
La raccolta delle olive in Cisgiordania è diventata la stagione della caccia. Ogni ottobre le famiglie palestinesi tornano sui propri terreni, e ogni ottobre i coloni le aspettano con pistole, bastoni, fionde e taniche di benzina. Quest’anno lo hanno fatto con una ferocia che supera tutti i numeri degli anni passati, e il 16 ottobre hanno aggiunto un dettaglio che dice molto su quanto si sentano intoccabili: hanno massacrato di calci una fotoreporter del Washington Post. Su Kratologos abbiamo già raccontato con molti articoli cosa succede in Cisgiordania, ne dobbiamo parlare per l’ennesima volta. Questa volta però conviene guardare l’oggetto stesso dell’attacco, l’ulivo, perché è lì che si capisce che cosa sta succedendo.
La raccolta delle olive in Cisgiordania sotto attacco
Ad Abu Falah, vicino a Ramallah, i contadini erano arrivati da pochi minuti, accompagnati da attivisti e giornalisti internazionali. Donne e bambini erano rimasti a casa, perché ormai si sa che i coloni non risparmiano nessuno. La raccolta, ha raccontato Eliana Riva sul manifesto, si è svolta in una corsa contro il tempo, con gli occhi fissi sulle colline, finché sono scesi a decine dall’insediamento vicino, mascherati e armati. Lo stesso giorno hanno incendiato tre auto negli uliveti di Turmus Ayya, ferito tre raccoglitori a Deir Jarir e altri tre ad Asira al-Qibliya, rubato olive e veicoli ad Abwein. A Deir Ballut sono stati i soldati a ordinare ai contadini aggrediti di non tornare sui propri campi.
Non sono episodi. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, la stagione non è ancora finita e gli attacchi legati alla raccolta sono già quasi duecento, più dei 185 di tutto il 2025, con un morto, oltre centoventi feriti e più di duemilacinquecento alberi danneggiati. L’ottanta per cento è avvenuto nelle ultime due settimane, e molti villaggi hanno anticipato la raccolta per paura. Il raccolto si fa di corsa, a metà, sotto minaccia, e quello che resta sugli alberi è perduto.
Perché si brucia un ulivo
Chi vede in tutto questo solo l’odio di qualche fanatico non capisce il meccanismo. In Cisgiordania la terra si prende anche con la carta bollata. Israele interpreta una legge ottomana del 1858 che permetteva al sultano di incamerare le terre lasciate incolte per diversi anni consecutivi, e su questa base ha dichiarato terra dello Stato circa il sedici per cento della Cisgiordania, poi destinata in larga parte agli insediamenti. In questo quadro l’ulivo è il documento di proprietà più antico che un contadino palestinese possieda: un albero coltivato da generazioni dimostra che quella terra è viva e appartiene a qualcuno.
Bruciare un uliveto, impedire la raccolta un anno dopo l’altro, spaventare le famiglie finché smettono di salire sulle colline, significa preparare la terra a diventare incolta. A quel punto la violenza illegale dei coloni e la procedura legale dello Stato si danno il cambio. La pistola del colono e il decreto dell’amministrazione militare non sono due cose diverse: sono due fasi della stessa espropriazione, e la seconda ha bisogno della prima.
Quando a essere picchiata è la stampa americana

Ad Abu Falah c’era anche Heidi Levine, fotoreporter statunitense di 63 anni che lavora per il Washington Post. Un gruppo di israeliani mascherati l’ha circondata, buttata a terra e presa a calci per minuti interi, una cinquantina di colpi secondo il suo racconto. Ricoverata a Ramallah, ha una costola fratturata, numerose lacerazioni e un dito che dovrà essere operato. Le hanno rubato l’attrezzatura e il telefono. Dal letto d’ospedale ha detto che senza giubbotto e casco antiproiettile forse non sarebbe sopravvissuta, e che nessuno dei suoi aggressori verrà mai perseguito. La polizia israeliana ha aperto un’indagine; i dati sulle indagini per violenze dei coloni dicono che Levine ha buone ragioni per non farsi illusioni.
Quando l’esercito è arrivato non ha fermato i coloni. Ha sparato gas lacrimogeni sugli abitanti e sui giornalisti, ha ferito alle gambe un palestinese, ha puntato i fucili contro i paramedici. È lo stesso copione che avevamo visto a Tal, vicino a Nablus: il colono attacca, il soldato copre e punisce l’aggredito. Poi l’ufficio di Netanyahu ha messo in dubbio la ricostruzione, parlando di duecento palestinesi e «attivisti di sinistra» contro una quarantina di coloni, come se uomini armati e mascherati fossero finiti per caso in un villaggio dell’area B. Il messaggio ai giornalisti è chiaro, e chi segue Gaza lo conosce bene: chi racconta diventa bersaglio, anche se ha in tasca un passaporto americano.
Il passaporto, in realtà, conta meno del giornale per cui si lavora. Il Washington Post è da anni un bersaglio di Trump, e il suo proprietario Jeff Bezos ha fatto di tutto per renderlo più gradito alla Casa Bianca: ha bloccato l’appoggio a Kamala Harris nel 2024, ha riorientato le pagine delle opinioni verso le «libertà personali e il libero mercato», ha tagliato un terzo del personale, e secondo il libro di Maggie Haberman e Jonathan Swan ha confidato a Trump che il Post è il peggior investimento della sua vita. La redazione però continua a scrivere quello che non deve, e ad agosto Trump ha definito il giornale traditore per un articolo sul ministro della Difesa. Quando una fotoreporter di quel giornale viene presa a calci dai coloni, il presidente tace. Ha parlato solo un funzionario anonimo del Dipartimento di Stato, con una frase che condanna «la violenza criminale di qualsiasi parte in Cisgiordania» senza mai nominare i coloni, e mette sullo stesso piano chi picchia e chi viene picchiato. È la stessa amministrazione che all’inizio del 2025 ha revocato le sanzioni di Biden contro i coloni violenti. A chiedere conto sono stati i parlamentari democratici, con il senatore Chris Van Hollen che ha domandato quando Trump e Rubio faranno qualcosa, e il deputato Ro Khanna che ha chiesto di tagliare gli aiuti che finanziano gli insediamenti.
E mentre gli uliveti bruciano in Cisgiordania, la stessa logica si sposta verso sud. Nella notte fra giovedì e venerdì il movimento Nachala di Daniella Weiss ha piantato tende in un bosco al confine con Gaza, presentandolo come il primo nucleo delle colonie con cui vuole occupare tutta la Striscia. L’esercito ha fatto sapere che interverrà solo se proveranno a entrare. Fino a quel momento, guarda.
A Roma si muovono i cittadini, i governi si girano dall’altra parte
Lo stesso 16 ottobre è arrivata da Roma una notizia che dice molto sull’Europa. La procura ha messo sotto indagine una dozzina di esponenti della catena di comando israeliana, fra cui il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro della Difesa Israel Katz, per le due missioni della Global Sumud Flotilla, quella dell’autunno 2025 e quella della primavera 2026. Le ipotesi sono sequestro di persona, lesioni, rapina e danneggiamento seguito da naufragio, e per una parte dei fatti la procura parla di tortura: abbordaggi in acque internazionali, percosse, minacce, privazione del sonno e del cibo, detenuti lasciati senza avvocato nel carcere di Ktzi’ot.
L’indagine non è nata da un’iniziativa del governo italiano né da una richiesta dell’Unione europea. È nata dall’esposto di cinquanta cittadini italiani che erano su quelle barche. E oggi è il loro collegio legale a dover chiedere alle autorità italiane di facilitare la richiesta di assistenza giudiziaria a Israele, cioè di non ostacolare la giustizia che i cittadini hanno messo in moto da soli. È lo schema che abbiamo descritto parlando della società civile come ultimo baluardo: le persone si imbarcano, testimoniano, denunciano, scioperano, e i governi arrivano dopo, quando arrivano, e sempre dalla parte sbagliata.
Un’Europa inerme che guarda e firma
L’Unione europea non è disarmata, ha scelto di esserlo. Lo strumento ce l’ha in mano da più di venticinque anni: l’articolo 2 dell’accordo di associazione con Israele lega l’intero rapporto al rispetto dei diritti umani, e basterebbe attivarlo per sospendere le preferenze commerciali di cui Israele gode con il suo primo partner commerciale. È quello che chiedono da mesi le reti per la pace e il disarmo, ed è quello che Bruxelles si rifiuta di fare. Al posto di una decisione politica ha prodotto una lista di sette coloni da sanzionare con nome e cognome, come se la violenza che brucia gli uliveti fosse opera di sette teppisti e non di un sistema finanziato da ministri che siedono nel governo israeliano. Lo stesso 16 ottobre i capi di governo erano riuniti a Bruxelles per il Consiglio europeo, e Giorgia Meloni ha trovato il tempo per condannare le violenze nelle piazze degli studenti italiani. Per i coloni che nello stesso giorno prendevano a calci una giornalista e sparavano lacrimogeni sui contadini, la stessa severità non è stata necessaria.
Il governo Meloni fa affari con Israele e con il despota di Riad
Il governo che dovrebbe proteggere quei cinquanta cittadini è lo stesso che con Israele ha costruito vent’anni di cooperazione militare. Ad aprile Meloni ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum di difesa con Tel Aviv, e lo ha presentato come una svolta. Ma la sospensione di un rinnovo non cancella niente: le licenze già concesse hanno continuato a funzionare, armi italiane sono arrivate in Israele anche dopo il 7 ottobre, e nel 2024 l’Italia ha comprato da Israele armamenti per centocinquantaquattro milioni di euro. Leonardo, di cui lo Stato possiede il trenta per cento, resta il primo esportatore di armi del paese. La politica estera italiana verso Israele si fa così: un comunicato per l’opinione pubblica, e i contratti che continuano sotto.
E mentre a Gaza e in Cisgiordania si consuma tutto questo, Meloni costruisce il suo rapporto più ambizioso nel Golfo con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, un despota che secondo l’intelligence americana ha approvato l’assassinio di Jamal Khashoggi e il cui regime nel 2025 ha eseguito il numero più alto di condanne a morte della sua storia. A gennaio 2025 Meloni ha firmato a Riad accordi per quasi dieci miliardi, difesa compresa. Da marzo 2026 circa settecento militari italiani sono schierati fra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein senza che il Parlamento ne abbia mai discusso, e il fondo sovrano saudita tratta per entrare nelle aerostrutture di Leonardo, con gli stabilimenti di Grottaglie, Foggia, Pomigliano e Nola. L’abbiamo raccontato parlando di Leonardo in Arabia Saudita: Israele da una parte, le petromonarchie dall’altra, tutti clienti e soci della stessa industria armata italiana. I palestinesi, in questa geografia degli affari, sono il costo che non compare in nessun bilancio.
Fra qualche settimana la raccolta delle olive in Cisgiordania finirà, e i giornali smetteranno di parlarne fino al prossimo ottobre. Gli alberi bruciati resteranno, e con loro le terre che fra qualche anno qualcuno dichiarerà incolte. Intanto un procuratore di Roma ha messo nero su bianco ciò che i governi europei si rifiutano di dire, che quei ministri sono responsabili di quello che fanno i loro uomini. Se l’Europa avesse un decimo del coraggio di quei cinquanta cittadini, Ben Gvir e Katz non potrebbero più atterrare in nessuna capitale del continente. Finché non succede, ogni ulivo bruciato in Cisgiordania porta anche la firma di chi a Roma e a Bruxelles guarda, tace e incassa.
Fonti
Peace Now, Methods of confiscation: le dichiarazioni di terra dello Stato
Status, Bezos e Trump: la cena di Mar-a-Lago e il Washington Post, 20 giugno 2026
ANSA, Il pm di Roma: gli attivisti della Flotilla torturati, 16 ottobre 2026
Rete Italiana Pace e Disarmo, sospensione del memorandum militare con Israele, aprile 2026
Il Sole 24 Ore, dalla difesa all’energia: gli accordi con l’Arabia Saudita da 10 miliardi
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Fonte: https://kratologos.it/raccolta-delle-olive-in-cisgiordania/ · Romano Dellamore, kratologos.it · Pubblicato il 17 Ottobre 2026