
Un autunno che non è una somma di vertenze
In queste settimane l’Europa è in piazza quasi ovunque, e non per una ragione sola. In Francia la protesta contro i tagli alla scuola e all’università è diventata rivolta urbana, con barricate, saccheggi e almeno 2.400 fermati in poche ore. In Spagna la miccia è stata lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, eseguito il 23 settembre dopo tre tentativi respinti dai vicini; la donna è morta il 7 ottobre, e le piazze di Madrid e Barcellona chiedono il blocco degli affitti e la requisizione delle case vuote dei grandi fondi. A Lisbona e a Porto si protesta per il potere d’acquisto perduto, a Bruxelles contro il carovita sotto gli idranti, a Tirana contro le tasse universitarie e l’assenza di futuro, in Germania contro una legge che gli studenti temono riporti la leva.
Il filo che lega queste piazze è materiale prima che ideologico. In Spagna il 27% degli inquilini a canone di mercato spende oltre il 40% del reddito in affitto, e l’edilizia sociale vale l’1,7% del patrimonio abitativo contro una media europea del 6-7%. In Italia i salari si erodono da anni senza che nessuna piazza lo abbia finora tradotto in conflitto aperto. Ma dentro questa geografia del malcontento convivono due spinte diverse, e solo una delle due produce il saccheggio. Capire cosa le distingue è il cuore di questo ragionamento.
La folla che chiedeva un patto, il barbaro che lo rifiuta
Quando E. P. Thompson studiò le rivolte del pane nell’Inghilterra del Settecento, rovesciò l’immagine della plebe affamata che assalta i granai per istinto. Quella folla aveva regole: spesso vendeva il grano requisito al prezzo considerato giusto e ne restituiva il ricavato al mercante. Saccheggiava in nome di un ordine morale tradito, e chiedeva in sostanza che il patto venisse ripristinato.
Questo termine di confronto serve a misurare la distanza. Le piazze di Madrid e Lisbona somigliano ancora alla folla di Thompson: chiedono casa, salario, scuola, cioè di rientrare in un patto rotto. Il saccheggio delle banlieue e delle periferie metropolitane racconta un’altra cosa. Non rivendica un prezzo giusto, prende la merce come se il patto non fosse mai esistito, o come se non valesse la pena chiederne il rinnovo. È su questa seconda anima che i testi più recenti provano a dire qualcosa.
Restare barbari, pisciare sulla metropoli

Due libri usciti di recente per DeriveApprodi hanno trovato le parole prima ancora delle tesi. Uno si intitola Restare barbari, l’altro Pisciare sulla metropoli, e i titoli bastano a dire che cosa nominano. Restare barbari rovescia l’insulto che l’impero ha sempre rivolto a chi stava fuori dalle mura e lo trasforma in una scelta. Il barbaro non è chi non è ancora stato integrato, è chi non vuole esserlo, perché ha capito che l’integrazione offerta è una porta di servizio e preferisce restare dove lo hanno messo, ma alle proprie condizioni. È l’esatto contrario della folla di Thompson, che chiedeva di essere riammessa nel patto.
Pisciare sulla metropoli porta lo stesso gesto nello spazio. La metropoli è la vetrina, il centro illuminato che di giorno tratta i ragazzi delle periferie da intrusi, li ferma in stazione e li chiama maranza. Pisciarci sopra non è un atto politico nel senso classico, non chiede nulla e non propone nulla: è uno sfregio, il segno lasciato da chi non si aspetta più di essere ascoltato. Il saccheggio di un negozio in centro appartiene alla stessa grammatica. Non è un furto per bisogno, è la presa di possesso, per una sera, di una città che non ti appartiene.
Dall’angolo senza speranza

Il saccheggio non nasce nel vuoto. Nasce in un luogo preciso, che la politica ha costruito pezzo per pezzo. Prima la periferia, dove si viene dispersi lontano dai centri in cui si decide e si consuma. Poi lo smontaggio del welfare, una voce alla volta: la scuola che cade a pezzi, il consultorio chiuso, l’autobus che passa ogni ora, il sussidio che si restringe. Infine la scoperta che i soldi esistono, ma per altro. Per le banche nel 2008, oggi per il riarmo, con un piano europeo da ottocento miliardi presentato come una necessità mentre alle periferie si chiede ancora di stringere la cinghia. Chi sta in quell’angolo capisce benissimo il messaggio: non sei un costo da sostenere, sei un rischio da contenere.
Da quell’angolo, la speranza smette di essere un sentimento e diventa un calcolo. Chi ha qualcosa da perdere rispetta l’ordine perché l’ordine gli promette un domani. Chi ha già perso il domani non ha più ragioni per rispettarlo. A quel punto la città, che di giorno lo respinge, la notte se la prende. E si prende la merce, perché la merce è l’unica promessa che questa società ha continuato a fargli. Gliel’ha mostrata in ogni vetrina e in ogni pubblicità, sapendo che non avrebbe mai potuto comprarla. Zygmunt Bauman, davanti alle rivolte di Londra del 2011, parlò di consumatori esclusi: gente educata a misurare il proprio valore con ciò che possiede e privata di ogni mezzo per possederlo. Il saccheggio è la scorciatoia verso quella promessa, presa con le mani perché nessuno la consegnerà mai.
Joshua Clover ha dato a questo gesto una collocazione storica. Quando il lavoro organizzava la vita, il conflitto si faceva nella fabbrica, con lo sciopero. Chi oggi è escluso dal lavoro stabile non ha una fabbrica da fermare, allora combatte dove il capitale gli si presenta davanti: nella strada, nel negozio, nel prezzo, nella polizia. La rivolta torna a essere la forma di lotta di chi sta fuori dalla produzione, come lo era prima che nascesse il movimento operaio. Non è un ritorno alla barbarie, è la forma che il conflitto prende quando il lavoro non tiene più insieme nessuno.
Per questo dire che quei ragazzi combattono perché non hanno speranza non è un’accusa, è una diagnosi. La disperazione non è un loro difetto, è un prodotto delle politiche. E ha un’utilità precisa per chi governa, perché una rivolta senza speranza si può reprimere senza doverle rispondere. È il punto in cui il ragionamento torna alla piazza: chi ha tolto la speranza è lo stesso che oggi chiede poteri eccezionali per gestirne le conseguenze.
Quando il gesto aveva un orizzonte
Milano conosce questi gesti. Negli anni Settanta la città è stata incendiata più volte, e prendersi la merce aveva un nome politico: esproprio proletario. Si entrava nei supermercati e nei negozi del centro e si usciva senza pagare, si autoriducevano bollette e biglietti, si occupavano case. Lo slogan era riprendiamoci la città, lo stesso gesto di chi oggi la saccheggia per una notte. Una canzone di Gianfranco Manfredi del 1977, Ma chi ha detto che non c’è, mette in fila tutto questo, la merce presa, i sampietrini, il rifiuto della scuola e del lavoro, Milano in fiamme, come un unico elenco dei luoghi in cui quella cosa esiste già.
La differenza sta tutta nel titolo. Quella cosa, che la si chiamasse rivoluzione, comunismo o semplicemente felicità, c’era: stava dentro il gesto stesso. Il saccheggio del ’77 era un anticipo, un pezzo di futuro preso subito, da un movimento convinto di avere il tempo dalla sua parte. Anche il rifiuto del lavoro era una scelta possibile, perché il lavoro c’era e lo si poteva rifiutare. Il saccheggio di oggi nasce dalla condizione opposta: il lavoro non c’è, non c’è niente da rifiutare, e il futuro non è un orizzonte da anticipare ma una porta chiusa.
Va detto anche come finì. Quel movimento fu schiacciato fra la repressione, la scelta delle armi di una sua parte e l’eroina che svuotò le stesse periferie. La speranza del ’77 non si spense da sola, fu spenta. Forse è da lì che comincia la storia dei ragazzi di oggi, figli e nipoti di quella sconfitta, cresciuti in quartieri da cui la politica se n’era già andata. Il gesto è lo stesso, prendersi la città e la merce. È cambiato quello che c’è dietro: allora un sogno, oggi un vuoto.
Due anime nella stessa piazza, un solo decreto
Nella notte di una rivolta le due spinte si mescolano e diventano indistinguibili. C’è lo studente che chiede una scuola non fatiscente, l’inquilino che non arriva a fine mese, e c’è il ragazzo che non chiede niente perché non crede più che qualcuno lo ascolti. Chi chiede casa e salario vuole rientrare nel patto; chi non chiede niente lo considera truccato dall’origine. Il saccheggio nasce soprattutto da questo rifiuto, ma trova la sua occasione nella protesta per i diritti, che apre la piazza e le dà legittimità.
Chi governa ha tutto l’interesse a non vedere questa differenza. Trattare insieme lo sfrattato e il barbaro permette di rispondere a entrambi con la stessa misura: il coprifuoco a Place de la République, il decreto legge annunciato in Italia dopo i disordini, con l’ipotesi di un fermo preventivo fino a 24 ore. È il passaggio che riguarda da vicino le architetture del controllo: l’emergenza di piazza diventa la giustificazione per poteri eccezionali che poi restano, e che colpiranno domani anche le proteste più composte.
L’analisi più utile, allora, è quella che tiene separate le due anime senza contrapporle. Riconoscere nel saccheggio un rifiuto e non solo un bisogno significa prendere sul serio ciò che quei ragazzi dicono con i gesti. E mostrare come la risposta repressiva li accomuni ai movimenti per la casa e il salario significa indicare dove sta il vero oggetto della contesa: non le vetrine, ma il diritto di stare in piazza.
Il nemico è lo Stato-piattaforma
La rabbia colpisce quello che vede: la vetrina, il negozio, il blindato della polizia. Sono i simboli visibili di una città che ti respinge, e prenderseli ha un senso preciso. Ma il potere che ha confinato quei ragazzi nell’angolo ha anche un volto che non si vede. È un’infrastruttura, quella che nelle note sullo Stato-piattaforma abbiamo descritto come la saldatura fra il potere che ti riconosce e il potere che ti colpisce. È lo stesso sistema che taglia il sussidio con un algoritmo, che assegna la casa popolare scorrendo un punteggio, che decide chi può restare in una zona rossa della città e chi va allontanato perché ha un precedente o il profilo sbagliato.
La città negata è questa. Non è soltanto la vetrina dietro cui c’è la merce che non puoi comprare, è uno spazio reso leggibile, sorvegliato e filtrato, in cui il ragazzo di periferia entra già schedato. Il maranza dei titoli di giornale è prima di tutto una categoria, un profilo, e su un profilo si decide senza negoziare: un controllo in stazione, un foglio di via, un fermo preventivo. È il cittadino astratto dello Stato-piattaforma, ridotto a una posizione in un sistema. Non a caso la sperimentazione comincia da lui, come in Germania comincia dai richiedenti asilo: si collauda sugli ultimi, poi si risale.
Il gesto di quei ragazzi non ha bisogno che qualcuno lo giustifichi. È la risposta di chi è stato chiuso in un angolo e ha deciso di uscirne prendendosi ciò che gli è stato negato, e non c’è da chiedergli di essere più composto. Quello che serve è che non resti solo. Una lotta organizzata che voglia raccogliere quella rabbia deve sapere dove portarla: contro le zone rosse e i fogli di via, contro le telecamere a riconoscimento facciale nelle stazioni, contro le banche dati che schedano i quartieri, contro i decreti che trasformano un profilo in una colpa. Pisciare sulla città negata è già un gesto politico. Il passo successivo è strapparla all’archivio che la nega.
A margine: Varoufakis sulle proteste giovanili in Francia

Contributo sulla situazione delle proteste giovanili in Francia di: Yanis Varoufakis
Il 19 ottobre Yanis Varoufakis ha pubblicato su DiEM25 un intervento che legge la rivolta dei liceali francesi come il segnale d’allarme di un’Europa al bivio, in una linea che va dal 1789 ai gilet gialli. Per lui la causa è economica: quindici anni di austerità per i molti e di denaro facile per banche e grandi imprese, mentre le scuole cadono a pezzi e lo Stato risponde con migliaia di arresti di minorenni. Il rischio è che l’estrema destra si prenda quella rabbia dividendo le periferie dal centro. La via d’uscita la vede negli “scarafaggi” indiani raccontati da Arundhati Roy, giovani che si sono rifiutati di farsi dividere, e in un lavoro politico organizzato che trasformi la rabbia in programma.
L’articolo completo, nella traduzione italiana: Yanis Varoufakis, Buon coraggio ai manifestanti francesi, DiEM25, 19 ottobre 2026.
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Fonti e letture
Louisa Yousfi, Restare barbari. I selvaggi all’assalto dell’Impero, DeriveApprodi (ed. orig. Rester barbare, La Fabrique, 2022; ed. inglese In Defence of Barbarism, Verso, 2025).
Tommaso Sarti, Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza, prefazione di Chadia Rodriguez, Machina Libro.
E. P. Thompson, L’economia morale delle classi popolari inglesi nel secolo XVIII.
Joshua Clover, Riot. Strike. Riot. The New Era of Uprisings, Verso, 2016.
Zygmunt Bauman, The London Riots: On Consumerism Coming Home to Roost, Social Europe, agosto 2011.
Gianfranco Manfredi, Ma chi ha detto che non c’è, canzone, 1977.
ANSA, L’onda della protesta in Europa, 19 ottobre 2026
L’Espresso, In Europa sfilano le ragioni della collera, 15 ottobre 2026
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Fonte: https://kratologos.it/pisciamo-sulla-citta-negata/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 22 Ottobre 2026