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Manifestazioni pro Palestina: cinquanta piazze italiane e mezza Europa contro la pace finta di Gaza e la legge che porta la definizione IHRA nelle scuole e nelle questure

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manifestazioni pro Palestina, bandiere palestinesi e della pace tra i fumogeni di un corteo

Sabato 10 ottobre le manifestazioni pro Palestina hanno riempito le strade di cinquanta città italiane e delle capitali europee, da Londra a Dublino, da Berlino a Zurigo. A tre anni dall’inizio della guerra e a un anno dalla tregua, chi è sceso in piazza ha detto una cosa che i governi europei non vogliono sentire: la pace di Gaza esiste solo nei comunicati, e la complicità dell’Europa continua tutti i giorni, con le armi, con gli accordi commerciali e adesso anche con le leggi.

Questa mobilitazione va tenuta alta perché è l’unica forza in Europa che ha rifiutato di chiamare pace un’annessione. Ed è proprio per questo che i governi, invece di ascoltarla, si preparano a sorvegliarla.

Manifestazioni pro Palestina: una parola d’ordine sola, genocidio

Il titolo della giornata italiana era «La fine del genocidio». Le richieste dei promotori, i Giovani Palestinesi d’Italia, il Movimento Studenti Palestinesi, l’Associazione dei Palestinesi in Italia e l’Unione Democratica Arabo-Palestinese, erano tre e semplici: fermare il genocidio, sbloccare gli aiuti, ritirare l’esercito israeliano dai territori occupati. A Milano, cinquemila persone da piazza della Repubblica a San Babila hanno chiesto lo stop agli accordi con Israele e l’embargo sulle armi. A Bologna lo striscione diceva «Basta complicità con il genocidio». Ad Alessandria un telo di venticinque metri portava i nomi dei 18.457 bambini uccisi a Gaza fino al luglio 2025.

Fuori dall’Italia il linguaggio era lo stesso. A Londra la Palestine Solidarity Campaign ha portato in piazza un corteo che gli organizzatori stimano in oltre 250.000 persone con una richiesta precisa al governo Burnham: smettere subito di armare Israele e imporre sanzioni. A Dublino hanno marciato più di diecimila persone, alla ventunesima manifestazione nazionale dall’ottobre 2023, con oltre centosessanta organizzazioni della società civile irlandese. A Berlino, davanti alla Cancelleria, la richiesta era che la Germania smetta di esportare armi verso Israele.

La parola genocidio, che due anni fa costava l’accusa di estremismo a chi la pronunciava, il giorno prima aveva ricevuto la più alta legittimazione possibile. Il 9 ottobre il Nobel per la pace è andato a Navi Pillay, la giurista sudafricana alla guida della Commissione d’inchiesta dell’ONU sui territori palestinesi, quella che ha concluso che Israele è responsabile di genocidio a Gaza, con l’intento specifico di distruggere i palestinesi. Il ministero degli Esteri israeliano ha parlato di «grottesca strumentalizzazione». Le piazze hanno semplicemente ripetuto quello che Oslo aveva appena scritto.

manifestazioni pro Palestina, Navi Pillay, Nobel per la pace 2026, alla guida della Commissione d'inchiesta ONU sul genocidio a Gaza
Navi Pillay, Nobel per la pace 2026

Chi c’era e chi mancava

Lo schieramento delle manifestazioni pro Palestina in Italia dice molto. In testa c’erano i giovani palestinesi nati o cresciuti qui, poi i collettivi studenteschi, i sindacati di base, Potere al Popolo e il Movimento 5 Stelle di Milano. A Torino, dove gli organizzatori hanno contato diecimila persone, avevano aderito anche il movimento No Tav e l’Anpi. A Napoli in corteo c’era Greta Thunberg, che ha detto ai ragazzi di non avere paura di essere arrabbiati e ha attaccato il governo sui centri per il rimpatrio.

Chi mancava è altrettanto eloquente. Il Partito democratico tiene il piede in due scarpe proprio sulla legge che più riguarda queste manifestazioni. Nella commissione Affari costituzionali della Camera la maggioranza, Italia Viva e Azione hanno votato sì al ddl antisemitismo, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra no, il Pd non ha votato. Elly Schlein ha legato il voto favorevole a una riscrittura dell’articolo 1, dopo che al Senato il partito si era astenuto. Su una legge che può decidere che cosa si può gridare in un corteo, l’opposizione maggiore tratta.

La risposta dei governi: ordine pubblico e definizioni

Ovunque le piazze hanno trovato più polizia che ascolto. A Berlino il governo ha schierato circa 1.400 agenti per qualche migliaio di manifestanti. A Londra la polizia ha imposto di togliere le coperture del viso. A Torino la prefettura ha vietato caschi e fumogeni, e la testa del corteo si è scontrata con la polizia in piazza Castello. Il ministero israeliano per la Diaspora, intanto, contava gli eventi uno per uno: 357 in 39 paesi nei primi giorni di ottobre. Ogni corteo per la Palestina viene censito, come un fenomeno da tenere sotto controllo.

In Italia lo strumento di controllo ha un nome preciso. Il ddl antisemitismo, già approvato al Senato a marzo e atteso in aula alla Camera entro metà ottobre, adotta la definizione operativa dell’IHRA del 2016 insieme ai suoi indicatori e la porta nelle scuole, nelle università, nella formazione di polizia, prefetture e magistrati, nella banca dati delle forze dell’ordine e nel monitoraggio dell’odio in rete affidato all’AGCOM. Dal testo finale sono state tolte le pene e i divieti di manifestazione, ma il cuore resta.

Tra gli esempi che l’IHRA indica come antisemitismo ci sono definire l’esistenza dello Stato di Israele un’impresa razzista e paragonare la politica israeliana a quella dei nazisti: formule che circolano in tutto il dibattito su Gaza e che, se la legge passa, un insegnante, un rettore o un funzionario di polizia leggeranno con quella griglia. Una definizione che entra nelle questure e nelle aule decide chi è sospetto prima ancora di qualsiasi reato.

Non a caso dalle piazze di sabato è partito l’annuncio di uno sciopero generale per il 30 ottobre contro questa legge. E non a caso la destra ha passato la serata a parlare di qualche cartello sul 7 ottobre e di un paio di bandiere di Hezbollah a Roma: segni marginali, estranei alla piattaforma dei promotori, che servono a raccontare decine di migliaia di persone come un problema di ordine pubblico invece che come una domanda politica.

Perché le manifestazioni pro Palestina non devono fermarsi

La tregua ha fatto il lavoro che le bombe non potevano fare: ha spento i riflettori. Dal cessate il fuoco i palestinesi uccisi sono circa 1.450, i morti dall’ottobre 2023 oltre 74.000, e il 90% delle infrastrutture di Gaza è distrutto. Intanto la linea gialla avanza nella Striscia e la Cisgiordania viene annessa ettaro dopo ettaro, con la copertura di Washington e il voto di Berlino e Roma a Bruxelles. Se le piazze si svuotano, quel processo diventa normalità amministrativa.

C’è poi una lezione che il movimento italiano conosce bene. Un anno fa non furono le dichiarazioni dei leader a mettere in difficoltà il governo, ma i blocchi. I portuali di Genova, Livorno, Ravenna e Trieste fermarono i carichi di armi diretti in Israele, e lo sciopero del 3 ottobre 2025 portò in strada 400.000 persone secondo lo stesso Viminale. Meloni chiamò quei lavoratori teppisti e parlò di un pretesto per il ponte lungo. È la reazione di chi ha capito dove sta il punto debole: nella logistica, nei porti, nel lavoro che si ferma.

Per questo la mobilitazione deve restare alta e diventare più precisa: embargo sulle armi, sospensione degli accordi con Israele, rifiuto della definizione IHRA nelle scuole e nelle università. Sono richieste che un governo può esaudire, a differenza degli appelli alla pace. A impedire che la tregua diventi la forma definitiva dell’annessione può essere solo una piazza che non torna a casa, e che il governo Meloni vorrebbe trasformare in un elenco di sospetti.

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Fonte: https://kratologos.it/manifestazioni-pro-palestina-europa/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 11 Ottobre 2026

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