regione di trasformare la campagna lombarda in una distesa di capannoni per server.
La prima cosa che emerge è anche la più grave. Per una parte consistente dei richiedenti non è possibile sapere, dai documenti pubblici, chi sia davvero il proprietario. Dietro i data center in Lombardia non c’è un elenco di imprese riconoscibili: c’è una catena di fondi di investimento internazionali, società di gestione del risparmio e società veicolo con nomi di fantasia, numeri di progetto e indirizzi al posto della ragione sociale. Chi chiede acqua, suolo ed energia a un territorio, spesso non ha un volto.
Il metodo: niente nomi attribuiti per assonanza
Prima i confini del lavoro, perché su questo terreno la precisione è l’unica arma che non si può ritorcere contro chi la usa. Abbiamo incrociato tre fonti: la Tabella 5 del Piano di sviluppo 2025 di Terna, che elenca i richiedenti di connessione per utenze di consumo; i fascicoli di valutazione di impatto ambientale sul portale del ministero dell’Ambiente; un’interrogazione depositata in Consiglio regionale lombardo, la ITR 21151 del 15 aprile 2026.
Una riga di Terna dice chi ha chiesto la connessione e dove, non chi costruirà, chi possiede, quanti megawatt consumerà davvero né quale impatto avrà. Una potenza richiesta non è una potenza costruita. E il nome di un grande gruppo accanto a una società veicolo non dimostra, da solo, il controllo di quella società: per saperlo servono visure camerali, elenchi dei soci e documenti dei fondi. Dove non abbiamo prove, lo scriviamo. Dove le abbiamo, le linkiamo.
Lacchiarella Ovest: 950 megawatt chiesti da sei società

Il caso più impressionante tra i data center in Lombardia è quello di Lacchiarella, nel Sud Milano, lo stesso comune dove il primo settembre i comitati hanno firmato il manifesto Stop Data Center. Secondo l’interrogazione regionale, sei società hanno chiesto a Terna connessioni per 950 megawatt complessivi nell’area di Lacchiarella Ovest. Per servirle è proposta una nuova stazione elettrica che, sempre secondo l’atto, occuperebbe circa 95.400 metri quadrati di suolo, con dieci sostegni e 2.550 metri di elettrodotto.
Chi sono le sei società che vogliono portare nuovi data center in Lombardia? Le citiamo con il numero di pratica Terna, perché chiunque possa verificarle. ARAFIN S.r.l., 230 megawatt, pratica 202301575-3: società privata di cui non abbiamo potuto accertare i soci. LIO Data Center S.r.l., 100 megawatt, pratica 202305623-5: società dedicata al settore, con proprietà non verificata. STACK EMEA Italy S.r.l., 100 megawatt, pratica 202402749: parte della piattaforma STACK Infrastructure.
APTO Italia S.r.l., 300 megawatt, pratica 202400955, la richiesta più grande delle sei. Real Estate SPV Project 2222 S.r.l., 70 megawatt, pratica 202204264: un veicolo di cartolarizzazione immobiliare i cui investitori finali non sono pubblici, e anche la domanda più vecchia, depositata nel 2022. AF Property S.p.A., 150 megawatt, pratica 202403724: proprietà e progetto non accertati. Sommate, fanno 950 megawatt.
Fermiamoci su due nomi. Il primo è Real Estate SPV Project 2222: un veicolo di cartolarizzazione, cioè uno strumento finanziario costruito per trasformare immobili in titoli da vendere agli investitori, chiede 70 megawatt alla rete elettrica nazionale. Non c’è prova che gestirà mai un data center. È la fotografia perfetta di quello che Terna stessa chiama speculazione: si prenota la rete per valorizzare un terreno.
Il secondo è APTO. Apto sviluppa infrastrutture digitali in Europa per conto di PIMCO, uno dei maggiori gestori di capitali al mondo, e ha annunciato a Lacchiarella il più grande campus di data center d’Italia: fino a cinque edifici su un’area di 228.000 metri quadrati, con 300 megavoltampere pianificati.
Il progetto è in valutazione ambientale al ministero, e negli elaborati del fascicolo di VIA compaiono generatori di riserva per 1.010 megawatt termici. Non sono megawatt di rete, sono la potenza dei motori diesel di emergenza che si accendono per le prove e ogni volta che la rete salta. In un’area della Pianura padana che respira già un’aria tra le peggiori d’Europa.
Se i 950 megawatt richiesti a Lacchiarella funzionassero a pieno regime tutto l’anno, consumerebbero 8,3 terawattora: quasi il 3 per cento dell’elettricità italiana, in un solo comune. È un limite aritmetico, non una previsione, e molte di quelle domande non si tradurranno mai in edifici. Ma dice qual è la scala di quello che si sta prenotando alle porte di Milano, senza che nessuno abbia deciso che sia una buona idea.
I progetti già in istruttoria: Microsoft, STACK, Blackstone, Equinix
Accanto alle domande di connessione, sui data center in Lombardia ci sono i progetti che hanno già un fascicolo ambientale o un cantiere. A Bornasco, nel Pavese, Microsoft ha comunicato l’avvio delle opere di urbanizzazione, il 15 settembre 2025, del suo data center, con due fascicoli al ministero per i generatori di emergenza, una bonifica pregressa e documenti su emissioni, rumore e paesaggio. I megawatt di rete non sono pubblicati nel materiale esaminato.
Tra i gruppi che puntano sui data center in Lombardia, la famiglia di società di STACK Infrastructure, piattaforma sostenuta dal fondo americano IPI Partners, è la più ramificata: compare con STACK EMEA Italy a Lacchiarella e con una serie di veicoli numerati, Infrastructure Italia Land 2, 5, 6, 8 e 9, che la documentazione ministeriale riconduce al gruppo. Land 5 ha ottenuto il parere positivo di VIA per il progetto MIL05 a Vignate il 30 giugno 2026. Land 6 ha un fascicolo per Liscate, Land 9 per Melzo. Un solo gruppo, una galassia di società con un numero al posto del nome, un territorio a est di Milano trattato come un unico lotto.
A Vimercate il proponente è Kryalos SGR, società di gestione del risparmio in cui Blackstone ha dichiarato una partecipazione di minoranza: il progetto prevede tre edifici e 133 generatori per circa 1.000 megawatt termici. Non attribuiamo il singolo fondo a Blackstone, perché la partecipazione è nella società di gestione e non necessariamente nel veicolo. Ma il dato resta: il più grande gestore immobiliare del mondo siede nell’azionariato di chi propone un campus da 133 motori diesel in Brianza.
A Settimo Milanese c’è Equinix, gruppo quotato a Wall Street, con due edifici. A Cornaredo e Settimo c’è DATA4, piattaforma che ha tra i suoi investitori il fondo canadese Brookfield, affiancato da Arjun e Interogo in una parte del portafoglio europeo. A Sedriano c’è Minerva Italy DC SPV, di cui l’agenzia ambientale regionale ha chiesto integrazioni al progetto e i cui azionisti ultimi non sono accertati. A Treviglio Savills I.M. SGR e a Magenta Namira SGR hanno progetti con procedura sospesa su loro stessa richiesta: tenere un fascicolo aperto e fermo ha un valore, esattamente come tenere una domanda in coda da Terna.

Gli altri nomi: fondi, logistica, cartolarizzazioni e un privato cittadino
Sui data center in Lombardia la Tabella 5 di Terna contiene molti altri richiedenti. Alcuni sono giganti riconoscibili: Amazon Data Services Italy; Vantage Data Centers Italy, piattaforma sostenuta tra gli altri da DigitalBridge, Silver Lake, il fondo pensione AustralianSuper e il canadese PSP; CyrusOne Italy, controllata da KKR e Global Infrastructure Partners, che ha annunciato un campus a Segrate; Prologis e Goodman, colossi mondiali della logistica; Hines, gruppo immobiliare americano; Prelios SGR, acquisita nel 2024 dal gruppo ION; DEA Capital Real Estate SGR.
Altri sono nomi che non dicono nulla: Develog 2 e Develog 6, Vittorio Veneto 15, Zinc One, Vest Campus, Benako Project 4, Ara Logistica 4, AKNO Costruzioni 5, Valtidone Logistic Development, Roncello Capital, FPC Income & Growth, LO.GI.MAN, GE.INV.RE., Starlight, Expand. Veicoli immobiliari, logistici, finanziari, spesso battezzati con un indirizzo o un numero progressivo. Per nessuno di questi siamo riusciti ad accertare, dai documenti pubblici, chi sia il proprietario finale e quale progetto concreto ci sia dietro la richiesta. Compare persino una persona fisica.
È il cuore della questione. Quando la metà dei richiedenti è una società veicolo senza soci conoscibili, il territorio non sa con chi sta trattando. Il sindaco non sa chi si siederà al tavolo, il comitato non sa a chi scrivere, il cittadino non sa chi incasserà se il terreno accanto a casa sua viene rivenduto con la connessione alla rete già prenotata. L’opacità non è un difetto del sistema: è il suo modo di funzionare.
La mappa del potere: Wall Street prenota la Pianura padana
Rimettiamo in fila i nomi accertati: PIMCO, Blackstone, KKR, Global Infrastructure Partners, Brookfield, DigitalBridge, Silver Lake, IPI Partners, Microsoft, Amazon, Equinix, Prologis. È l’élite del capitale finanziario globale, quella che il governo Meloni chiama investimenti esteri e che i comitati chiamano con un’altra parola. Tra chi decide dove si costruiscono i data center in Lombardia non c’è un solo operatore pubblico, e quasi nessun soggetto industriale italiano.

Non è un caso. Un data center in Lombardia, come ovunque, oggi è prima di tutto un prodotto finanziario: un asset a lunga durata, con contratti di affitto pluriennali verso le Big Tech, che i fondi comprano, impacchettano e rivendono. È lo stesso intreccio tra infrastrutture, capitale e controllo che ritroviamo nella difesa e nella sorveglianza. La campagna lombarda, la rete di Terna e le falde padane diventano il sottostante di un’operazione finanziaria decisa a New York, Londra e Toronto.
E sui data center in Lombardia il governo della sovranità mostra la sua vera faccia. Con il decreto 21 ha dato a questi soggetti una procedura unica e accelerata. Non ha preteso, in cambio, nemmeno la cosa più elementare: sapere chi sono.
Cosa chiediamo: trasparenza prima di ogni autorizzazione
Da questo lavoro nasce una richiesta precisa, che rivolgiamo alla Regione Lombardia, al ministero dell’Ambiente, a Terna e ai partiti che si candidano a governare nel 2027. Nessuna autorizzazione e nessuna connessione alla rete per i data center in Lombardia, e nel resto d’Italia, senza la pubblicazione del titolare effettivo del proponente, della catena societaria completa fino alle persone fisiche o ai fondi, e dell’elenco degli investitori dei fondi che superano una soglia minima. Chi chiede a un territorio acqua, suolo ed energia deve mostrare la faccia.
Chiediamo anche che Terna renda pubblico, per ogni richiesta, il collegamento tra codice di pratica, società, località e progetto ambientale, oggi impossibile da ricostruire senza settimane di lavoro. E che le domande prive di un progetto industriale documentato vengano cancellate dalla coda, perché ogni megawatt prenotato da una cartolarizzazione è un megawatt sottratto a un’impresa, a un ospedale, a una comunità energetica.
Il lavoro continua: aiutateci a completare la mappa
Questa mappa dei data center in Lombardia è incompleta, e lo diciamo apertamente. Nei prossimi mesi cercheremo le visure camerali delle società veicolo, leggeremo gli studi di impatto ambientale fascicolo per fascicolo, collegheremo le richieste di Terna ai progetti. Chiediamo aiuto ai comitati, ai giornalisti locali, ai consiglieri comunali e a chiunque abbia accesso a documenti o informazioni: se sapete chi c’è dietro una di queste sigle, scriveteci.
Quando nel 2008 si scoprì che i mutui americani erano finiti impacchettati in titoli che nessuno sapeva più a chi appartenessero, si disse che la finanza aveva perso il contatto con la realtà. La stessa ingegneria finanziaria oggi atterra nei campi del Sud Milano. Solo che stavolta il sottostante non è un mutuo: è l’acqua che beviamo, la terra che coltiviamo, l’energia che paghiamo in bolletta. Hanno nomi come Project 2222 e Land 9 perché sperano che nessuno chieda chi sono. Noi lo chiediamo. E continueremo a chiederlo finché non avranno una faccia.
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Fonte: https://kratologos.it/data-center-in-lombardia-chi-ce-dietro/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 29 Settembre 2026