
«Se sbagliano chi paga?». Il titolo della Dataroom di Milena Gabanelli e Marta Serafini sembra scomodo e invece è la formulazione più rassicurante che si potesse scegliere. L’assoluzione sta già dentro il verbo.
Sbagliare vuol dire mancare il bersaglio giusto. Le armi autonome, quando ammazzano un civile, non stanno mancando niente: eseguono una classificazione con un margine di errore previsto, misurato e messo a bilancio prima del collaudo.
Quel margine ha un nome tecnico e una soglia numerica. Le armi autonome non conoscono il rimorso perché non conoscono la sorpresa.
Va riconosciuto che la Dataroom porta il tema in prima pagina, e non è poco. Ma il modo in cui ci arriva è il problema, perché fa quello che il giornalismo italiano sa fare meglio di tutto: misura il fenomeno con precisione chirurgica e lascia intatta la struttura che lo produce.
Il verbo che assolve, il vuoto che consola
Il sommario annuncia tre cose: i software possono scegliere in modo autonomo chi colpire, se uccidono civili è più difficile accertare le responsabilità, e infine il vuoto legislativo.
Le prime due sono descrizioni. La terza è una tesi, e viene fatta passare per descrizione. È il trucco retorico che regge tutto il pezzo.
Perché un vuoto è una casella non ancora riempita. Una casella non ancora riempita implica un legislatore distratto, la tecnologia che corre, il diritto che arranca. Una favola consolatoria che circola nei convegni da quindici anni e che ha il vantaggio di non avere colpevoli.
La realtà è che la casella è stata riempita, con un nome e un contrario. È la tesi che sta al centro di «Architetture del Controllo», il libro in cui ho ricostruito questa filiera: l’irresponsabilità non è il residuo della complessità tecnica, è il servizio che la complessità tecnica vende. Si progetta, si documenta, si fattura.
La catena della Dataroom comincia dove il potere è già finito
Lo schema disegnato nell’infografica elenca gli anelli della responsabilità nell’impiego delle armi autonome: chi scrive il software, chi lo addestra, chi lo modifica, chi lo integra nella catena di comando, chi sceglie l’area delle operazioni, chi autorizza il fuoco.
Guardatelo bene. Sono sei figure tutte interne alla filiera esecutiva. Il primo della lista è il programmatore, cioè il primo che non decide niente.
Chi ha finanziato lo sviluppo non compare. Chi ha firmato l’appalto non compare. Chi ha scritto l’esenzione normativa non compare. L’investitore che pretende una crescita a due cifre dal comparto difesa non compare. Il laboratorio universitario che ha pubblicato il modello non compare.
Una catena delle responsabilità che parte dal dipendente e si ferma al colonnello non è incompleta per svista. È esattamente la mappa che il committente vorrebbe vedere pubblicata, e la trova stampata sul più letto quotidiano italiano. Su come questa filiera si tiene insieme ho scritto più volte.
Armi autonome: il vuoto legislativo è stabilito
L’Unione Europea ha prodotto il regolamento più severo del mondo sull’intelligenza artificiale, e dentro quel regolamento ha aperto una porta di servizio larga come un hangar: gli usi militari, di difesa e di sicurezza nazionale sono esclusi dall’ambito di applicazione. Motivazione: articolo 4, comma 2 del Trattato sull’Unione, la difesa è competenza degli Stati.
Il testo aggiunge che per l’uso della forza letale la cornice adatta è il diritto internazionale pubblico. Tradotto dal burocratese: si arrangi qualcun altro. Le armi autonome, per l’Europa, non esistono come categoria da regolare.
Il risultato è una gerarchia morale che nessuno ha mai osato mettere in discussione ad alta voce. Il supermercato che ti riconosce la faccia all’ingresso viola il regolamento. Il sistema che decide quale palazzo radere al suolo non lo riguarda.
Stesse reti neurali, stesse aziende, stessi archivi. Cambia solo che il committente porta le stellette, e l’obbligo di conformità svanisce.
Chiamare vuoto questa esenzione è una cortesia verso chi l’ha scritta. Io la chiamo politica industriale travestita da rispetto delle competenze nazionali.
Ginevra, 4 settembre: il diritto non era in ritardo, è stato fermato
Chi crede ancora al legislatore distratto guardi cosa è successo diciassette giorni fa. Centoventotto Stati riuniti a Ginevra nell’ambito della Convenzione su alcune armi convenzionali stavano per aprire i negoziati su un divieto delle armi letali autonome, e Stati Uniti e Russia hanno presentato cancellazioni dell’ultimo minuto. India e Turchia si sono accodate.
Sulle armi autonome la posizione statunitense è che il diritto umanitario esistente basti, e che al posto di un trattato vincolante servano delle linee guida. Linee guida vuol dire un trattato senza sanzione, cioè un comunicato stampa con l’intestazione dell’ONU.
Chiedevano garanzie di controllo umano effettivo il Brasile, l’Irlanda e un gruppo di Stati africani, cioè esattamente i paesi che quei sistemi li subiscono e non li producono. Le organizzazioni per il disarmo avevano definito quel tavolo l’ultima chiamata, e la chiamata è caduta.
Ecco perché insistere sul vuoto legislativo delle armi autonome, oggi, non è un’imprecisione: è coprire due nomi con una parola astratta.
Le mine antiuomo, il precedente che smonta l’alibi
La Dataroom dedica un riquadro al caso delle mine autonome, e qui si fa un autogol che vale l’intero articolo.
Perché le mine antiuomo sono la prova vivente che un’arma capace di decidere da sé chi ammazzare si può vietare. La Convenzione di Ottawa esiste dal 1997, la hanno firmata centosessantacinque Stati su centonovantatré, e ha funzionato.
Solo che dal marzo del 2025 Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia si stanno ritirando: i primi ritiri in ventotto anni di storia del trattato, motivati con il deterioramento del quadro di sicurezza. Cina, India, Iran, Israele, Pakistan, Russia e Stati Uniti non l’hanno mai firmata.
Quindi la stessa Europa che a Ginevra recita la parte dell’anima bella sul controllo umano delle macchine sta smontando, nello stesso semestre, l’unico divieto che aveva ottenuto su un’arma che decide da sola.
Il problema delle armi autonome non è mai stato scrivere la norma. Il problema è che la norma, quando dà fastidio, si disdice con una lettera al depositario.
Li chiamano fornitori
Nel riquadro sulla nuova guerra digitale compaiono Palantir e Shield AI, allineate come voci di un catalogo. Fornitori.
Un fornitore consegna la merce e si fa da parte. Queste aziende scelgono i teatri, selezionano i clienti, detengono gli archivi di addestramento e decidono a chi concedere l’accesso. È una prerogativa sovrana esercitata da una società quotata. Chi possiede l’archivio di addestramento possiede le armi autonome, ed è il nodo su cui si decide davvero chi controlla l’intelligenza artificiale.
Nel frattempo la piattaforma su cui le imprese della difesa ucraina addestrano i modelli di riconoscimento bersagli si chiama Dataroom e gira su software Palantir, con raccolte di immagini visive e termiche di obiettivi aerei accumulate dal 2022.
Louis Mosley, dirigente dell’azienda, lo ha detto senza infingimenti: non esiste altro paese che possieda questo patrimonio di dati. Non è una frase da fornitore, è una frase da proprietario. Della saldatura fra Kiev e Palantir mi sono già occupato, e il manifesto politico dell’azienda lo hanno pubblicato loro, non l’ho dedotto io.
La coincidenza dei nomi è involontaria e perfetta. Una Dataroom cerca un imputato. L’altra accumula un attivo patrimoniale. Indovinate quale delle due cresce.
Punti, premi e catalogo: la carta fedeltà della guerra

E qui arriva il pezzo che la Dataroom non nomina, e che da solo rimette in piedi tutta la questione della responsabilità.
Dall’aprile del 2025 l’esercito ucraino applica un meccanismo chiamato Army of Drones: Bonus, che al fronte chiamano e-points. Le unità inviano la prova video delle proprie azioni a un centro di valutazione a Kyiv e ricevono un punteggio: fino a cinquanta punti per un lanciarazzi multiplo, quaranta per un carro armato distrutto, venti per uno danneggiato. Con classifica mensile dei reparti.
I punti diventano credito da spendere su Brave1 Market, piattaforma governativa con un catalogo di oltre centocinquanta modelli di droni e apparati per la guerra elettronica. Si compra l’attrezzo con i punti guadagnati usando l’attrezzo.
Chiamarla carta fedeltà non è una battuta polemica. Il congegno è identico alla raccolta punti del supermercato, con una sola differenza: il bollino lo ottieni filmando un uomo che muore.
La terza vita di quel filmato, però, è quella che conta davvero. Le immagini finiscono in Avengers Labs, cinque milioni di fotogrammi messi insieme dal team del sistema DELTA: carri armati, artiglieria, difesa aerea, fanteria, droni Shahed. Le aziende della difesa ucraina hanno già firmato le licenze, e le imprese dei paesi partner entrano dopo i controlli di sicurezza.
Un sistema addestrato su quell’archivio analizza oltre centomila flussi video di droni al mese e riconosce circa il settanta per cento degli obiettivi in tempo reale, di giorno e di notte.
Lo stesso video svolge quindi tre funzioni in fila: è la ricevuta che vale il punteggio, è la moneta con cui si compra il drone successivo, ed è il campione che accresce il valore di un archivio dato in licenza a società straniere. Il soldato è l’operaio non pagato che etichetta il set di addestramento.
Adesso rileggete i sei anelli disegnati dal Corriere. Non c’è posto per il militare che ha girato la ripresa, e non c’è posto per il centro di valutazione di Kyiv che ha validato il filmato e assegnato il punteggio. Eppure quella validazione è il momento esatto in cui l’uccisione di un uomo diventa un’etichetta dentro un insieme di dati.
Da anni ci spiegano che il pericolo delle armi autonome sarebbe l’uomo fuori dal circuito decisionale. Qui l’uomo è dentro fino al collo, e la sua mansione consiste nell’attaccare i bollini sulla tessera.
La responsabilità del produttore, ovvero il tostapane
C’è una sezione dedicata alla responsabilità del produttore, e mostra bene fin dove il giornalismo generalista riesce ad arrivare prima di girare la testa.
La responsabilità da prodotto difettoso nasce per il tostapane che prende fuoco in cucina. Trapiantarla sulle armi autonome significa ammettere in premessa che il civile morto è un difetto di fabbricazione.
Da lì la conclusione arriva da sola: si finisce a discutere di risarcimenti e si smette di discutere di omicidio. Il diritto civile è la sala d’attesa dove i crimini aspettano di diventare pratiche assicurative.
Il settimo anello: le università
Manca un anello che sta prima di tutti e sei, e non è un dettaglio: i dipartimenti che formano chi scrive quel software e i laboratori che pubblicano i modelli su cui poi si addestrano i sistemi di targeting.
La ricerca accademica europea vive di bandi in cui la parola difesa è passata da tabù a requisito. Il ricercatore non decide nulla sul campo, quindi dorme la notte, ed è la stessa figura che ho descritto parlando di algoritmi di guerra.
Le università tedesche e francesi del 1914 non si consideravano responsabili della guerra che avevano preparato per trent’anni con la chimica, la metallurgia e la filosofia dello Stato. Avevano ragione, ognuna per la propria parte. La somma ha prodotto Verdun.
A Gaza questo collaudo lo abbiamo già visto funzionare, con una procedura di selezione dei bersagli che ha prodotto morti su scala industriale senza che nessuno venisse chiamato a risponderne. Non era un incidente, era una verifica di funzionamento.
Nell’Ottocento il capitalismo industriale ha risolto il problema del rischio con un artificio giuridico: la società a responsabilità limitata. Serviva a separare chi possiede l’impresa dalle conseguenze dell’impresa, e ha funzionato così bene che oggi non la vediamo nemmeno più.
Le armi autonome sono quella stessa invenzione applicata all’omicidio. Prendono un atto che ha sempre avuto un autore, lo distribuiscono fra sei soggetti ognuno dei quali ha compiuto un gesto lecito, e ottengono un morto senza mandante. Non stiamo assistendo all’impunità di qualche colpevole, stiamo assistendo alla demolizione della categoria di colpevole.
Per questo la domanda della Dataroom va rispedita al mittente. Non sbagliano. Funzionano, e la parte in cui nessuno risponde è compresa nel prezzo. Quando andremo a cercare un nome troveremo un organigramma, e quando chiederemo una legge ci risponderanno che se ne sta discutendo a Ginevra.
Ho passato un anno su questo meccanismo e ne è venuto fuori «Architetture del Controllo», che non racconta quanto sia potente la tecnologia. Racconta una cosa più scomoda: che un diagramma di flusso è un atto politico, e che chi lo disegna stabilisce in anticipo chi potrà essere incolpato. Anni prima che qualcuno muoia.
Chiedere una norma a chi ha cancellato la norma il 4 settembre non è ingenuità, a questo punto è complicità. La prossima volta che vi spiegano che la tecnologia corre più veloce del diritto, chiedete chi sì è messo di traverso: i verbali sono pubblici, i nomi ci sono tutti.
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Fonte: https://kratologos.it/armi-autonome-vuoto-legislativo-due-firme/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 21 Settembre 2026