
A maggio avevamo scritto che i rider di Glovo avevano vinto: dopo tre mesi di commissariamento per caporalato digitale, la piattaforma accettava di portare il minimo orario da dieci a quattordici euro lordi e il compenso per consegna da due e cinquanta a tre euro.
Sembrava la prova che il commissariamento aveva funzionato. Il ventisei agosto la Procura di Milano ha spiegato perché non ha funzionato affatto, e il modo in cui lo ha spiegato vale molto più della vicenda Glovo.
L’azienda ha alzato la tariffa e ha ristretto l’unità di misura. Il risultato è che per ogni dieci ore di lavoro almeno tre non vengono contate.
Come si costruisce un aumento che ai rider di Glovo non arriva in tasca
Il meccanismo si chiama tempo effettivo calmierato. L’algoritmo non paga le ore che i rider di Glovo passano in strada: paga un tempo stimato, calcolato su criteri statistici e sul tipo di veicolo. Se la consegna dura di più, le ore in eccesso non esistono.
Piove, il traffico è fermo, il citofono non funziona, il palazzo non ha l’ascensore. Sono tutte cose che accadono e che il modello considera scarto rispetto alla propria previsione. Lo scarto lo paga il fattorino.
I numeri della Procura per il solo mese di giugno 2026 sono questi: un milione e centonovantasettemila ore effettivamente lavorate, ottocentocinquantaquattromila conteggiate. Ne spariscono trecentoquarantatremila, il ventotto per cento, circa tredici ore non pagate per ogni rider.
Il conto è semplice e non ha bisogno di aggettivi. Quattordici euro su sette ore valgono meno di dieci euro su dieci ore, e l’azienda ha potuto comunicare un aumento del quaranta per cento senza mentire su nulla.
Il potere non sta nel prezzo, sta nell’unità di misura
Questo è il punto che va oltre i rider di Glovo, ed è la ragione per cui la vicenda merita attenzione anche da chi non ha mai ordinato una cena a domicilio. Chi controlla l’unità di misura non ha bisogno di discutere il prezzo unitario.
Anzi, gli conviene concederlo. L’aumento della tariffa è una cifra semplice, comunicabile, che finisce nei titoli e chiude una trattativa sindacale. La riduzione della base di calcolo è altrettanto verificabile ma non è raccontabile, perché richiede di spiegare un algoritmo.
È la forma contemporanea del cottimo, con un vantaggio che il cottimo classico non aveva. Nel cottimo il pezzo era un oggetto, contabile da entrambe le parti: il padrone e l’operaio guardavano la stessa pila e contavano gli stessi pezzi.
Qui il pezzo è una previsione prodotta da un modello che conosce una parte sola. Il rider non può contestare la stima perché non la vede, e non sa nemmeno quali variabili la producano.
Per questo la richiesta del pubblico ministero Paolo Storari sulla trasparenza dell’algoritmo non è un contorno tecnico ma la richiesta centrale. Senza quella, qualunque tariffa concordata resta concordata al buio, e ogni futuro accordo può essere svuotato con lo stesso metodo il giorno dopo la firma.
Trentotto milioni che mancano ai rider di Glovo
C’è una seconda cifra nel parere della Procura, ed è quella che dovrebbe interessare anche chi dei fattorini non si occupa: trentotto milioni di euro di contributi evasi fra il 2022 e il 2024.
Quel denaro non è stato sottratto ai rider, è stato sottratto al sistema previdenziale pubblico. Il modello dell’autonomo non risparmia soltanto sul salario, esternalizza la sicurezza sociale.
È un’operazione a tempo differito: il margine è privato adesso, la fattura arriva pubblica dopo, quando quei quarantamila si faranno male in strada o arriveranno all’età della pensione con una carriera contributiva vuota.
Chi si occupa di conti pubblici capisce questo argomento meglio di qualsiasi appello alla dignità del lavoro. Non stiamo discutendo di generosità aziendale, stiamo discutendo di chi pagherà, e quando.
La minaccia di lasciare l’Italia è una confessione

Glovo ha fatto sapere che preferisce uscire dal mercato italiano piuttosto che assumere i rider come lavoratori subordinati, perché lo ritiene economicamente insostenibile. Vale la pena prenderla sul serio invece di rispondere con l’indignazione.
Presa sul serio, quella frase dice una cosa sola: se il costo del lavoro diventa quello previsto dalla legge, il modello non sta in piedi. Cioè il margine non nasce da un’innovazione logistica, nasce dalla classificazione contrattuale.
La tecnologia è il pretesto, l’arbitraggio giuridico è il prodotto. L’app che smista le consegne è la parte visibile di un’operazione che è in realtà normativa, e che consiste nel collocare quarantamila persone in una categoria dove le tutele non arrivano.
La controprova sta nello stesso mercato, con le stesse strade e lo stesso traffico. Just Eat ha assunto i propri rider con il contratto della logistica, e in Italia c’è ancora. Quindi la questione non è se si possa fare, è con quale margine si possa fare, il che rende la minaccia una posizione negoziale e non una constatazione tecnica.
L’obiezione della flessibilità, e la risposta per intensità
L’obiezione onesta esiste e va tenuta dentro il ragionamento. Non tutti i quarantamila vogliono essere assunti: una parte usa l’applicazione come integrazione, magari per pochi mesi, e alla flessibilità ci tiene davvero.
Infatti la Procura non chiede l’assunzione di tutti. Chiede di regolarizzare almeno i più assidui, e li conta: quattromila rider che fanno quattromila consegne all’anno, milleduecento che ne fanno seimila.
Chi effettua seimila consegne in dodici mesi non è un lavoratore occasionale. Chiamarlo autonomo è una finzione che non sopravvive alla prova aritmetica, e la distinzione per intensità è la sola risposta seria all’argomento della libertà.
Un pubblico ministero al posto del Parlamento
A febbraio il controllo giudiziario era stato disposto per caporalato digitale, con l’accusa di compensi fino al settantasei virgola novantacinque per cento sotto la soglia di povertà. A giugno Foodinho ne ha chiesto la revoca. Il diciotto agosto la Procura si è opposta, e ora la decisione spetta al giudice Roberto Crepaldi.
Storari chiede che l’amministratore giudiziario faccia cessare immediatamente la situazione di illegalità, che le retribuzioni tengano conto del tempo effettivo della prestazione e che l’algoritmo diventi trasparente.
Sono tre richieste che in un paese normale sarebbero il contenuto di una legge. Qui sono il contenuto di un fascicolo penale, e lo strumento usato per ottenerle, il controllo giudiziario, è nato per le imprese infiltrate dalle mafie.
Il titolo che avevamo dato a maggio resta valido e anzi peggiora: la magistratura fa il lavoro del legislatore. Funziona, per ora, ed è un bene che funzioni. Ma è supplenza, e la supplenza è il sintomo più affidabile di dove il potere si sia spostato.
Il Parlamento italiano non ha mai deciso lo statuto dei rider e non lo deciderà adesso. Lo deciderà un giudice a Milano, e nel frattempo quanto vale un’ora di lavoro dei rider di Glovo lo stabilisce un modello statistico che nessuno può aprire. Finché quel modello resta chiuso, ogni aumento concesso è un aumento che l’azienda può riprendersi dal lato dell’orario, e il prossimo comunicato trionfale sarà identico a quello di giugno.
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Fonte: https://kratologos.it/rider-di-glovo-aumento-algoritmo-procura-milano/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 27 Agosto 2026