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A tavola con il gruppo che ci fotte la vita: Trump, le Big Tech e il patto della Super-intelligenza

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Superintelligenza Trump, il pranzo alla Casa Bianca con Musk, Zuckerberg, Huang e i leader delle Big Tech
1 Elon Musk, 2 Mark Zucchemberg, 3 Jensen Huang, 4 Jeff Bezos, 5 Sundar Pchai. 6 Satya Nadella, 7 Alex Karp, 8 Tom Brown, 9 Howard Lutnick, 10 Mike Johson, 11 Jay Clayton, 12 Susie Wiles

Superintelligenza, Trump la battezza a tavola, e il luogo conta più del nome. Il 29 settembre il presidente ha riunito alla Casa Bianca i padroni della tecnologia americana e ne è uscito con due prodotti: un nuovo nome per l’intelligenza artificiale e un patto con cui le aziende promettono di sorvegliarsi da sole.

Nello spazio di un pranzo, chi costruisce la tecnologia che sta riscrivendo lavoro, informazione e guerra si è visto riconoscere anche il diritto di esserne il controllore. La volpe si è offerta di sorvegliare il pollaio, e il regolamento l’ha scritto lei.

Come racconta Viviana Mazza sul Corriere della Sera, attorno al tavolo sedevano Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jensen Huang, Jeff Bezos, Sundar Pichai, Satya Nadella, Alex Karp, Greg Brockman, Dario Amodei e Lisa Su. Dall’altra parte il vicepresidente Vance, il segretario al Commercio Lutnick, lo speaker della Camera Mike Johnson.

Il tavolo come organo costituente

Quella foto andrebbe appesa nei manuali di diritto costituzionale. Mostra dove si decide davvero come verrà governata la tecnologia più pervasiva del secolo: non in un’aula parlamentare, non in un’agenzia pubblica con poteri ispettivi, ma in una sala da pranzo dove il potere politico e il potere industriale si passano le posate.

Mancava chiunque rappresentasse chi quella tecnologia la subisce. Nessun sindacato, nessuna associazione di consumatori, nessun governatore degli stati che in questi anni hanno provato a legiferare, nessun ricercatore indipendente. Il pubblico era presente solo come oggetto della conversazione.

Trump l’ha chiamata «quasi una Costituzione». Ha ragione, nel senso peggiore: è una carta fondativa scritta dai soggetti che dovrebbe limitare, per regolare un potere che nessun elettore ha mai conferito.

Quattro livelli di controllo, nessun obbligo

Il documento si chiama Joint Commitment on Frontier Responsibilities e prevede, secondo la sintesi di AGI, quattro livelli di controllo sui modelli: verifiche interne su capacità e allineamento, squadre interne dedicate, valutazioni esterne indipendenti, supervisione di un comitato. Sulla carta sembra un’architettura di garanzie. È il cuore del patto Superintelligenza Trump. Per capire chi controlla davvero l’intelligenza artificiale bisogna guardare a modelli, chip, energia e regole: il patto tocca soltanto le regole, e le consegna alle aziende.

Guardata da vicino, è un circuito chiuso. I controlli interni li disegna l’azienda, le squadre dedicate le paga l’azienda, i revisori esterni li sceglie l’azienda, il comitato di vigilanza lo nomina l’azienda. Ogni anello della catena risponde a chi dovrebbe controllare.

Il testo stesso ammette la natura della cosa: le aziende scrivono che attuare questi controlli è fondamentale «indipendentemente dal fatto che sia obbligatorio». Tradotto dal linguaggio delle relazioni esterne: non lo è. Trump lo ha definito «moralmente vincolante», che nel diritto è il modo elegante di dire che non vincola nessuno.

Toby Walsh, dell’AI Institute dell’Università del New South Wales, ha liquidato l’idea con una frase che vale un trattato: queste aziende si sono già dimostrate incompetenti e sconsiderate nel gestirsi da sole. Affidare loro l’autocontrollo significa premiare il curriculum che dovrebbe squalificarle.

L’FBI al posto delle regole

La frase più rivelatrice del pranzo è di Trump. Secondo Al Jazeera, il presidente ha spiegato che deve esserci «un’enorme autoregolamentazione» e che la regolamentazione esiste già, automaticamente, grazie al Dipartimento di Giustizia e all’FBI.

È una confessione di metodo. Una regola si scrive prima del danno, per impedirlo; un’indagine arriva dopo, quando il danno è fatto e qualcuno ha interesse a perseguirlo. Sostituire la norma con la polizia significa lasciare alle aziende tutto lo spazio che precede il disastro, e tenere per il governo la facoltà di colpire chi decide di colpire.

Non è un sistema di garanzie. È un sistema di ricatto potenziale: libertà totale per chi resta in buoni rapporti con la Casa Bianca, procure e agenti federali per chi esce dal coro.

Superintelligenza Trump: un’operazione di linguaggio

Il cambio di nome non è folclore. Con un ordine esecutivo firmato lo stesso giorno, le agenzie federali devono sostituire «intelligenza artificiale» con «Super Intelligence» nei documenti ufficiali, e il consigliere scientifico Michael Kratsios ha sessanta giorni per proporre una nuova definizione legale e valutare se rimpiazzare quella oggi scritta nel codice federale. La dottrina Superintelligenza Trump comincia dal vocabolario dello Stato.

Chi definisce l’oggetto definisce il perimetro della giurisdizione. Ogni norma, ogni programma, ogni contratto pubblico si aggancia a una definizione: spostarla significa ridisegnare, con un tratto di penna, che cosa rientra nelle regole e che cosa ne resta fuori.

Poi c’è la frase che Trump ha usato per giustificare la scelta: «Non è artificiale». È il passaggio più insidioso. Ciò che è artificiale ha un fabbricante, e un fabbricante risponde di ciò che produce. Ciò che viene presentato come naturale diventa una forza del mondo, come il clima o le maree, a cui ci si adatta e che non si regola. Il marchio Superintelligenza Trump serve esattamente a questo: far sparire il fabbricante.

Il nemico utile: Pechino e l’ONU

Ogni patto di questo tipo ha bisogno di un avversario esterno che renda irresponsabile qualsiasi limite. Trump lo ha nominato: non vuole lavorare con Xi Jinping sul controllo dell’intelligenza artificiale perché renderebbe più difficile superare i prodotti cinesi. Alle Nazioni Unite aveva già respinto ogni «schema globalista» di regolazione. Con Pechino come spauracchio, il modello Superintelligenza Trump trasforma ogni limite in un regalo alla Cina.

Il meccanismo è semplice e collaudato. Se ogni regola diventa un regalo alla Cina, chiedere regole diventa quasi tradimento. La corsa geopolitica trasforma la prudenza in debolezza e consegna alle aziende l’argomento definitivo contro qualunque vincolo, lo stesso che su kratologos abbiamo visto all’opera nelle oligarchie digitali che si presentano come presidio dell’Occidente.

Il prezzo del consenso: mance per i data center

La paura, fuori dalla sala da pranzo, è misurabile. Secondo un sondaggio della CNN pubblicato pochi giorni prima, tre americani su quattro provano paura o preoccupazione per l’intelligenza artificiale, solo il 25% speranza o entusiasmo, e il 71% ritiene che il governo non la regolamenti abbastanza.

La risposta della Casa Bianca non riguarda le regole, riguarda il risarcimento. Il Corriere riferisce che, in cambio della costruzione dei contestati data center, le Big Tech faranno importanti donazioni alle comunità locali. Il consenso non si chiede: si compra, un parco giochi e una borsa di studio alla volta. Anche questo fa parte del pacchetto Superintelligenza Trump: le regole restano private, i costi diventano pubblici.

È lo stesso schema che i comitati contro i data center stanno combattendo anche in Italia, dove consumo di suolo, acqua ed energia vengono presentati come prezzo inevitabile del progresso. Ne abbiamo scritto raccontando l’impatto ambientale dei data center e la lotta dei comitati.

America.gov: la macchina che diceva la verità

La stessa giornata ha offerto la parabola perfetta. La Casa Bianca ha lanciato America.gov, un portale che usa l’intelligenza artificiale alimentata da fonti federali per rispondere ai cittadini. Messa alla prova, la macchina ha risposto che le fonti ufficiali non mostrano frodi diffuse capaci di cambiare l’esito delle elezioni del 2020, che il 22° emendamento vieta un terzo mandato, che il riscaldamento climatico dipende in larga parte dalle emissioni umane.

Poi il sistema ha cominciato a rifiutare le domande «politiche». Ecco che cosa significa autoregolamentazione nella pratica: un modello viene corretto non quando danneggia qualcuno, ma quando contraddice chi comanda. Libertà per le aziende, guinzaglio per la verità.

Chi controlla i controllori

Al tavolo sedeva Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, l’azienda che vende agli stati la capacità di vedere tutto dei propri cittadini e di cui abbiamo ricostruito il ruolo nell’industria della sorveglianza. Sedeva Musk, che con xAI firma impegni sulla sicurezza mentre con il governo ha condiviso potere e contratti. Sono gli eredi di quella PayPal Mafia che da vent’anni lavora per rendere lo Stato un cliente e non un arbitro.

C’era anche Dario Amodei, indicato come il più critico sui rischi. Anche lui ha firmato. È il passaggio più istruttivo: il dissenso interno all’industria non viene represso, viene incorporato nel patto e diventa la sua certificazione di serietà. Lo avevamo già notato analizzando i quadri di governo della frontiera scritti da OpenAI e Anthropic: la sicurezza come linguaggio, più che come vincolo.

Il precedente del tabacco

Il 4 gennaio 1954 le principali aziende americane del tabacco pubblicarono su oltre quattrocento giornali «A Frank Statement to Cigarette Smokers»: promettevano di collaborare con chi tutela la salute pubblica e fondavano un comitato di ricerca. Quel comitato servì a seminare dubbi sulla scienza indipendente, e le vendite di sigarette crebbero per anni.

Il patto Superintelligenza Trump ha la stessa grammatica: la preoccupazione dichiarata, il comitato, la promessa di trasparenza, e soprattutto l’obiettivo di arrivare prima della legge per renderla superflua. Allora ci vollero decenni e milioni di morti per smontare quella menzogna.

Quel pranzo ha reso visibile ciò che si poteva solo intuire: il gruppo che decide come lavoreremo, che cosa leggeremo, chi verrà sorvegliato e con quali armi si combatteranno le prossime guerre non siede in nessun Parlamento, e da ieri possiede anche il permesso scritto di fissarsi le regole da solo. Le regole su questa tecnologia devono essere pubbliche, vincolanti e scritte da chi risponde agli elettori, e l’Europa ha il dovere di non importare questo modello. Una democrazia che affida agli imputati la stesura del codice penale ha già pronunciato la sentenza, e l’ha pronunciata contro di noi.

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Fonte: https://kratologos.it/superintelligenza-trump/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 1 Ottobre 2026

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